Una fiaba che è pure un poema su quell’incanto della natura che è la costiera jonica sotto l’Etna, dove da gennaio 2017 saranno attivati corsi di alta sartoria dell’Istituto Arte e Moda di Cremona (oltre che a Militello in Val di Catania)

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1volantino 1

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Posti da amare e da fare amare agli amici, prima di visitarli e farli visitare.

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Turiddittu, il pollo azzurro di Ponte Boria

racconto fiabesco di Salvo Garufi
immagini di Giuliana Griselli

 

Una volta, prima che vi passasse l’autostrada Catania-Messina, Ponte Boria era una fila di case a un solo piano, tra Piedimonte Etneo ed I Putieddi, come oggi improvvidamente chiamano Fiumefreddo di Sicilia.

In dialetto Putieddi significa Botteghelle, cioè lì era il punto tra Giarre e Taormina, dove carrettieri e pescatori si fermavano a far spese importanti: farina, ceci, acciughe salate, formaggi, baccalà, stoccafisso, vino e carne vaccina.

Invece, verdure, limoni, frutta, maiali, galline, conigli, olive e gamberi di fiume a Ponte Boria non avevano banchi in cui stare esposti. L’autarchia familiare faceva girare poco il commercio.

Ogni casa, infatti, aveva una porta che dava sulla strada, oltre la quale correva la saia, un canalone di pietra bianca, con dentro l’acqua chiacchierina del Fiume Freddo, che, poco più giù, si sarebbe sposata con l’infinito azzurro di Marina di Cottone.

Sul retro, poi, trovavi l’intero universo. Si entrava in un cortile abitato da un pulviscolo di animali domestici, chiuso da una staccionata che dava sulla collina dell’Uliveto, misterioso continente, dove noi ragazzi ci contendavamo i nostri personali imperi a suon di timpiate, cioè con pietre e schegge aguzze che cercavano direttamente le teste degli avversari.

E neppure qui c’era commercio. Le armi – le filecce (fionde) e i cannoli (cerbottane) – ce le costruivamo noi stessi, con un tocco di robustezza e di decorazione che ristabiliva le gerarchie sociali.

In un certo senso andava bene così. Ognuno era capo nel suo spazio e non aveva né giornalisti né santoni della moda, a dirgli come è giusto pensare, o come è giusto vestirsi.

Persino don Felice, il gallo di mia nonna Michela, si sentiva un sovrano, avendo ben dieci pollastre a disposizione. Mica si informava mai sul Natale, don Felice!

Purtroppo, un brutto giorno anche lui, don Felice, si prese una bella collera. Carolina, una gallina che spesso se ne stava sulle sue, a pigolare appartata dalle compagne, cacciò fuori un uovo piccolo piccolo e azzurro come il mare… o come il cielo di Mascali, che del mare è lo specchio, se lo guardiamo con l’occhio di una gallina.

“Che uovo miserello! E che brutto colore che ha!” disse mia nonna Michela e non lo raccolse.

6Così nacque Turiddittu, Piccolo Salvatore nel dialetto del posto, un pulcinetto con le piume azzurre spruzzate di bianco, a cui mia nonna, un po’ per celia, un po’ per scaramanzia, mise il nome del suo gigantesco marito, morto tre anni prima, cadendo con tutto il carretto dal ponte di Carrabba, ubriaco come una scimmia.

Per Turiddittu la vita da pollo, con quelle penne che da pollo non erano, fu subito dura. Nessun compagno gli dava confidenza. Persino don Felice, il padre, lo beccava per cacciarlo via. I conigli, addirittura, lo guardavano ed avevano un fremito sotto il naso, come una specie di sorriso sfottente.

“Sciò! Sciò!… Allascati, che porti jella!” tutti gli dicevano, tortore e porcellini d’India compresi.

“O sono proprio la vergogna dei gallinacei…” concluse allora Turiddittu, che a forza di star da solo aveva imparato a ragionare da solo. “O sono un bellissimo ed incompreso cigno!”

Quest’ultima ipotesi gli veniva dalla fiaba del Brutto anatroccolo, che mia nonna Michela mi aveva raccontato davanti a lui – chi poteva mai pensare che la capisse? -, per convincermi ad accarezzarlo senza paura.

