Avventura davanti al Golfo di Napoli

marino- resistenza
Dal “Diario doPrufissuri”

di Salvo Garufi

 

“Ma, il caldo della Sicilia è così?” chiese Maria Rosaria.

Pianissimo, con una voce sensuale. Voleva essere felice. Gli occhi sorridenti – lei lo sapeva – erano due fessure feline davanti alle iridi verdi.

Poi, soffiò impazientemente e si fece vento con la carta del menu. Quel clima la infastidiva. La disfaceva fisicamente, addirittura. La mezza giornata di sole e di salsedine le aveva acceso la pelle troppo chiara ed ora il fuoco le pareva di sentirlo serpeggiare e sfrigolare in tutto il corpo.

Nell’afa della notte, nonostante la recente doccia, i grossi e corti capelli biondi le aderivano in testa come un panno bagnato. Stavano infeltriti e fermi, in tante ciocche cementate dal sudore. Il solco rotondo del pesante seno, che cominciava la sua corsa ben prima dell’orlo della scollatura, riluceva come crema liquida alla luce dei lampioncini.

“Non so. Questo sarebbe un caldo eccessivo anche da noi… credo” risposi, un po’ distrattamente, poiché osservavo due avventori che, andando via, lasciavano su Maria Rosaria i loro sguardi appiccicosi.

Allungai le gambe sotto il tavolo, mi misi più comodo sulla sedia e mi accesi una sigaretta.

Cenavamo a Praiano, sul terrazzo del Continental: spaghetti coi frutti di mare ed una pizza soffice e fragrante di pomodoro e mozzarella, che scappava fuori da ogni lato del piatto.

Sotto i nostri occhi si stendeva l’intero Golfo di Salerno. All’orizzonte palpitavano le luci delle lampare e tutt’intorno si alzavano le montagne. Direttamente dal mare, tormentate ed aspre nel profilo e nella base.

Era una serena notte di mezzaluna. Udivamo il placido risciacquare delle onde e vedevano le foglie sugli alberi del tutto immote, come oppresse. Fatto strano, notai, non c’era neppure una mosca.

“Che peccato che non ci sia vento!” disse, invece, Maria Rosaria.

Venne il proprietario, con la lunga faccia sorridente, in cima alla quale gli occhiali stavano come in trono. Aveva una comunicativa consumata e tutta napoletana, l’arma migliore nel suo mestiere. Mise sul tavolo due montagne di cozze impepate e disse:

“Fanno digerire. Non si può venire nel mio locale e non mangiarle. E’ peccato!”

Lasciò il tutto e, tornando in cucina, aggiunse:

“Bene. Ora mi tocca preparare trentacinque frittate di maccheroni, per una comitiva di tedeschi che domani va in gita a Capri!”

Le cozze, schiuse dalla cottura e con quei gusci neri che sfumavano nel viola perlaceo, erano pronte per il mio solito rito pagano. Spensi la sigaretta e ne presi una, mettendo di lato il limone.

“Non masticarla in fretta” dissi a Maria Rosaria, porgendogliela. “Le cozze vanno assaporate.”

Poi, ne presi un’altra per me. Sempre senza limone, per sertirvi il mare. Il mollusco, fresco e fragile al palato come un amore adolescenziale, mi riempì la bocca di un sapore lievemente acre…

 

Forse incosciamente Maria Rosaria era pronta da tempo; ma, soltanto allora maturò una scelta chiara, quando, affacciata al balcone della sua casa di Castellammare di Stabia, avvertì sulla pelle la fugace e rovente carezza del vento di scirocco.

Improvvisamente si figurò quel vento come una mano appassionata ed indiscreta, che non era  – e forse mai lo era stata – quella di suo marito. Così, proprio da un momento all’altro, le capitò di guardare in cagnesco la figlia convivente, sposina fresca, che ciabattava incantata per la casa, soddisfatta della notte.

“C’è caldo!” disse alla figlia. “Esco a fare la spesa. In casa non si può stare.”

In camera da letto, prima di mettersi la veste di seta, grigia con dei grandi fiori lilla, indugiò a studiarsi nello specchio grande. Si chiese che effetto poteva fare su uomo il vederla con soltanto slip e reggiseno. Strano pensiero per una che era stata bella, che aveva saputo far rimescolare il sangue a tanti. Ma, non bisognerebbe mai far figli, o, meglio, non ci si dovrebbe sposare!

