I forconi siciliani

alba sicilianaANTONIO PAPPALARDO / SALVO GARUFI / LEONE VENTICINQUE

I FORCONI SICILIANI

A Truvatura
Collana di guide culturali
n. 2
Direzione editoriale: Salvatore Paolo Garufi
Impaginazione e grafica: Francesca Tosto
ISBN 978-88-97966-18-0
© COPYRIGHT 2014
E’ vietata ogni riproduzione, anche parziale della presente opera senza l’autorizzazione
scritta della Casa Editrice.
Tutti i diritti riservati.

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I Forconi ed i moti rivoluzionari nel Regno delle Due Sicilie
di Salvo Garufi

1) Perché si scrive un libro
“Il diavolo non ci ha lasciato nessun vangelo per spiegarci il
suo punto di vista” mi disse l’amico Santo Fortunato, oncologo
sensibile ai problemi etici posti dalla medicina, un paio di
mesi prima del fatidico 8 dicembre 2013, data in cui i forconi
decisero di far scattare la mobilitazione generale.

“Che vuol dire?” chiese Pippo Pizzino, che da imprenditore
ed economista sempre pretende precisione e chiarezza espositiva,
anche nelle metafore.
“Mi chiedi che vuol dire?” si stupì Santo. “Gesù non ha forse
detto Io sono la parola? Io credo che si è fatto uomo appunto
per darci in parole il pensiero di Dio. Il diavolo non ha vangelo
da offrirci perché non ha parole e non ha parole perché non
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ha pensiero, Il diavolo è il nulla, il diavolo è la morte. Lo stesso
è accaduto ai forconi. Li hanno definiti delinquenti, mafiosi,
ignoranti, violenti. Altri hanno pensato di potersi arrogare
il diritto di dire come loro la pensano. I forconi non sono ciò
che sono davvero, ma ciò che il potere dice che loro sono. Questo
perché non hanno alcun vangelo da offrire, proprio perché
non hanno accesso alla parola.”
“Fino ad un certo punto, però” disse Pizzino. “I giornali
hanno parlato di loro, eccome! Ormai li conoscono in tutto il
mondo!”
“I giornali hanno detto ciò che hanno voluto e non sempre i
giornali hanno detto la verità” disse Franco Crupi, un gigante
con folti e fieri baffi, che dei forconi è uno dei capi storici.
L’idea di scrivere questo libro nacque così. Ovviamente, si
trattava di pubblicare non un libro sui forconi, ma un libro dei
forconi, dove potesse trovare ordine un aglomerato di disagi
sociali vecchi di due secoli, di azioni politiche ottocentesche,
di volontà di lotta da Partito Comunista ai tempi
dell’occupazione delle terre.
Ma, soprattutto, di dignità.
2) Franco Crupi
Negli ultimi tempi mi incontro spesso con Franco Crupi.
Per la verità, la prima volta che ci vedemmo non gli fui molto
simpatico (ma, mi lusingo che abbia cambiato idea, poiché
adesso sono un suo collaboratore).
Lo dico perché Crupi è una persona molto diretta nel dire ciò
che pensa e non nasconde la sua diffidenza verso i politici in
genere. Se, poi, ci aggiungiamo il fatto che io sarei un politico e
pure un intellettuale, la frittata è fatta (cortigiani, vil razza dannata,
si cantava una volta).
Si era nel marzo 2013 e dei gruppi politici sicilianisti valutavano
la possibilità di una mia candidatura (senza speranza) a
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sindaco di Catania. La si considerava soltanto un’occasione
per far conoscere le nostre idee.
“Non dobbiamo, però, cadere nell’illegalità, come è successo
ai forconi” dissi imprudentemente, in conclusione del mio
intervento.
“Nell’illegalità” si inalberò il sicilianista Crupi, “c’è uno
Stato che sa opporre soltanto la repressione violenta alla
disperazione della gente, dilaniata dalle cartelle della Serit,
dalle comunicazioni delle banche, dall’incapacità e dalla corruzione
della burocrazia, dall’uso strumentale della giustizia,
dalla nullità culturale e morale di politici che si scannano
fra loro, predando poltrone e vitalizi… Nell’illegalità c’è lo
Stato che porta gli imprenditori a suicidarsi, i minatori a barricarsi
dentro le miniere, gli operai a salire sui tetti…
Nell’illegalità c’è uno Stato che permette a politici cicisbei di
spendere e spandere per vizi e divertimenti da miserabili, coi
soldi di un popolo a cui la giornata è resa insopportabile da
questa austerità voluta da un’Europa di speculatori ed usurai…”
Mi guardò, con l’espressione decisa che probabilmente ebbe
Sansone prima di buttar giù tutto.
