I Re Magi nel Libero Quartiere di San Pietro

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

I Re Magi nel Libero Quartiere di San Pietro

di Salvo Garufi

 

Non sono molti, ma ci sono, quelli che di notte, lento pede, vanno sognando Capri o Taormina nei carrugi di San Pietro. Ancor di meno sono quelli che, verso la mezzanotte – l’ora dei fantasmi – hanno potuto ascoltare Mariano Coricuntentu che fischia. Lo accompagnano i versi di Rosa A bedda o canali, da quando ella, sotto le sembianze di un cane nero e cieco, è tornata sulle scale davanti alla Casa del Sogno Antico

Su ghiti nto quarteri di San Petru,

nfacci a crèsia, na strata ca va a scinniri,

nun fati casu o fètu ca si senta,

pirchì, vicinu i pèzzi di miseria,

ci sta na casa mezza sdurrubbata,

ci sta nbalcuni vasciu, scurciatazzu;

ma ca s’appoia ntesta a nu cagnòlu

ca pi valuri batta nu tesoru.

Porta u cagnolu a facci e Marastella,

ca fìcia nta na notti di vilenu

u povuru Turiddu, ’mmèzzu u chiàntu!

A facci è bedda, tantu ca succeda

ca quannu a luna cala, nto ghiurnari,

parissa ca du soru si salutunu!

A dispetto del nome, Rosa non era bella, ma di petto portava la quinta ed aveva lunghi riccioli neri, tra i quali tralucevano due boccoli d’oro. Cantava le sue canzoni nella Locanda del Sogno Antico, aperta dal padre carrettiere, dopo che – pieno come un’otre – era caduto nei pressi di Ponte Boria, comune di Calatabiano.

Il marito lo chiamavano don Pepè Coscistorti ed una notte tornava a casa col cuore nello zucchero, perché teneva in mano il suo bottiglione ormai leggiero. Accanto a lui c’era uno scappellino innamorato, Turiddu Papuzza, che contento non era.

“Non te la scordare una nottata come questa!” disse don Pepè. “Poco fa sono arrivato fino al Lembasi e sull’altra riva ho visto un milione di lucine fra i rovi.”

Turiddu guardò significativamente il bottiglione in mano a don Pepè.

“No, non è stato il vino!” esclamò l’uomo, fermandosi di botto, un po’ risentito. “Quannu bivu vidu cosi ca nun ci sunu. Nveci, ho perfettamente riconosciuto Mariano Coricuntentu in mezzo a ddi luci-picurari.”

Turiddu fece spallucce e tornò ai suoi pensieri. Don Pepè lo squadrò con aria preoccupata. Poi, decise di far finta di niente e riprese a camminare.

“Sembrava che le stelle fossero scese in terra…” riprese. “A far festa, perché fischiavano e cantavano.”

“Lucciole erano, non cristiani! E non fischiavano… Forse tirava tanticchia di ventu” borbottò Turiddu.

“Tu sei come San Tommaso! Se non tocchi, non credi.”

Don Pepè tirò un sorso dal bottiglione e si passò la lingua agli angoli della bocca.

“Eppoi, che vento ci poteva essere?” ricominciò. “Scendeva la neve e copriva i campi… eppure, per miracolo di Natale, si sono risvegliate le lucciole.”

“Eh, mastro!” esclamò allora Turiddu, mettendoglisi davanti. “U scuru, iu ci l’àiu cca! Nel cuore! Se almeno Marastella mi guardasse un po’!”

“E parlale! Vedi che risponde… Ucca ca nun parra sempri cucuzza resta!”

“E che le debbo dire? Marastella è la più bella del paese.”

Don Pepè scansò il giovanotto con la mano e riprese la sua strada. “Ma tu brutto non sei! Parlale, che ti costa?”

“A lei non mancano i buoni partiti… Ora la cerca pure il barone don Antonio Piero Barresi.”

“Ma, don Antonino è già sposato ed, in ogni caso, con lei non si sposerebbe! Quella è gente che piglia, ma non dà.”

“E, a stu puntu, io che le posso dare? Nun àiu mancu u lazzu pi ffucarimi!”

“Hai carusanza e cori di poeta. Ti pare poco?”

“A me no… ma decide lei.”

“Allora, lasciala perdere. Se preferisce un vecchio di cinquant’anni e passa solo perché è barone… è meglio che te la scordi, una così!”