Ora, la confortava soltanto la bellezza del viso. Il seno era diventato ampio, un tantinello matronale, il sedere eccessivo, la pelle delle braccia un po’ cascante. Poteva magari dirsi una bella cinquantenne…

Ma chi mai avrebbe fatto pazzie per lei?

Una volta uscita, costeggiò, senza ormai farci caso, i cumuli d’immondizia fino alla circumvesuviana, dove andava per appuntarsi gli orari dei treni. Lì, stranissima coppia, c’era il bigliettaio in alterco con me, che, come lei, insegnavo all’Istituto Professionale per il Commercio di Torre Annunziata.

Il bigliettaio aveva la forma di due coni le cui basi combaciavano all’altezza della pancia e parlava con un forte accento stabiese.

“Eccole il quadro con tutte le corse” disse a Maria Rosaria, dimenticandosi di me.

“Ciao. Vuoi partire con me?” scherzai, invece, io, inserendomi fra lei ed il bigliettaio.

“Magari!” rispose Maria Rosaria, ridendo.

Divenni subito siciliano predatore e quella sera stessa – alle dieci – le telefonai. Per fortuna, rispose lei.

“Gli esami finiscono fra cinque giorni…”

“Lo so.”

“Voglio vederti.”

“Certo! Domani a scuola.”

“No. Non a scuola. Tu hai capito di cosa devo parlarti. E’ un anno che dovresti averlo capito.”

“Forse è meglio che non l’abbia capito.”

“Dimmelo almeno di presenza.”

“Va bene. Ne parleremo domani.”

 

A letto, mentre il marito che le dormiva al fianco, Maria Rosaria pensava. Vide il compagno misero misero, ranicchiato nel pigiama a righe, innaturalmente largo per le sue gambe a stecca di biliardo. Da tempo non facevano all’amore, anche se la cosa la lasciava indifferente.

E nella notte fece un sogno.

Era in un’osteria di Pimonte – il locale esisteva veramente. Due giorni prima vi aveva comprato il vino, trovandosi a passare di là -. Aveva mangiato dei funghi velenosi. Stava in un giaciglio approntato in un angolo della sala – buio e fresco, mentre fuori s’indovinavano i barbagli del sole -. Ascoltava il medico al suo capezzale, che parlava credendo che lei non sentisse.

“Come va, dottore?” diceva uno, accennando con la testa verso di lei.

“Non arriverà a domani mattina” rispondeva il dottore.

Si rendeva conto di non riuscire a parlare; anzi, di non riuscire a muoversi affatto. La morte arrivava senza portare dolore, ma soltanto una totale impossibilità di muoversi.

“Bisognerà che qualcuno si occupi dei funerali” diceva l’avventore di prima.

“Non ha parenti?” chiedeva un altro.

“No” rispondeva il medico. Poi, risolto a lei: “Stai tranquilla, col viso vicinissimo. “Non ti lascerò morire sola come un cane. Starò qui, a tenerti la mano.”

E gliela prendeva sul serio. Aveva un’espressione affettuosa, intensa. E la voce del suo primo amore.

“Non è il caso che qualcuno di noi si liberi dagli impegni di domani?” domandava un avventore, che fino a quel momento aveva taciuto.

Dopo faceva un lento giro con la testa, a guardare la faccia di tutti gli altri. E aggiungeva:

“Sapete… E’ per i funerali.”

“Impossibile” rispondeva il primo avventore. “Proprio domani me ne vado a caccia… Sapete tutti che non fa parte delle cose a cui rinuncio!”

“Io ho un appuntamento” diceva un altro.

Il medico aveva una risatina di gola e subito le mostrava la nuca grossa ed i capelli irti dei generali sovietici.

“Chi è?” chiedeva interessato.

“Oh, lei non mi considera un gentiluomo!” rispondeva l’altro, con un sorriso compiaciuto.

“Bionda o bruna?”

“Rossa.”

“Sono le migliori!”

A quel punto, Maria Rosaria si svegliò in un bagno di sudore. La porta del balcone inquadrava ancora il buio. Uscì. Il vento era caldo sulle guance, sul seno, sulle gambe, sulla camicia di notte.

“Quando muori, nessuno ti piange a lungo” pensò.

 

Ora,  le cozze erano state tutte mangiate e Maria Rosaria mi disse che sentiva come una strozzatura alla bocca dello stomaco, la stessa che da giovane la prendeva prima degli esami.