“E vaffanculo pure l’euro!” concluse.
Il senso della lotta dei forconi c’era tutto, proprio nell’ultima
frase.
3) Pippo Pizzino ed il suo Progetto Sicilia
Nel settembre 2013 ci trovavamo seduti a prendere un caffè,
io, Franco Crupi, Pippo Pizzino e Santo Fortunato. Stavamo
davanti ad un pub di Militello in Val di Catania, proprio
accanto al Museo Civico “Sebastiano Guzzone”, dove si era
tenuta una manifestazione dei forconi, in preparazione della
mobilitazione generale di dicembre.
Quel giorno Pizzino aveva avviato un dibattito piuttosto inte-
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ressante, destinato a diventare la piattaforma economica del
movimento. Aveva, infatti, presentato un suo progetto, che
proponeva l’adozione in Sicilia di una moneta complementare
(che, quindi, affiancasse e non sostutuisse l’euro), il grano.
In pratica, si partiva dall’idea che l’isola dovesse essere governata
come una grande proprietà della Regione Siciliana. Si
poteva, così, ridare centralità al lavoro dei siciliani.
Conseguentemente, si voleva la nascita (o la rinascita) di una
Banca Centrale Siciliana, che emettesse un prestito obbligazionario:
si versavano euro e la banca dava il corrispettivo in
grani e, attraverso questi, si poteva creare crescita e sviluppo
sostenibili in Sicilia. Il valore iniziale di un grano era del doppio
rispetto all’euro, riportando il potere di acquisto delle
famiglie siciliane ai livelli precedenti l’entrata in vigore della
moneta unica. Il prestito veniva garantito dai beni reali della
Regione: consorzi idrici, terme, società di servizi, etc.
Evidendemente, con tale operazione si mirava ad eliminare il
nodo scorsoio delle banche, dato che così ci si indebitava
direttamente coi cittadini siciliani ed i fondi raccolti sarebbero
serviti, oltre che a rilanciare i consumi, a finanziare
l’imprenditoria giovanile isolana.
Cosiderando, infatti, che per i sottoscrittori del prestito era
previsto versamento in euro, a blocchi di cinquemila euro
pari a cinquemila grani, e considerando che i prestiti erano
quinquennali e che, quindi, la Regione si impegnava a restituire
alla fine il doppio del capitale iniziale, ricevendo la somma
in grani spendibili all’interno del territorio siciliano, i sottoscrittori
avrebbero avuto una potenzialità di spesa di cinquemila
grani equivalenti a diecimila euro.
“Così” concluse Pizzino, “noi avremo rilanciato i consumi e,
magari dando in gestione i beni reali della Regione
all’imprenditoria giovanile, favorito l’occupazione.”
“Ed i poilitici?” chiesi. “Come hanno preso queste tue idee?”
“Lasciali perdere, quelli!” esclamò Pizzino. “Pensa che quando,
qualche anno fa, feci uno sciopero della fame a piazza
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Cordusio, a Milano, per cercare di salvare la mia azienda, produttrice
delle famose camicie Castello e che dava lavoro a centinaia
di persone, mi si disse che sarebbe venuto a solidarizzare
con me l’allora ministro Tremonti, subito bloccato da una
telefonata partita da Roma in cui… indovina un po’?… si spettegolava
che io fossi legato alla mafia!”
“Mai sentito dire che un mafioso fa lo sciopero della fame in
difesa dei dipendenti” dissi. “La verità è che credo che la
mafia esiste, ma ho l’impressione che sia molto difficile capire
da che parte sta.”