“E come faccio? Per scordarla dovrei uccidermi e se non me la scordo mi ammazzo per amore!”

“Minchia, se non siete complicati, gli innamorati!”

Gli batté affettuosamente la mano sulla spalla. Poi ebbe un pensiero e scoppiò a ridere. “Sai che ti dico? Ammazzati subito e non ci pensare più!”

“Ah, no! Vossia a fa troppu facili… Se mi ammazzo, come faccio ad amare Marastella?”

“Straminchia! Questa proprio non l’ho capita!”

“E non potete capirla, mastro… questione d’età. Vossia, con tutto il rispetto, a carusanza sà scurdau.”

Don Pepè alzò minacciosamente il bottiglione.

“Maladucatu!” disse. “Vuoi vedere che ti ammazzo io e la chiudiamo qui?”

Così, parlando parlando, arrivarono davanti alla chiesa di San Pietro e Paolo, un edificio massiccio che pendeva sul ciglio di uno sbalanco, in fondo al quale alcune casette si avviavano per la strada che portava alla fontana di San Vito, posta nella piazza centrale del paese.

Dalla porta della Locanda del Sogno Antico, all’angolo di fronte alla chiesa, uscì Rosa A bedda o canali, la proprietaria, ormai prossima ai trent’anni.

Era tutta agitata, con le mani nei capelli neri e ricci ed il grembiule arrotolato sopra le sue curve spettacolari.

“Pepè, Pepè! Sono arrivati i Re Magi!” urlò.

“Eccola! Ci mancava anche questa per farla completa!” esclamò don Pepè. “Io almeno ho bevuto…”

“Li ho sistemati di sopra. Quei loro curiosi cavalli gobbi, invece, li ho fatti mettere nella stalla del cortile.”

“Cammelli, Rosettuccia mia! Si chiamano cammelli…”

Si volse a Turiddu e lo prese affettuosamente per un braccio. “O sono dromedari?”

“Dipende da quante gobbe hanno” rispose Turiddu.

“Una” disse Rosa. “Tutti i gobbi una gobba sola tengono!”

“Saranno dromedari…” disse don Pepè.

Tornò a guardare Turiddu, con aria inquisitoria. “O sono cammelli?”

“Sono l’altra cosa che hai detto” disse Rosa. “Giammelli non sono di sicuro. I giammelli sono i biscotti che faccio e che picciono tanto ai nostri clienti… Che c’entrano i giammelli con i cavalli gobbi?”

“Appunto!” sospirò don Pepè alla moglie. “Ora dimmi: quanto vino ti sei scolato?”

“E certo! Arrivano tre scimuniti con tre cavalli gobbi e la ’mbriaca sono io!”

“Lascia perdere, chiamali come vuoi dromeda… camme…, cavalli gobbi… o quel che sono! Ma, dimmi a verità, almeno: non avrai aperto la botte nuova?”

“Cavalli gobbi devi chiamarli perché cavalli gobbi sono!”

“Addio, l’ha aperta…”

“Un bicchiere, per farlo tastare a compare Nicola…”

“E ti pareva! Si possono vedere questi tuoi cavalli gobbi?”

Rosa si mise avanti e andarono tutti fino alla stalla. Aprirono. Don Pepè entrò con la lucerna in mano e vide tre dromedari che lo guardavano, con un fremito alle labbra, che assomigliava ad una sghignazzata.

“Minchia!” esclamò il poveretto. “Questi sono proprio cammelli!”

Uno degli animali gli si avvicinò e gli sputò in faccia.

“Minchia!” ripetè don Pepè, col carbone acceso negli occhi. “E sono pure villani!”

“Vero, anche a compare Nicola hanno sputato!” esclamò Rosa. “Mi dimenticavo di dirtelo: sputano come te, quando sei ’mbriaco.”

“Ed io li scanno e ne faccio un arrusta e mangia, loro e compare Nicola!” disse don Pepè.

“Geloso?” chiese Turiddu.

“No, si futtiu u vinu!”

“Non ci pensare a toccarli!” esclamò Rosa. “I loro padroni mi hanno dato un bel sacchetto di monete d’argento.”

A don Pepè tintinnarono gli occhi e l’aria truce si fece bonaria.

“Non vi scanno più” comunicò amorevolmente alla bestia che gli aveva sputato, accarezzandole la testa. Poi, si volse alla moglie. “Cosa hai preparato per i loro padroni?”