“Ad ogni modo, io non sono come gli altri!” completò Turiddittu. “E tanto vale che mi abitui all’idea e coltivi la mia diversità… magari per farne un motivo di forza!”

Per esempio, cominciò a riflettere… le galline hanno le ali, ma non volano. Però, se Dio ci dato gli strumenti, perché non li usiamo?

“Hanno paura!” esclamò, dopo un paio d’ore di domande senza risposte. “La paura le blocca e così, quando sarebbe il caso di scappare, si fanno acchiappare come tante sceme!”

Salì, perciò, sulla staccionata e si lanciò nel vuoto, tentando di volare… Fu un ruzzolone tale, che per poco non ci rimise l’osso del collo!

“Ecco perché le mie compagne hanno paura di pensare!” mormorò Turiddittu, restando a terra meditabondo. “Se pensi e sùbito agisci, senza pensare a come agisci, è davvero un guaio!”

Non si scoraggiò, quindi. Scelse un’alzata più piccola e per giorni e giorni stette a sbattere le ali in aria, sperando di andar su, anziché giù.

gr1Finalmente, una mattina azzeccò la giusta posizione del corpo, addirittura al primo tentativo. Sentì sotto di lui come un cuscino solido e morbido, che lo teneva e lo lasciava libero di muoversi in ogni direzione. La libertà, cioè il diritto di ognuno ad essere diverso dagli altri, fu il regalo che gli fece il pensiero.

Purtroppo, dopo pochi giorni, mentre se ne stava a volteggiare nel cielo insieme ad alcuni passeri – che già pensavano di eleggerlo capo dello stormo – sentì uno sparo e vide un suo compagno cadere colpito.

Riuscì a scappare, nascondendosi tra il fogliame di un albero e lì stesso, anziché perder tempo a tremare di paura, ricominciò a riflettere.

Perché l’uomo è così forte? E’ brutto, non ha peli per proteggersi dal freddo, non ha ali per volare, non ha denti buoni per azzannare, non segue le piste di odori, si muove male nel buio…

Perché… perché mai l’uomo è l’animale più forte?

“Perché non si rassegna ai suoi limiti!” gridò e ci stava quasi rimettendo le penne, poiché per la gioia fece un salto e mosse le foglie, facendo ripartire i colpi di fucile nella sua direzione.

Passò subito da un albero all’altro, sempre nascosto nel fogliame, senza tentare la fuga nel cielo aperto, come, invece, stupidamente fecero i passeri, lasciando numerose vittime sul terreno.

Arrivata la sera, Turiddittu si sentiva tanto stanco che decise di rimanerre sugli alberi per l’intera notte, anche se il drappello di cacciatori fondamentalisti era ormai andato via.

“Ci si sazia mai con la carne di un passero?” si chiese Turiddittu. “E puoi chiamare veri cacciotori quelli che uccidono, non per fame, ma per divertimento?”

Capì che la risposta a questa domanda stava in un fatto che apparentemente non c’entrava… l’uomo aveva sostituito gli artigli coi fucili.

“Possiamo essere cattivi ed anche imbecilli, soltanto se si è tanto forti da poter uccidere senza essere uccisi!”

In altre parole, la libertà non esiste quando se si è sotto minaccia.

Urgono, quindi, due cose:

  1. Artigli artificiali;
  2. fare gruppo, in modo da moltiplicare la propria forza.

Per gli artigli artificiali bastava il pensiero. In fondo, già col pensa e ripensa aveva imparato a volare. Con un po’ di concentrazione, prima o poi, l’idea di un’arma adatta alla sua razza gli sarebbe venuta…

Ma, come fare diventare un gruppo ben organizzato ed efficiente gli artri polli?

“La parola!” starnazzò, che ormai spuntava l’alba. “Con la parola entrerò in relazione coi miei fratelli e costruirò la Libera Confederazione dei gallinacei!”

gr7Si mise subito all’opera. Elaborò un nuovo linguaggio per certi versi geniale, perché comprendeva anche i concetti astratti e le relazioni matematiche che li legano. Combinò all’infinito i versi tipici delle varie razze con la posizione delle ali, della coda e della testa, fino ad arrivare a tremila parole. I movimenti, invece… battere la zampa, un passo avanti, un inchino… diventarono le connessioni grammaticali.