4) Che persone sono, i forconi
Insiema a Franco Crupi e Santo Fortunato, andavo a Brolo, a
trovare Pippo Pizzino. Guidava Fortunato, che è uno che con
l’accelleratore ci va giù di brutto. Ci fu un momento, addirittura,
che l’ipotesi di lasciarci la pelle si fece concreta. Mentre
si procedeva nella corsia di sorpasso, un’utilitaria ci tagliò la
strada. Qui si vide il sangue freddo del mio amico, che invece
di frenare accellerò, uscendo dall’imbottigliamento e cavandosela
con una lieve strisciata contro gli oleandri al bordo
della carreggiata.
Ci fu un lungo silenzo. Poi, esibendo un’aria rilassata che non
avevo, per sdrammatizzare, chiesi a Crupi:
“Quando cominciò la storia dei forconi?”
“Sedici maggio duemila e undici” rispose, come se non
vedesse l’ora di scordare il momento appena passato. “I reduci
della manifestazione di Roma dell’inizio di quell’anno ci
siamo incontrati ad Avola. Eravamo io, Mariano Ferro e
Pippo Scarlata. C’era anche Martino Morsello. Sentivamo
l’esigenza di nuove proposte. Fu in quella occasione che decidemmo
di chiamarci forconi. Ad Avola, dato che in quel giorno
c’era la visita dell’allora ministro dell’agricoltura, Romano,
occupammo il campanile della Chiesa Madre, il cui par-
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roco era padre Di Rosi. Per quella volta ce la cavammo con
una richiesta di documenti da parte della polizia.”
“Quale era il mestiere di questi primi agitatori?” chiese Fortunato.
“Martino era un allevatore ittico, che s’era ritrovato a dover
licenziare almeno cento operai. Scarlata era un pastore e
Mariano Ferro un imprenditore agricolo a cui avevano pignorato
la proprietà. Per quanto mi riguarda, io sono un agricoltore,
o meglio un bracciante, in atto deliziato dalle visite
dell’ufficiale giudiziario per un prestito non del tutto pagato, a
causa del ritardo del mio pensionamento, di ben tre anni!”
“Tu e gli altri, quindi, non avevate un passato politico” dissi.
“Io ce l’ho. Sono stato sempre un indipendentista e fui eletto
consigliere comunale a Paternò, in una lista che si chiamava
Rinascita Siciliana. Ai miei tempi il sindaco di Paternò era la
signora Ligresti, del centrosinistra. Ovviamente, io militavo
all’opposizione. Ho, poi, avuto una breve vicinanza con Alleanza
Siciliana di Nello Musumeci. Sono arrivato perfino a fare
qualche comizio per questa formazione. Ma, presto ho capito
che lì, di sicilianista, non c’era nulla.”
Ma, forse l’analisi più intelligente sull’azione politica di Crupi
l’ha svolta un intellettuale democristiano, ex sindaco di
Paternò, che anni fa pubblicò un libro molto serio per la
Rubettino Editore, dal titolo Dai normanni ai democristiani, storia
di un gruppo dirigente (Paternò 1943-1993):
Crupi da anni svolge un ruolo importante e costante di critica e polemica
verso tutto il mondo politico e amministrativo, sperimentando
tecniche di protesta efficaci, vivaci, inedite e pittoresche. E’ serio, entusiasta,
inesauribile e s’impossessa di tematiche popolari di forte
impatto psicologico e sociale, condivise dalla generalità dei cittadini.
Proverbiale, fra l’altro, la sua battaglia per la riduzione delle tariffe
per il ritiro dei rifiuti solidi urbani e dell’acqua potabile. Hanno fattezze
clamorose, folkloristiche le sue azioni: un gazebo in piazza Indipendenza,
altoparlanti e slogan in svolazzanti cartelli da lui stesso realizzati.
C’è anche la bandiera giallo-rossa della Trinacria, che garrisce
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al vento. In questo periodo il suo interesse è concentrato in generale
sul Comune. Senza mezzi termini chiede a gran voce lo scioglimento
del Consiglio comunale. Non salva nessuno, Crupi.
Adesso la riproposta, richiesta di scioglimento è suffragata da centinaia
di firme e propagandata: un corteo di cittadini sfilerà per le vie
della città e la depositerà nella caserma dei carabinieri. Negli stessi
giorni della protesta, Crupi e i suoi amici di Rinascita hanno svolto
un ruolo di utilità sociale, raccogliendo centinaia di siringhe, bonificando
luoghi abitualmente frequentati dai tossicodipendenti.