“Pasta col macco, cocuzza d’inverno fritta con le olive nere, scacciata con segale e cipolla fritta, un bel pezzo di formggio della Nicchiara, acqua della Zizza e, purtroppo, non hanno voluto quel vino nero nero della Varanna che comprammo il mese scorso da compare Janni. Fatto di religione, mi dissero!”

“Se non muoiono stanotte, questi sono davvero i Re Magi!” commentò Turiddu.

Don Pepè guardò Turiddu e dopo guardò in aria, come a riacchiappare il pensiero che voleva scapparsene. Quindi, prese il giovane per un braccio. “Abbiamo trovato il sistema per aggiustare la tua faccenda…”

“Volesse Dio!” guaì Turiddu.

“Lo vuole, lo vuole!” si impose Rosa, che non aveva capito, ma sempre si intrometteva lo stesso. “Sennò perché sarebbero venuti i Re Magi a San Pietro?”

 

I tre arabi si trovavano in viaggio di piacere, dato che per loro la Sicilia comportava delle suggestioni che nessuna altra terra del Mediterraneo (e, conseguentemente, del mondo) poteva dare.

Uno dei tre, infatti, discendeva da un poeta nato nell’isola, autore di una raccolta lirica piena di nostalgia per un passato irrimediabilmente perduto. Era tanto orgoglioso del suo avo da averne preso il nome. O forse si faceva chiamare così perché, dei tre, soltanto lui era a San Pietro in incognito. Gli altri due avevano dei lasciapassare speciali. Fra l’altro, erano tutti ottimi e spavaldi spadaccini e non mostravano di temere nulla.

In verità, non si è mai saputo il vero motivo di quel passaggio. Ma ciò conta poco, ai fini della comprensione della storia.

Si erano seduti nella piccola sala della Locanda del Sogno Antico, gustando con ogni evidenza il cibo servito da Rosa.

Sul finire della cena entrarono don Pepè e Turiddu.

“Eppoi…” disse Turiddu sulla soglia, all’orecchio di don Pepè, il più piano che sapeva. “Vallo a capire chi ce li ha portati, sti turchi, in un posto tanto scognito.”

“La stella cometa!” disse Rosa, subito vicino a loro, all’orecchio di don Pepè, il più piano che sapeva.

“Io dico che sono dei briganti e che stanno scappando” disse don Pepè, il più piano che sapeva.

“Ci ha portati qui semplicemente la neve” tagliò corto Ibn Hamdis, il discendente del poeta, che aveva sentito tutto, ridendoci sopra. “Non potevamo passare la notte fuori, non con questo freddo.”

“Uomo senza fede e senza cervello” disse don Pepè a Turiddu. “Non lo hai capito che, stella o neve, questi signori sono qui per te?”

Rosa, invece, cominciò a pensare ai primi versi che avrebbe scritto per raccontare la storia:

Taliati stu carusu ’nnamuratu,

pirchì u primu miraculu di Diu

fu dàrici cunuortu po duluri

ca Marastella ci chiantàu ’nto cori!

 

Si pìgghia l’omu tanti di ddi peni!

Scerra pi sordi, sòcira e politica.

Ma, si pi còlliri si po muriri,

senza l’amuri nun si po campari!

 

Ora Turiddu parra cu i re Magi,

ci cunta i làstimi e dumanna aiutu.

A Betlem u scuta u Bambineddu

e iddu sulu u sapi chi sàffari!

 

Si pigghia l’omu tanti di ddi peni!

Scerra pi sordi, sòcira e politica.

Ma, si pi còlliri si po muriri,

senza l’amuri nun si po campari!

“Datemi aiuto!” disse Turiddu ai tre. “Per favore! Voi siete maghi e re. Se ce la volete, una spintarella per farmi contento me la potete dare…”

Ibn Hamdis scoppiò a ridere. Poi, si rivolse ai compagni. “Come vedete, noi siciliani, anche quando siamo innamorati cerchiamo la raccomandazione.”

Don Pepè sgranò gli occhi. “Minchia! E come l’avete capito che Turiddu è innamorato?”

“Non vi ci vedo, a voi, vecchio brontolone come siete, a parlare con un mago, se non per chiedergli di moltiplicare i soldi.”