Per ricordarsi il tutto inventò la scrittura dei polli, fatta con sassolini disposti in modo appropriato.

Alla fine, si fece il giro di tutti i casolari dei dintorni, per insegnare la sua lingua ai pulcini più svegli. Arrivò fin sotto una villa che chiamano il Castello degli schiavi, da cui – così dicevano gli antichi – si partiva un sentiero che saliva fino alla Luna.

“Ma non basta!” gli disse alla fine pulcino Beppe, che era diventato il suo braccio destro. “Senza le armi, di tutte le cose che ci hai insegnato, restano soltanto parole e discorsi a perdita di tempo!”

“L’arma per battere l’uomo…” scandì Turiddittu, “l’abbiamo sempre avuta sotto gli occhi!”

Fece un volo e salì sopra un albero, per dominare dall’alto il suo interlocutore.

“E’ la sua stupidità…” riprese, “il suo egoismo cieco, la sua avidità!”

“Addio!” fece pulcino Beppe. “Ci mancava proprio il comizio, per completare il nostro destino amaro di polli!”

Turiddittu si spostò su un ramo più in alto.

“Io lo so…“ declamò. “Sono figlio del mare… Mia mamma Carolina buonanima… che nell’ultima Pasqua è finita ingloriosamente a bollire in una pentola, non era buona soltanto per il brodo… Ai suoi tempi era una bella e vezzosa gallinella, tanto che mi concepì col dio Nettuno, che… ma pochi lo sanno… abita da queste parti!”

“Tu sei figlio di don Felice, che, anche lui ingloriosamente, si è ritrovato in padella lo scorso Natale!” lo schernì pulcino Beppe. “E poi, che c’entra questo discorso con l’arma che cerchiamo?”

“Tu non hai i miei studi e non sei in grado di capirmi subito… quindi il tuo parere è inutile!” ribatté Turiddittu. “Nettuno confidò a mia madre che davanti a Marina di Cottone naufragò un galeone spagnolo pieno zeppo di zecchini d’oro…”

“Embe’? Che ce ne facciamo? Col denaro possono farci qualcosa gli uomini, ma i polli? Manco mangiarlo, possiamo!”

“Basta andare a prendere quelle monete e buttarne un po’ in mezzo alla gente…” concludette Turiddittu. “Vedrai come tutti si scanneranno fra loro!”

“E come ci arriviamo a quell’oro, se giace in fondo al mare?”

“Mentre tu sprecavi i tuoi giorni a fare l’intelligentone scettico con polli più polli di te… io, Turiddittu, il pollo azzurro, figlio del dio Nettuno e della gallina Carolina… ho imparato a nuotare… a pelo d’acqua ed anche sott’acqua!”

Ne diede subito dimostrazione. Salì alto alto, fin quasi a toccare le aquile, chiuse le ali, allungò il collo e si lanciò in picchiata sul mare, come fanno i falchi quando si avventano sulla preda.

Fu un tuffo perfetto. L’acqua lo accolse, quasi senza lanciare spruzzi. Dopo un po’, riemerse con una moneta nel becco.

“Bene” disse a pulcino Beppe. “Impara questa tecnica ed insegnala agli altri… Poi, prendete tutte le monete del galeone e nascondetele dietro il muro della chiesa della Nunziatella.”

E così si fece.

gr8Quando, finalmente, Turiddittu ebbe a disposizione gli zecchini, cominciò a farli cadere dall’alto in ogni assembramento umano che vedeva. Quei soldi, piovuti da chissà dove senza un minuto di lavoro, provocarono lo scatenarsi dell’arraffa arraffa e nella Contea di Mascali scoppiarono mille guerre.

“Divide et impera!” osservò Turiddittu, chiudendo il libro di Machiavelli. Aveva pure imparato a leggere, a differenza degli uomini dei tempi nostri, che pensano soltanto a guadagnare bene ed a spendere male.