5) Protostoria dei moderni forconi
In diverse occasioni, negli incontri avuti con Crupi, con
l’esplicito intento di dare ordine ed una comprensibile piattaforma
politica al movimento, ho cercato di fargli rievocare le
tappe delle prime azioni pubbliche. Non è stata un’impresa
da poco, poiché il personaggio è un classico uomo d’azione,
poco incline a catalogare fatti e date.
“Prova ad elencarmi qualcosa” gli dissi nel mio ufficio, pronto
a prendere appunti.
“A Messina ci fu una sfilata con ampia partecipazione. In
seguito ci fu una manifestazione a Catania, in via Etnea: partimmo
in quattrocento da piazza Università e poche centinaia
di metri più avanti, a piazza Stesicoro, eravamo oltre tremila.
Feci un discorso davanti alla Villa Bellini, che mi diede la
soddisfazione di un unanime consenso. Il discorso, infatti, fu
ripreso da un passante, che lo mandò su You tube col titolo Sentite
quest’uomo che parla col cuore. Ci furono 1.800.000 visite
condivise, dall’Italia e dall’estero. Un altro mio discorso tenuto
a San Cataldo, mandato in video su You tube, ha superato il
milione di visite.”
“Ma, perché state in divisa?”
“Non è mica una divisa! E’ solo orgoglio di appartenenza. Si
è dei forconi stando in abiti da lavoro, col solo segno distinti-
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vo di un cappellino blu.”
“Non implica, quindi, alcun significato di milizia di partito?”
“Noi rifiutiamo l’appartenenza partitica. La sofferenza di un
popolo non si può frazionare.”
“Ho avuto notizia che fosse vicino ai forconi anche un mio
vecchio amico ed avversario politico in tante campagne elettorali
a Militello, Antonio Lo Presti, che fu sindaco del centrosinistra
e che purtroppo è morto in un tragico incidente
con la sua bicicletta.”
“Antonio morì prima che nascessero ufficialmente i forconi.
Ma, debbo dire che, personalmente, lo stimavo molto, dato
che lo avevo incontrato in alcune riunioni, quando si era ancora
ad un livello magmatico.”
“Continuiamo con l’elenco delle vostre azioni.”
“I primi nostri interlocutori sono stati i trattoristi. A dicembre
ci fu un blocco e fummo contattati dagli autotrasportatori di
Richichi. Il blocco durò quattro giorni, coi forconi ancora
senza statuto, quindi la principale forza d’urto fu quella degli
autotrasportatori. Io personalmente non firmai, perché volevo
un nostro statuto e per divergenze con gli autotrasportatori.
Infatti, lo sciopero doveva essere nazionale, ma l’ultimo
giorno i camionisti si tirarono indietro.”
“Vi si accusa di aver fatto molti danni, in quell’occasione.”
“in tempi ordinari, mediamente un bancale di arance resta
fermo venti giorni e lo sciopero è durato quattro giorni.
Bastava dare i giusti preavvisi. Il danno ci fu perché ripresero
lo sciopero al Nord per altri quattro giorni, a cui seguirono
sette giorni di neve e di gelo.”
6) il primo organigramma
“Ci fu una spaccatura” riprese a dire Crupi. “Martino Morsello,
considerato troppo vicino a Forza Nuova, venne espulso
in maniera non limpida e prese per sé il simbolo iniziale dei
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forconi.”
“Questa della spaccatura mi pare che sia l’eterma maledizione
dei partiti rivoluzionari, e di quelli siciliani in particolare.”
“Già. L’esecutivo che allora venne fuori fu: Mariano Ferro
Presidente, Pippo Scarlata Vice-presidente e Franco Crupi
segretario.”
“E riprendeste l’azione?”
“Ci fu una manifestazione a Palermo nel marzo 2012, che
vide 30.000 aderenti davanti all’Assemblea Regionale. Seguirono
trattative con l’allora presidente Raffaele Lombardo,
che ottenne per noi un tavolo tecnico a Roma con l’allora
primo ministro Monti. Fu una grande novità. Il tavolo tecnico
nei fatti ci riconosceva come una forza rappresentativa. In
autunno tornammo a manifestare a Palermo e questa volta fu
Lombardo ad aprire un tavolo tecnico, con la presenza dei
suoi assessori. Ci lasciammo in un clima infuocato, dato che
chiedavamo una seria revisione della normativa sull’obbligo
di presentare il DURC (riguardante gli oneri sociali che
taglieggiano le imprese) e sui poteri della Serit, oggi anche Equuitalia
(riguardante i sistemi usurai e vessatori di riscossione di
imposte e contravvenzioni).”