Dopo accennò con la testa a Turuddu. ”Invece, vedo questo giovane scioccherellone correre dietro le gonne di una ragazzina.”

Guardò significativamente Rosa. “Io preferirei una vera donna.”

“Ah!” fece don Pepè.

“Io non ci ho capito niente” mentì Rosa, tutta contenta.

“Che ci ha detto?” chiese Turiddu a don Pepè. “Parole d’offesa?”

“E che minchia ne so!” concluse don Pepè.

“Dimmi che t’è successo, figliuolo!” chiese Ibn Hamdis, che cominciava a divertirsi. Strizzò l’occhio a Rosa e prese una positura esageratamente solenne, sforzandosi di non ridere. Gli altri due, al contrario, ridevano senza ritegno.

“Mi chiamo Turiddu” disse Turiddu. “Ed un capriccioso destino mi volle figlio di don Cicciu Pisciacori, il calzolaio. In tutta la mia vita, mio padre me lo ricordo sempre mentre faceva sì con la testa e mentre tutti lo minacciavano, perché era u muro vasciu do paisi.”

“Poveretto!” commentò Ibn Hamdis, fattosi serio.

“Altro non fece, mio padre, per tutta la sua vita, tranne alla fine quando, anzicché sul cuore, cominciò a pisciare nel letto. Ma, anche in quegli ultimi giorni continuò ad abbassare la testa. Per una vita se n’era stato zitto, chino sul suo lavoro, e riusciva ad abbassare la testa anche così. Specilmente quando passava il suo padrone, don Antonino, che, fra l’altro, pare che si scapricciasse con mia madre, ogni volta che lei andava a lavare i panni al Lembasi. Io, mio padre, me lo terrò eternamente dentro con la schiena curva, quando lavorava lungo il muro della chiesa del Purgatorio e sembrava un bassorilievo. Sopra gli stava il castello di don Antonino, senza mai un sorriso per lui, se non di sfottimento.”

“Ma come fa a capirti questo povero Re Magio?” si spazientì don Pepè. “Che c’entrano con Marastella tuo padre, il barone, il castello?”

“Avete ragione!” ammise Turiddu. Poi, si volse a Ibn Hamdis. “Per voi, c’entrano?”

“Per me, sì” disse Ibn Hamdis, rispettosamente. “O, forse, c’entrano con Marastella.”

“A questa mia vita Marastella ha regalato i colori” disse Turiddu. “Marastella è povera ed abita qui di fronte, poco oltre la chiesa, in una casetta tutta storta, smozzicata e col tetto di canne. Forse non può neppure dirsi una casa, ma quattro muri scorticati. Però, lì dentro c’è il tesoro più prezioso! Marastella è così bella, che al suo fianco anche il castello del barone sembra una stalla. I suoi occhi fanno cantare il buio e quando lei ride il buio diventa sole, ed il sole diventa buio se lei è lontana, ed io ho sempre una smania dentro il cuore, una premura che squaglia ogni paura, ogni rancore, ogni ricordo più brutto.”

“Padre, Figlio e Spirito Santo!” esclamò don Pepè. “Di tutte le malattie questa è la più grave! Che c’è di peggio della… femmina?”

“Che ha di brutto la femmina?” chiese Ibn Hamdis.

“Purtroppo, eccellenza” rispose don Pepè, “ogni età ha i suoi punti deboli e la femmina è la croce della gioventù.”

Turiddu si inginocchiò davanti a Ibn Hamdis.

“Padrone” disse piangendo, ”con voi non ho vergogna di inginocchiarmi. Re Magio o no, fatemela voi la grazia di parlare con qualcuno per la faccenda di Marastella. Io ho intenzioni oneste e voglio crescere una famiglia devota ai comandamenti di Santa Romana Chiesa.”

In altra occasione la risposta per Turiddu da parte di Ibn Hamdis sarebbe stato un buon colpo di scimitarra. Ma, quella sera il poeta era troppo commosso. Perciò, per aiutare il giovane, improvvisò dei versi:

Quando giace nascosto nella terra,

l’oro non ha bellezza, o pregio d’arte.

Ma, nella luce è luce che si parte

per rendere più bella la più bella!

Turiddu, interdetto, guardò don Pepè. “Che ha detto?”

Don Pepè guardò Ibn Hamdis. “Che avete detto?”

“Da anni cerco il Re” disse Ibn Hamdis. “Vorrei portargli l’omaggio dell’oro, che non ha luce, finché resta sottoterra.”