Dopo un mese il cimitero divenne il paesaggio dominante della Contea di Mascali, tanto più che ben presto arrivarono i topi, gli animali più vocati alla politica, a ruzzolare in mezzo alle rovine, facendo scoppiare la peste.

Tutti questi avvenimenti portarono, finalmente, al costituirsi della Libera Repubblica dei polli nella zona dell’Uliveto sopra Ponte Boria.

Furono issati dei muri tutt’intorno ed i ciottoli della spiaggia di Marina di Cottone diventarono degli ottimi proiettili, dato che i soldati di Turiddittu, che ormai volavano come uccelli e nuotavano come pesci, applicando la tecnica guerrigliera del mordi e fuggi!, li facevano cadere in testa a chiunque si avvicinasse.

“Ora bisogna che io ti dica la verità!” gli disse a quel punto Martino il gufo, in una notte stellata di luglio, mentre la Luna all’orizzonte sembrava sedersi a riposare sulla cima degli alberi.

Martino veniva da lontano, cioè dalla campagna davanti alla Casa del Sogno Antico sui primi balzi dei Monti Iblei, dove aveva abitato Mariano Coricuntentu, prima di essere impiccato da gente invidiosa, che non sopportava l’idea che lui sapesse fischiare come neppure gli usignoli sanno cantare.

“Tu non sei figlio di Nettuno… e neppure di don Felice buonanima… Tanto tempo fa il mio amico Mariano Coricuntentu venne qui con Urano, il dio del cielo… Fu con Urano che tua madre ti concepì, non con Nettuno!”

“Ma, allora Nettuno?” osservò Turiddittu.

“Beh, un po’ leggera tua madre lo era… Urano fu l’avventura di una notte, Nettuno quella di una vita…”

“E le mie penne azzurre… come le spieghi?”

“Il cielo è azzurro! Urano è grande come il cielo… Il mare non fa altro che riflettere il suo colore.”

Qui cominciò il tormento di Turiddittu.

Finché suo padre era Nettuno tutto andava bene. Il mare lo tocchi, ti puoi fare accarezzare da lui, ti puoi fare abbracciare…

Mentre il cielo?

Il cielo è il vero Dio… lo vedi da lontano, sai che esiste, ma non sai com’è fatto veramente.

“Ecco dove si ferma la forza degli uomini!” esclamò Turiddittu, dopo tre giorni di intensa concentrazione. “Gli scienziati, è vero, cercano sempre di capire come sono le cose, quali sono le leggi che le governano… ma la testa che ha pensato quelle leggi non la vedono e, perciò, dicono che non esiste… oppure la vedono da lontano, come da lontano vedono il cielo… e quindi la vedono a modo loro!”

gr9Per tutto il giorno non mangiò neppure, perché sapeva che stava per prendere la decisione più importante della sua vita…

“Andrò da mio padre!” si disse, infine, sul far della sera. “Volerò fino a toccare il cielo, fino ad entrare dentro di lui come si entra dentro il mare, fino a farmi abbracciare da lui, fino a diventare una cosa sola con lui!”

Preparò un bel po’ di vettovaglie, che mise in uno zainetto e all’alba successiva, salutato dagli amici e dai compagni, che già lo piangevano perduto, partì.

Volò per tutto il giorno. Verso le cinque del pomeriggio toccò le prime nuvole e sentì freddo. Per fortuna, nello zainetto c’era una specie di gilè e lo indossò.

Volò tutta la notte. All’alba successiva le nuvole erano sotto di lui, come un branco di candide pecore, come isole soffici sul mare, come le brizzolature che eleganti vano le sue penne.

Alzò lo sguardo: il cielo era di un azzurro compatto, lontano sopra di lui, esattamente come quando era partito.

“Ora chiudo gli occhi e volo finché con la testa non tocco il cielo…” decise.

Per tre giorni e tre notti volò senza fermarsi.

Ad un certo punto, gli mancò il respiro.

Aprì gli occhi e vide che la terra era diventata una specie di palla azzurra sotto di lui. Si guardò intorno… c’era nero e silenzio dappertutto.