“Vi si accusa di essere vicini ad ambienti delinquenziali, se
non addirittura mafiosi.”
“Vorrei ricordare che non è la prima volta che un regime
calunnia quelli che perseguita. Anche la mafia, quando
ammazzava, faceva sempre in modo che si pensasse ad un
delitto d’onore. D’altra parte, in manifestazioni tanto affollate,
come fai a controllare la fedina penale di tutti? Senza contare
che in queste occasioni non mancano mai gli infiltrati,
magari al servizio del potere. Ma, posso assicurare che tra i
nostri militanti non ci furono delinquenti e nessuno di noi si è
mai reso protagonista di episodi di violenza. La violenza,
casomai, l’abiamo subita dal sistema, che spesso ha proibito
le nostre manifestazioni.”
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7) C’è vita sullo Stretto di Messina
Nell’autunno 2013 ci fu un altro viaggio, questa volta verso
Gioiosa Marea, per assistere ad una conferenza di Pippo Pizzino,
che apriva una raccolta di firme, che portasse in dibattito
all’Assemblea Regionale il suo Progetto Sicilia, per
l’introduzione della moneta complementare siciliana.
All’altezza di Messina mi venne in mente l’impresa di Beppe
Grillo, che, per aprire l’ultima campagna elettorale regionale,
attraversò a nuoto lo Stretto.
“Che pensi dei grillini?” chiesi a Crupi.
“Se dovessi votare, voterei per Grillo. Anche se non siciliano,
ha saputo prendersi la protesta.”
“Io l’ho votato” commentai. “Come fai a non votare uno che
apre un discorso attraversando a nuoto lo Stretto di Messina?”
“A proposito di Stretto… abbiamo fatto una manifestazione
a Villa San Giovanni nel luglio 2012. Per la prima volta da noi
è sbarcato un traghetto in cui sventolavano centinaia di bandiere
siciliane.”
“Ne ho saputo qualcosa da un mio amico militellese, Iano Scicli.
Racconta di essersi arrampicato sulla ciminiera del traghetto,
per mettere la bandiera siciliana.”
“Era un segnale per Roma. Ci siamo piazzati all’imbocco
dell’autostrada ed abbiamo bloccato i camion. L’80% portava
ortofrutta forestiera, che poi sarebbe ripartita come produzione
siciliana. Quel giorno passò il Prefetto con la moglie e
pare che persino la signora abbia espresso solidarietà con noi.
Così, almeno, mi è stato raccontato dallo stesso Prefetto.”
“Quali furono i risultati?”
“Il Prefetto si impegnò a trasmettere le nostre ragioni a Roma
e mandò due lettere al Ministro per ottenere un incontro che
portasse ad una legge anti-taroccamento, prevedendo seicentomila
euro di multa e fino a cinque anni di chiusura.”
“Scommetto che non ci fu nessuna risposta.”
“Hai vinto la scommessa.”
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8) Politica internazionale
Il bar di Catania dove io e Crupi, ogni volta che ci incontriamo,
prendiamo il caffè è a due passi dalla vecchia sede della
Casa Editrice, in via Vittorio Emanuele Orlando. E’ un locale
piccolo, ma il caffè è bevibile ed il bagno è tenuto pulito.
Nonostante ciò, non vediamo l’ora di uscire, perché il caffè
chiama la sigaretta e la sigaretta chiama la chiacchierata.
“Mica esiste solo la Sicilia” gli dissi l’ultima volta che ci
vedemmo. “C’è l’Italia, c’è l’Europa… come facciamo ad aiutare
la Sicilia senza pensare a loro?”
“Beh, per intanto non mi dispiacerebbe se uscissimo
dall’euro, anche se non ne faccio una religione. Una cosa è
sicura: la sovranità politica e monetaria ti dà più libertà di
manovra per difenderti dalle crisi economiche.”
Tirò una boccata dal mozzicone di sigaretta rimastogli, che
poi gettò via, per prendersi un’altra sigaretta.