“Quest’uomo parla come scrivono i dottori” commentò Turiddu.

“Io, invece, l’ho capito” disse Rosa. “Sua eccellenza ha detto che ci vuole un bel regalo, se davvero Marastella è la tua regina.”

“E come faccio, che non possiedo niente?” si scoraggiò Turiddu.

“Come fecero gli antichi!” sentenziò Ibn Hamdis. “Cerca ciò che vuoi.”

 

Quel che seguì lo raccontò poi Rosa, coi suoi versi:

E si nni jivu Turiddu a ddu cumannu

circannu na cullana pa sa bedda.

tutta a nuttata stesa caminannu

e da nuttata ficia canuscenza,

scutannu certi scrusci mai sintuti.

Sintìu vulari a sciùscio a scura pìula,

passarru tri cunigghia ca ballàunu,

scappàvunu se’ surgia ne purtusa,

chiancìvunu du’ jatti ’nnamurati.

Passàu di Càddiri e ci furru i cani

do picuraru pronti a muzzicari,

chianàu pi Santa Cruci petri petri

finu a sutta Minìu e potta truvari

un funnu di panaru sfilazzatu…

Sfunnannulu ni fìcia na cullana

e turnàu ne Re Maggi, p’àutru aiutu.

“Solo un fondo sfondato di cesta ho trovato!” disse Turiddu Papuzza a don Pepè, la mattina dopo, di ritorno dalla campagna.

Il mastro si era svegliato con la storta e si era affacciato alla porta della Locanda del Sogno antico, con un rosario di minchia! in bocca ed in mano una mezza bottiglia del vino nuovo di compare Janni, preso da una botte in cui ormai, grazie alle furtive visite di Rosa e di don Nicola, mancava un bel po’ di pieno e non mancava un bel po’ di vuoto.

“Ah, malasorti a mia!” rantolò Turiddu. “Perché non ho trovato l’oro?”

Don Pepè bevve. “E tu con un culo di cesta ti vuoi pappare la più bella del paese? Addumannasti nenti!”

Nel frattempo anche Rosa era comparsa sull’uscio, con una scopa in mano, che teneva con la solennità con cui si tiene uno scettro. “Prendi buono per te, Pepè. Queste, ad un materialone come te, sembrano quattro misere verghe intrecciate… Ma, per l’uomo innamorato, le cose preziose stanno nei suoi occhi.”

Si avvicinò a Turiddu e gli poggiò le mani sulle spalle, facendolo voltare a guardare verso la casetta di Marastella. “Piuttosto, vediamo che ti dice lei. Sta venendo qua.”

Turiddu andò incontro alla ragazza. “Non c’è cosa al mondo più bella della tua bellezza. Amore mio, per tutta la notte ho cercato l’oro. Volevo darti un pegno d’amore… Non ho trovato niente, se non questo pezzo di cesta. Accettalo, così brutto com’è, tanto vicino a te tutto diventa bello.”

Don Pepè rise. “Gente, che minchiate ci fa dire l’amore!”

“Non ridere, Pepè” lo bloccò Rosa, quietamente. “Che non sono lontani i tempi in cui tu per me le minchiate le dicevi a chili!”

Nel frattempo Marastella guardava Turiddu con lo stesso sentimento con cui si guarda un verme contorcersi nella carne putrefatta.

“Ma che felicità ti può dare un pezzo di cesta rotto?” disse. “Porta di meglio, scemo, se vuoi che ti guardi!”

Dopodicché, fece spallucce e tirò dritto per la salita che portava al castello.

“Questa qui non lo saprà mai che cos’è la felicità!” commentò Rosa, scuotendo tristemente la testa.

Anche Ibn Hamdis, da qualche minuto, era uscito fuori a prendere un po’ d’aria mattutina e s’era guardata la scena dal ballatoio della locanda.

“E per voi, signora, che cos’è la felicità?” chiese.

“Non avere pretese” rispose Rosa. “E capire che già la vita ci basta… e, se non basta, c’è l’intelligenza per farcela bastare.”

Turiddu corse sotto il ballatoio dove stava Ibn Hamdis. “Per tutta la notte ho cercato una cosa preziosa da portare a Marastella…”

“Lascia perdere!” lo interruppe Ibn Hamdis. “Ho avuto modo di vedere il resto.”