Mi accesi un’altra sigaretta, mi alzai e le andai dietro. Carezzandole le spalle con ambedue le mani, le sfiorai i capelli con un bacio.

“Andiamo a ballare” sussurrai.

Maria Rosaria, contenta, mi prese la mano e se la portò alla guancia.

Andammo a L’africana, a due passi dal Continental. Il locale era nato dalla fantasia di una svizzera architetto, venuta a vivere a Praiano per amore di un cameriere del posto, ed aveva avuto grandi momenti di gloria, a metà degli anni Sessanta.

Si trovava in una grotta in fondo all’alta e ripida costa, per cui si entrava dalla parte del mare, o con l’ascensore. Così, mentre andavamo giù, la baciai e la strinsi contro la parete, mentre la mano corrreva ad accarezzarle il seno.

“Aspetta” gemette Maria Rosaria.

Ma, non l’udii neppure: troppa urgenza di sfogare l’eccitazione.

La mia mano andò lungo la sua schiena e, giù giù, s’infilò sotto la gonna. Mi interruppe, però, l’ascensore, che si fermò, assestandosi sopra un cuscino d’aria.

Giunse, quindi, una voce morbida, alla Fred Bongusto, ed entrammo nel night, arredato con bizzarria barocca. Infatti, il suo nome era richiamato dai tanti cancelletti in ferro battuto disegnati come maschere africane. Oggetti di vario artigianato, ravvivati da brevi lumeggiature, erano distribuiti in nicchie naturali e lungo le pareti di roccia rosata. Soltanto una gettata di cemento armato, che costituiva il pavimento, si presentava come un intervento della tecnica moderna. Ma, grazie ad una serie di oblò iluminati, sotto di essa si poteva ammirare, come in un enorme acquario, lo spettacolo delle creature che si muovono nel mare. A destra della pista da ballo, oltre un terrazzo dov’erano distribuiti tavolinetti e divani, una scala volteggiava fino ad un piccolo approdo, dove, proprio in quel momento, aveva attraccato un’imbarcazione, dalla quale scendevano dei tedeschi.

Ci mettemmo a ballare guancia a guancia e subito, come era già accaduto in ascensore, in me si risvegliò un’urgenza cieca di fare all’amore. Strinsi Maria Rosaria, facendole sentire tutta la mia eccitazione.

“Vieni” le dissi, con la voce rauca. “Usciamo fuori. C’è un viottolo discreto e potremo star soli.”

“No” rispose. “Perché non ci sediamo un po’?”

“Ci siederemo lì. Parleremo guardando il mare.”

Scendemmo per un suggestivo sentiero che dal lato sinistro del night si svolgeva aderente alla roccia ed arrivava ad uno spiazzo a picco sul mare. Lì, la musica era soltanto un’eco lontana e ruffiana. Sotto di noi, alla luce della Luna, l’acqua si frangeva in mille riflessi d’argento e le luci dei paesi lungo la scogliera erano pezzi di ghiaccio sul panno blu della notte.

Ci sedemmo e ripresi il mio attacco, traendo fuori un seno dalla sua camicetta. Per contrasto, l’inizio di abbronzatura del resto del corpo lo faceva latteo, vagamente viscido. Ne artigliai la carne molle, sentendo tra le dita lo spessore della pelle. Le baciai il capezzolo e la punta della lingua mi riportò un sapore salato di sudore. A quegli stimoli, il respiro di Maria Rosaria si fece pesante.

“Non così” mi disse.

Ma, non l’udii neppure. Le alzai la gonna e di forza le sfilai gli slip. Fu una lotta eccitante che mi lasciò a stento il tempo di entrare in lei, prima di finire.

Calò, quindi, un imbarazzante silenzio. Per tutt’e due. Per motivi diversi.

“Riportami in albergo” disse semplicemente Maria Rosaria.

 

Quando l’indomani, verso mezzogiorno, bussai alla porta di Maria Rosaria (che s’era voluta prendere una camera singola), ella aveva già fatto le valigie.

“Alle tre c’è un treno per Torino” mi disse. “Puoi accompagnarmi a Napoli?”

Risposi con un semplice cenno di assenso.

“Va bene” le dissi. “Ora andiamo a mangiare.”

A tavola, con la testa bassa, come concentrato sugli antipasti che avevo davanti, chiesi a bruciapelo:

“Cos’è successo?”

“Diciamo che lo pensavo diverso” rispose.