Fu questo ciò che vide e sentì, un attimo prima di morire.

°°°

GIULIANA GRISELLI

Nata a Trieste, ha studiato a Venezia e ha insegnato per ben 37 anni  Disegno e storia dell’ arte. E’ architetto.
Ha sempre dipinto, ha preso parte alle prime mostre collettive a Trieste a 13- 14 anni. Continuando con le rassegne collettive e personali in Italia e all’estero, ottenendo ottimi riscontri nella critica e nel pubblico.
Ha ottenuto tantissimi premi nazionali ed internazionali e nel 1974- 75 ha ottenuto
due  MARCO AURELIO a Roma .
Ha sempre esposto le sue opere in Italia , Europa e Stati Uniti.
Le sue opere si possono vedere in tanti libri di arte contemporanea.
Il suo studio è a Trieste dove dipinge e crea bijoux e scrive dei libretti con raffigurazioni per bimbi piccini , per accontentare la sua nipotina.

Eduard Gardun, Hartem Torino, neoromanticismo, Salvo Garufi / , ,

Informazioni su lacasadelsognoantico

Curriculum vitae di Salvo Garufi Nato a Militello in Val di Catania (CT) Il 19 novembre 1951 Residente a Militello in Val di Catania In via Filippo Basile, 5 Titoli di studio Laurea in Lettere, conseguita il 30 marzo 1978 presso l’Università di Catania, con la votazione di 106/110; abilitazione all’insegnamento di stenografia (per corso abilitante); abilitazione all’insegnamento di Materie letterarie nelle scuole medie superiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Italiano, storia, geografia ed educazione civica nelle scuole medie inferiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte (per concorso); abilitazione all’insegnamenti di Filosofia e storia (per corso abilitante). Titoli culturali ed incarichi politici Nel corso della sua carriera nelle scuole statali ha finito per insegnare in tutte le classi di concorso nelle quali è abilitato. Attualmente è docente di Filosofia e storia presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Scordia (CT); è stato finalista per la narrativa nell’edizione 1990 del “Premio Italo Calvino”, organizzato dalla rivista “L’indice” di Torino, presidente della giuria Vincenzo Consolo: ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo dell’Azienda Provinciale Turismo di Catania dal 1994 al 1996; ha insegnato Storia dell’arte in corsi post-diploma finanziati dalla Comunità europea e Storia della moda in corsi di aggiornamento organizzati dall’Istituto professionale femminile di Stato “Isabella Morra” di Matera; è stato consulente teatrale di “Catania Musica Estate 1995” e della “Settimana del barocco a Militello” in tutte le sue edizioni, cioè dal 1994 al 2002; è stato esperto per la cultura del Presidente della Provincia Regionale di Catania dal 1996 al 1998; è stato assessore ai BB. CC. di Militello in Val di Catania dal 2003 al 2008, potendo coorganizzare con fondi ministeriali tre edizioni del “Festival del Val di Noto”; inoltre, collaborato dalla facoltà di fisica dell’Università di Catania, ha ideato ed organizzato il “Premio Ettore Majorana”; ha fondato il Museo Civico “Sebastiano Guzzone” di Militello in Val di Catania e ne è stato il primo direttore. Pubblicazioni SAGGISTICA DI STORIA, DI LETTERATURA E D’ARTE Interventi vari in cataloghi editi dalla Galleria d’arte “La scogliera” di Vico Equense (NA) sui pittori: Vincenzo Laricchia (1079), Enzo Campanino (1980), Emanuele Modica (1981), Roberto Severino (1981), Raffaele Amato (1982). E nel catalogo su Angela Vinaccia (1983), edito dalla Galleria G 59 di Napoli; L’omicidio di Francesco Laganà Campisi (in collaborazione con G. Cavalli), Società Storica Militellese, Militello 1981; Mariano Izzo, in Luigi Paolo Finizio, Il segno espanso di Mariano Izzo, Napoli, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1983; La Madonna nella figurazione artistica a Militello, Militello, Edizioni del Santuario, 1985; Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella, Militello, Edizioni del Santuario, 1986; Sommario della storia di Santa Maria