Si affacciò, a quel punto, uno dei due compagni del poeta.

“Un giorno” disse l’ultimo arrivato, “alcune galline stavano accovacciate in un cortile, mentre il gallo beccheggiava lì vicino. Ad un certo punto, videro un’aquila, alta nel cielo. Che civetta! disse la gallina più sciocca. Ci passa sopra per far vedere le cosce al nostro gallo! La più saggia, invece, disse: Dio le ali le ha date pure a noi. Non è colpa sua se non sappiamo usarle!

Turiddu guardò don Pepè. “Questo non parla in poesia, ma sempre a indovinelli la butta!”

“Per dirti la verità” ammise don Pepè, “neppure io ci ho capito nulla.”

Don Pepè si rivolse all’arabo. “C’è speranza, eccellenza, di capirci qualcosa in quel che avete detto?”

“A Gesù Bambino” disse l’arabo, sorridendo, “io dovrei portare l’omaggio dell’incenso. Con l’incenso il popolo onora i grandi uomini, che sono come le aquile… Volano alti perché sanno usare le ali. Perciò, usa le tue ali e non sprecare il dono di Dio. La ricchezza non è soltanto nell’oro. Trova un oggetto prezioso d’altro tipo, per farne un pegno d’amore!”

Così Rosa A bedda o canali potè continuare il suo racconto in versi:

N’autra notti Turiddu passau fora,

circannu u riàlu ca pariva giustu

pa bedda e capricciusa Marastella…

Prima, tanti scipparru tavuluna!

ci ava jùtu u cchiù riccu picuraru

uffrènnuci i sa pècuri e sa casa,

truvannu pi risposta ca nun basta!

Ci ava jùtu nu mastru muraturi,

purtannuci sei casi e tri palazzi,

truvannu pi risposta ch’era picca!

Ci ava jùtu u cchiù rrossu de viddani,

assemi a centu sarmi di jardinu,

truvannu pi risposta ch’era nenti!

E tannu quannu supra u Carcaruni

pinzava d’ammazzàrisi pa còllira

chiamàu aiùtu e subito i luci-picurari

ci dìssiru: “Chi fai? Nun dispirari!

Semmu cca nui l’amici di Marianu…

E poi u vidi si u funnu di panaru

ca ci ài nte mani, grazii u nostru incantu,

nun addiventa na cullana d’oru!

L’indomani Turiddu tornò dalla campagna col suo fondo di cesta sfondato, arricchito da pezzi di vetro, grani di sale, pietruzze dai colori più improbabili, sulle quali si muovevano Mariano e le lucciole, creando musiche e giochi di luci.

Turiddu, quindi, andò a bussare alla porta di Marastella.

“Stanotte” disse, “ho trovato una cosa più preziosa dell’oro: la solidarietà. Mariano Coricuntentu e le sue amiche lucciole mi hanno visto piangere e mi hanno aiutato.”

“Scemo” disse Marastella, dopo avere agguantato quell’ammasso sfilacciato di verghe, “non ci combini nulla con la solidarietà! Le chiacchiere son belle, non dico di no; ma, sta cosa che hai trovato sempre ’na mappata di moscerini resta. Io nella pentola poi che ci butto? I muschitti?”

Quindi, fece spallucce, sapendo bene che così diventava più bella, e si avviò per la salita che portava al castello.

Superata di poco la Locanda del Sogno Antico, si voltò, non nascondendo un’occhiata di antipatia per i tre arabi, che nel frattempo si erano affacciati.

“E non mi fermare più” disse, guardando loro, ma parlando a Turiddu, “che già don Antonino mi ha rimproverata e mi ha detto che, se questa storia continua, verrà lui di persona a parlare… a te e a questi mammelucchi!”

Turiddu non seppe far altro che svenire.

 

“Ora, per svegliarlo ci vorrebbe il tuo rosòlio!” disse don Pepè a Rosa, chinandosi su Turiddu. “Ma, prendi quello di mandarino, per favore! Pare che sia riuscito meglio!”

“E come no?” esclamò Rosa. “Così, una sucatella gliela dai anche tu.”

“Beh, male non mi farebbe! Mi son preso uno spavento!”

“Gli spaventi me li dai tu, ’mbriacone! Se vedi una bottiglia, non capisci più niente!”