Arrivò il cameriere e portò due piatti fumanti di spaghetti col pomodoro. Sul suo Maria Rosaria grattuggiò il parmigiano con molta cura, come concentrata in un’operazione difficile, che non lasciava alcuno spazio alla conversazione. Di riflesso, feci la stessa cosa, scegliendo, però, il pecorino.

A Napoli, dopo la partenza di Maria Rosaria, girovagai malinconicamente tra i rivenditori di Forcella quasi fino al tramonto. Quando, poi, fui sulla via del ritorno, tra Castellammare e Vico Equense, vidi addensarsi nel cielo una nuvolaglia grigia e fredda come il ferro.

Arrivò dalla parte del mare, improvvisamente. Bassa e corrucciata, chiuse l’orizzonte da Capo di Sorrento fino a Napoli. E subito le rocce e gli alberi si fecero scure, dipingendo un paesaggio contrastato. Ecco, allora, che si levò un vento impaziente. Sbuffi rabbiosi alzarono alta la polvere e scompigliarono i rami degli alberi. Ecco un lampo muto ed immenso, che parve schiacciare l’incipiente buio sotto una luce vivida e fece brillare, cinerea e spettrale, l’acqua del golfo. Poi, goccioloni duri come pietre presero a tamburellare sul parabrezza e ben presto ogni fossa divenne un acquitrino ed ogni viottolo un torrente in piena.

Vedendo tutto quel finimondo, mormorai:

“Che l’estate sia finita?… O forse è il cielo che piange sulla perduta virtù di Maria Rosaria…”

Sorrisi cinico allo specchio retrovisore e scalai di marcia, perché all’improvviso una brutta curva gli si era stretta davanti.