della Stella, in Paolino Stella, Santa Maria nella Chiesa di Caltagirone, Caltagirone, Cassa San Giacomo, 1987; Giuseppe Tuccio, Militello, Comune, 1987; Salvatore Agati, in Cabala e pietre nere (a cura di Nicolò Mineo), Catania, Prova d’autore, 1990; Opere edite di Giuseppe Majorana (in collaborazione con M. Marino), Militello, Comune, 1991; Melo Minnella. Catania, Provincia Regionale di Catania, 1995; Geografia poetica di Salvo Basso, in La figura e le opere poetiche di Salvo Basso (atti del convegno), Catania, Prova d’autore, 2002; Voci per Militello dalla A alla Z (a cura di Nello Musumeci), Catania, Edizioni della Provincia Regionale di Catania, 2003; Osservazioni sul punto di vista, in O scuru – fotografie di Salvo Basso, Catania, Prova d’autore, 2003; Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, storia dell’arte a Militello, Caltagirone, Il Minotauro, 2005; Guida al sistema museale “Sebastiano Guzzone” di Militello (con contributi di altri), Caltagirone, Il Minotauro, 2006; Guida turistica ai quindici comuni del Calatino Sud Simeto (in collaborazione con Domenico Amoroso e Massimo Papa), Caltagirone. Agenzia di Sviluppo Integrato, 2008. NARRATIVA Interventi nelle seguenti antologie: Le voci fra gli sterpi, edizioni 1989 e 1990, Scordia, Edizioni Nadir; Frastorni, Scordia, Edizioni Nadir, 1991; Arrivederci a Sortino, edizioni 1997, 1998 e 1999, Catania, Prova d’autore; Distacchi dentro fuori, Milo, Laboratorio d’arte contemporanea “Village”, 1997; Attioni spectaculose, racconti, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2007; Na mezzanotti antica, traduzione in ottonari siciliani di The Raven di Edgar Allan Poe, Mascalucia (CT), 2007; Evangelio borghese, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008; La Firenze degli Iblei, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008. COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE “Il Secolo d’Italia” di Roma, “La Riviera” di Napoli, “Peninsula” di Vico Equense, “Catania sera” di Catania, “Prospettive” di Catania, “Militello Notizie” organo del Comune, “La provincia di Catania” organo della provincia regionale. Teatro e spettacoli L’orgoglio delle pietre, video, regia di Franco Di Blasi, Azienda Provinciale Turismo di Catania, 1994; La dama della memoria, spettacolo teatrale, regia di Davide Sbrognò, Militello, Atrio del Castello, 1995; Corteo del principe e Partita di scacchi viventi, spettacoli di piazza, registi vari, Militello, tutte le edizioni de “La Settimana del Barocco” e Noto, “Festival barocco”, 2006; La reina di Scotia, riduzione da Federico Della Valle, regia di Elio Gimbo, Militello, Atrio del Castello, 1995; Zizza, adattamento da Pietro Carrera, regia di Gianni Scuto, Militello, Atrio del Castello, 1995; Gli occhi di Tyrone Power, dramma, regia di Elio Gimbo, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1996; Bar New York, commedia, regia di Piero Ristagno, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Nuovo, 1996; La festa del grano, spettacolo di piazza, Raddusa, 1996; Scene di un Natale barocco, spettacolo di piazza, regia di Gioacchino Palumbo, Comiso, Scicli, Modica, Ragusa, 1996/1997; Una storia per Guareschi, commedia, regia di Franco Calogero, Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1997; Conversazione del principe, commedia, regia di Fernando Balestra (ed altri nelle numerose repliche), Militello, Atrio del Castello, 2000; Una canzone per donna Aldonza, tragedia, regia di Antonio Caruso, Militello, Piazza Municipio, 2001; Scene di un Natale barocco, tragedia, regia di Emanuele Puglia, Militello, Piazza Municipio, 2002; Le voci fra gli sterpi, concerto di poesia, regia di Gianni Salvo, Militello, Atrio benedettino, 2004; Na mezzanotti antica, omaggio a Edgar Allan Poe, lettura di Gianni Salvo, Militello, Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, 2007.

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