“Eh no, questo non è vero! Bugia! Ogni bottiglia mi ricorda tutte le bottiglie che son venute prima e quelle che ancora devono venire.”

Le strizzò l’occhio. “Lo vedi che capisco?”

A quel punto, il terzo arabo scese dal ballatoio della locanda e si chinò su Turiddu, che nel frattempo era rinvenuto.

“Su, alzati!” gli disse. “Ti consiglio di provare ancora, stanotte!”

“Perché mi dite questo?” esclamò Turiddu. “Perché mi date ancora speranze?”

“Ascoltami! Come dovresti già sapere, io dovrei portare in dono la mirra. Nel mio paese dalla sua corteccia ricaviamo un unguento medicamentoso, per cui essa simboleggia la scienza e l’arte. Ti consiglio, perciò, di cercarla dentro di te, la bellezza. Quella ragazza ha il cuore duro e, quindi, soltanto il suo viso merita l’amore. Impara a scolpirlo nella pietra.”

Rosa A bedda o canali approvò subito.

“Lo so, Turiddu” disse seria. “Ciò che ti ha detto sembra impossibile…”

“Come potrebbe una pietra darmi gli occhi di Marastella?” sospirò il giovane.

“Ah, questo dipende da te!” esclamò don Pepè. “L’artista sei tu… Vediamo! Vediamo che spunta.”

“E che dovrebbe spuntare?”

“La statua, Turiddu… Sarà l’unica cosa che resterà di Marastella!” concluse Rosa.