Salvo Garufi

Informazioni su lacasadelsognoantico

Curriculum vitae di Salvo Garufi Nato a Militello in Val di Catania (CT) Il 19 novembre 1951 Residente a Militello in Val di Catania In via Filippo Basile, 5 Titoli di studio Laurea in Lettere, conseguita il 30 marzo 1978 presso l’Università di Catania, con la votazione di 106/110; abilitazione all’insegnamento di stenografia (per corso abilitante); abilitazione all’insegnamento di Materie letterarie nelle scuole medie superiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Italiano, storia, geografia ed educazione civica nelle scuole medie inferiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte (per concorso); abilitazione all’insegnamenti di Filosofia e storia (per corso abilitante). Titoli culturali ed incarichi politici Nel corso della sua carriera nelle scuole statali ha finito per insegnare in tutte le classi di concorso nelle quali è abilitato. Attualmente è docente di Filosofia e storia presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Scordia (CT); è stato finalista per la narrativa nell’edizione 1990 del “Premio Italo Calvino”, organizzato dalla rivista “L’indice” di Torino, presidente della giuria Vincenzo Consolo: ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo dell’Azienda Provinciale Turismo di Catania dal 1994 al 1996; ha insegnato Storia dell’arte in corsi post-diploma finanziati dalla Comunità europea e Storia della moda in corsi di aggiornamento organizzati dall’Istituto professionale femminile di Stato “Isabella Morra” di Matera; è stato consulente teatrale di “Catania Musica Estate 1995” e della “Settimana del barocco a Militello” in tutte le sue edizioni, cioè dal 1994 al 2002; è stato esperto per la cultura del Presidente della Provincia Regionale di Catania dal 1996 al 1998; è stato assessore ai BB. CC. di Militello in Val di Catania dal 2003 al 2008, potendo coorganizzare con fondi ministeriali tre edizioni del “Festival del Val di Noto”; inoltre, collaborato dalla facoltà di fisica dell’Università di Catania, ha ideato ed organizzato il “Premio Ettore Majorana”; ha fondato il Museo Civico “Sebastiano Guzzone” di Militello in Val di Catania e ne è stato il primo direttore. Pubblicazioni SAGGISTICA DI STORIA, DI LETTERATURA E D’ARTE Interventi vari in cataloghi editi dalla Galleria d’arte “La scogliera” di Vico Equense (NA) sui pittori: Vincenzo Laricchia (1079), Enzo Campanino (1980), Emanuele Modica (1981), Roberto Severino (1981), Raffaele Amato (1982). E nel catalogo su Angela Vinaccia (1983), edito dalla Galleria G 59 di Napoli; L’omicidio di Francesco Laganà Campisi (in collaborazione con G. Cavalli), Società Storica Militellese, Militello 1981; Mariano Izzo, in Luigi Paolo Finizio, Il segno espanso di Mariano Izzo, Napoli, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1983; La Madonna nella figurazione artistica a Militello, Militello, Edizioni del Santuario, 1985; Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella, Militello, Edizioni del Santuario, 1986; Sommario della storia di Santa Maria della Stella, in Paolino Stella, Santa Maria nella Chiesa di Caltagirone, Caltagirone, Cassa San Giacomo, 1987; Giuseppe Tuccio, Militello, Comune, 1987; Salvatore Agati, in Cabala e pietre nere (a cura di Nicolò Mineo), Catania, Prova d’autore, 1990; Opere edite di Giuseppe Majorana (in collaborazione con M. Marino), Militello, Comune, 1991; Melo Minnella. Catania, Provincia Regionale di Catania, 1995; Geografia poetica di Salvo Basso, in La figura e le opere poetiche di Salvo Basso (atti del convegno), Catania, Prova d’autore, 2002; Voci per Militello dalla A alla Z (a cura di Nello Musumeci), Catania, Edizioni della Provincia Regionale di Catania, 2003; Osservazioni sul punto di vista, in O scuru – fotografie di Salvo Basso, Catania, Prova d’autore, 2003; Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, storia dell’arte a Militello, Caltagirone, Il Minotauro, 2005; Guida al sistema museale “Sebastiano Guzzone” di Militello (con contributi di altri), Caltagirone, Il Minotauro, 2006; Guida turistica ai quindici comuni del Calatino Sud Simeto (in collaborazione con Domenico Amoroso e Massimo Papa), Caltagirone. Agenzia di Sviluppo Integrato, 2008. NARRATIVA Interventi nelle seguenti antologie: Le voci fra gli sterpi, edizioni 1989 e 1990, Scordia, Edizioni Nadir; Frastorni, Scordia, Edizioni Nadir, 1991; Arrivederci a Sortino, edizioni 1997, 1998 e 1999, Catania, Prova d’autore; Distacchi dentro fuori, Milo, Laboratorio d’arte contemporanea “Village”, 1997; Attioni spectaculose, racconti, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2007; Na mezzanotti antica, traduzione in ottonari siciliani di The Raven di Edgar Allan Poe, Mascalucia (CT), 2007; Evangelio borghese, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008; La Firenze degli Iblei, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008. COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE “Il Secolo d’Italia” di Roma, “La Riviera” di Napoli, “Peninsula” di Vico Equense, “Catania sera” di Catania, “Prospettive” di Catania, “Militello Notizie” organo del Comune, “La provincia di Catania” organo della provincia regionale. Teatro e spettacoli L’orgoglio delle pietre, video, regia di Franco Di Blasi, Azienda Provinciale Turismo di Catania, 1994; La dama della memoria, spettacolo teatrale, regia di Davide Sbrognò, Militello, Atrio del Castello, 1995; Corteo del principe e Partita di scacchi viventi, spettacoli di piazza, registi vari, Militello, tutte le edizioni de “La Settimana del Barocco” e Noto, “Festival barocco”, 2006; La reina di Scotia, riduzione da Federico Della Valle, regia di Elio Gimbo, Militello, Atrio del Castello, 1995; Zizza, adattamento da Pietro Carrera, regia di Gianni Scuto, Militello, Atrio del Castello, 1995; Gli occhi di Tyrone Power, dramma, regia di Elio Gimbo, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1996; Bar New York, commedia, regia di Piero Ristagno, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Nuovo, 1996; La festa del grano, spettacolo di piazza, Raddusa, 1996; Scene di un Natale barocco, spettacolo di piazza, regia di Gioacchino Palumbo, Comiso, Scicli, Modica, Ragusa, 1996/1997; Una storia per Guareschi, commedia, regia di Franco Calogero, Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1997; Conversazione del principe, commedia, regia di Fernando Balestra (ed altri nelle numerose repliche), Militello, Atrio del Castello, 2000; Una canzone per donna Aldonza, tragedia, regia di Antonio Caruso, Militello, Piazza Municipio, 2001; Scene di un Natale barocco, tragedia, regia di Emanuele Puglia, Militello, Piazza Municipio, 2002; Le voci fra gli sterpi, concerto di poesia, regia di Gianni Salvo, Militello, Atrio benedettino, 2004; Na mezzanotti antica, omaggio a Edgar Allan Poe, lettura di Gianni Salvo, Militello, Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, 2007.

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