Salvo Garufi

Informazioni su lacasadelsognoantico

Curriculum vitae di Salvo Garufi Nato a Militello in Val di Catania (CT) Il 19 novembre 1951 Residente a Militello in Val di Catania In via Filippo Basile, 5 Titoli di studio Laurea in Lettere, conseguita il 30 marzo 1978 presso l’Università di Catania, con la votazione di 106/110; abilitazione all’insegnamento di stenografia (per corso abilitante); abilitazione all’insegnamento di Materie letterarie nelle scuole medie superiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Italiano, storia, geografia ed educazione civica nelle scuole medie inferiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte (per concorso); abilitazione all’insegnamenti di Filosofia e storia (per corso abilitante). Titoli culturali ed incarichi politici Nel corso della sua carriera nelle scuole statali ha finito per insegnare in tutte le classi di concorso nelle quali è abilitato. Attualmente è docente di Filosofia e storia presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Scordia (CT); è stato finalista per la narrativa nell’edizione 1990 del “Premio Italo Calvino”, organizzato dalla rivista “L’indice” di Torino, presidente della giuria Vincenzo Consolo: ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo dell’Azienda Provinciale Turismo di Catania dal 1994 al 1996; ha insegnato Storia dell’arte in corsi post-diploma finanziati dalla Comunità europea e Storia della moda in corsi di aggiornamento organizzati dall’Istituto professionale femminile di Stato “Isabella Morra” di Matera; è stato consulente teatrale di “Catania Musica Estate 1995” e della “Settimana del barocco a Militello” in tutte le sue edizioni, cioè dal 1994 al 2002; è stato esperto per la cultura del Presidente della Provincia Regionale di Catania dal 1996 al 1998; è stato assessore ai BB. CC. di Militello in Val di Catania dal 2003 al 2008, potendo coorganizzare con fondi ministeriali tre edizioni del “Festival del Val di Noto”; inoltre, collaborato dalla facoltà di fisica dell’Università di Catania, ha ideato ed organizzato il “Premio Ettore Majorana”; ha fondato il Museo Civico “Sebastiano Guzzone” di Militello in Val di Catania e ne è stato il primo direttore. Pubblicazioni SAGGISTICA DI STORIA, DI LETTERATURA E D’ARTE Interventi vari in cataloghi editi dalla Galleria d’arte “La scogliera” di Vico Equense (NA) sui pittori: Vincenzo Laricchia (1079), Enzo Campanino (1980), Emanuele Modica (1981), Roberto Severino (1981), Raffaele Amato (1982). E nel catalogo su Angela Vinaccia (1983), edito dalla Galleria G 59 di Napoli; L’omicidio di Francesco Laganà Campisi (in collaborazione con G. Cavalli), Società Storica Militellese, Militello 1981; Mariano Izzo, in Luigi Paolo Finizio, Il segno espanso di Mariano Izzo, Napoli, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1983; La Madonna nella figurazione artistica a Militello, Militello, Edizioni del Santuario, 1985; Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella, Militello, Edizioni del Santuario, 1986; Sommario della storia di Santa Maria della Stella, in Paolino Stella, Santa Maria nella Chiesa di Caltagirone, Caltagirone, Cassa San Giacomo, 1987; Giuseppe Tuccio, Militello, Comune, 1987; Salvatore Agati, in Cabala e pietre nere (a cura di Nicolò Mineo), Catania, Prova d’autore, 1990; Opere edite di Giuseppe Majorana (in collaborazione con M. Marino), Militello, Comune, 1991; Melo Minnella. Catania, Provincia Regionale di Catania, 1995; Geografia poetica di Salvo Basso, in La figura e le opere poetiche di Salvo Basso (atti del convegno), Catania, Prova d’autore, 2002; Voci per Militello dalla A alla Z (a cura di Nello Musumeci), Catania, Edizioni della Provincia Regionale di Catania, 2003; Osservazioni sul punto di vista, in O scuru – fotografie di Salvo Basso, Catania, Prova d’autore, 2003; Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, storia dell’arte a Militello, Caltagirone, Il Minotauro, 2005; Guida al sistema museale “Sebastiano Guzzone” di Militello (con contributi di altri), Caltagirone, Il Minotauro, 2006; Guida turistica ai quindici comuni del Calatino Sud Simeto (in collaborazione con Domenico Amoroso e Massimo Papa), Caltagirone. Agenzia di Sviluppo Integrato, 2008. NARRATIVA Interventi nelle seguenti antologie: Le voci fra gli sterpi, edizioni 1989 e 1990, Scordia, Edizioni Nadir; Frastorni, Scordia, Edizioni Nadir, 1991; Arrivederci a Sortino, edizioni 1997, 1998 e 1999, Catania, Prova d’autore; Distacchi dentro fuori, Milo, Laboratorio d’arte contemporanea “Village”, 1997; Attioni spectaculose, racconti, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2007; Na mezzanotti antica, traduzione in ottonari siciliani di The Raven di Edgar Allan Poe, Mascalucia (CT), 2007; Evangelio borghese, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008; La Firenze degli Iblei, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008. COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE “Il Secolo d’Italia” di Roma, “La Riviera” di Napoli, “Peninsula” di Vico Equense, “Catania sera” di Catania, “Prospettive” di Catania, “Militello Notizie” organo del Comune, “La provincia di Catania” organo della provincia regionale. Teatro e spettacoli L’orgoglio delle pietre, video, regia di Franco Di Blasi, Azienda Provinciale Turismo di Catania, 1994; La dama della memoria, spettacolo teatrale, regia di Davide Sbrognò, Militello, Atrio del Castello, 1995; Corteo del principe e Partita di scacchi viventi, spettacoli di piazza, registi vari, Militello, tutte le edizioni de “La Settimana del Barocco” e Noto, “Festival barocco”, 2006; La reina di Scotia, riduzione da Federico Della Valle, regia di Elio Gimbo, Militello, Atrio del Castello, 1995; Zizza, adattamento da Pietro Carrera, regia di Gianni Scuto, Militello, Atrio del Castello, 1995; Gli occhi di Tyrone Power, dramma, regia di Elio Gimbo, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1996; Bar New York, commedia, regia di Piero Ristagno, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Nuovo, 1996; La festa del grano, spettacolo di piazza, Raddusa, 1996; Scene di un Natale barocco, spettacolo di piazza, regia di Gioacchino Palumbo, Comiso, Scicli, Modica, Ragusa, 1996/1997; Una storia per Guareschi, commedia, regia di Franco Calogero, Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1997; Conversazione del principe, commedia, regia di Fernando Balestra (ed altri nelle numerose repliche), Militello, Atrio del Castello, 2000; Una canzone per donna Aldonza, tragedia, regia di Antonio Caruso, Militello, Piazza Municipio, 2001; Scene di un Natale barocco, tragedia, regia di Emanuele Puglia, Militello, Piazza Municipio, 2002; Le voci fra gli sterpi, concerto di poesia, regia di Gianni Salvo, Militello, Atrio benedettino, 2004; Na mezzanotti antica, omaggio a Edgar Allan Poe, lettura di Gianni Salvo, Militello, Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, 2007.

Precedente Leggendo Dante ed Edgar Allan Poe Successivo Ellade eterna