“Lo stesso per l’indipendentismo” riprese a dire. “Personalmente,
sono quasi obbligato a preferirlo, dato che
l’autonomia fino ad adesso è stata una presa per i fondelli.
Dico la verità: a me l’Italia piace; però, non mi piace che la
Sicilia sia una sua colonia.”
9) Dai forconi al movimento dei “forconi siciliani”
Se ricordo bene, accadde mentre attraversavamo la strada
sotto la pioggia, per raggiungere la macchina di Crupi.
“Ma, concretamente, cosa proponi?” gli chiesi.
Non mi rispose. Aprì gli sportelli della macchina e mi fece
accomodare al riparo dall’acqua.
“Cosa propongo?” disse. “Primo: Sicilia smilitarizzata, cosa
fra l’altro prevista dal Trattato di Parigi.”
“Buono. E poi?”
“Nell’ultima manifestazione a piazza del Popolo, quella
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disertata da Mariano Ferro, mentre il ministro non ascoltava
le nostre ragioni, ho concluso il mio discorso gridando: dignità!
dignità! dignità!”
“Ottimo. E poi?”
“Rispetto per le minoranze, rispetto per le differenze.”
“Resta da chiarire come si arriva ad avere queste belle cose.”
“Non aspettando, i siciliani, il messia che viene da fuori. Il
partito dei forconi siciliani non era previsto che nascesse. Ciò
che facevamo era come un ripetersi dei Vespri Siciliani. Ora,
come già mi fai capire tu, c’è bisogno di intellettuali. Il movimento
deve arricchirsi di conoscenza. Il vecchio direttivo non
è cresciuto culturalmente. Bisogna studiare e dare ordine
mentale alla nostra azione.”
“Quindi?”
“Quindi, mettetevi al lavoro, tu, Pippo Pizzino, Santo Fortunato.
Dateci idee e, soprattutto, esponetele!”
“Per la mia parte, cercherò!” dissi, fingendo una preoccupazione
che nascondeva il piacere di tornare in campo.
“Non credo più che i vecchi movimenti sicilianisti possano
riorganizzarsi. Si sono dimostrati del tutto inadeguati a portare
avanti un discorso politico libero. Per questa loro insipienza
sono rimasti tagliati fuori dalla politica vera. Io, invece,
voglio riprendere la lotta: o ci danno una vera autonomia,
o ci prendiamo l’indipendenza.”
‘’Si combatte, quindi, per la Patria siciliana?’’
“La nostra grande Patria è il Mar Mediterraneo, con tutto il
suo secolare carico di storia, di arte, di letteratura, di scienza e
di filosofia. Non è colpa mia se la Sicilia si trova al centro
della mia Patria e ne rappresenta l’anima ed il respiro, la radice
ed il fiore.”
Mi prese a braccetto, con aria scherzosa, forse per non caricare
di retorica il suo bisogno di solennità, e mi disse:
“Per quanto riguarda il tuo compito, aiutami a mettere una
fotografia sul ceppo di Randazzo, dove fu ucciso Canepa.”
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10) Alle origini del sicilianismo riformista: il vicerè Domenico
Caracciolo
Ho voluto raccontare i miei incontri con Crupi e con gli altri
amici per rendere evidente come lo spirito, i gesti, i comportamenti,
le azioni, le aspirazioni, le soluzioni dei forconi siano la
continuazione di una storia, apertasi un paio di secoli fa, che
oggi pone nuove prospettive politiche, soprattutto se pensiamo
ad una macroregione euro-asio-africana (praticamente, il territorio
dell’antico impero romano), su base federale, che ci dia
forza e numeri per competere con le realtà cinesi, indiane, russe,
etc.
I precedenti storici risalgono alla lunga serie delle agitazioni
rivoluzionarie in Sicilia e nelle nazioni mediterranee.
I presupposti politici, invece, sono ascrivibili al periodo seisettecentesco,
quando la composizione sociale dell’area di
influenza spagnola si aprì a decisi cambiamenti.
In quei due secoli avvenne un vero e proprio ribaltamento
sociale, da cui nacque la nuova classe dei professionisti e dei
burocrati, gente che concepiva i rapporti tra gli uomini soltanto
sulla base del denaro e delle regole, strangolando ogni identità.
All’arrivo dei garibaldini, per esempio, nella cittadina siciliana
di Militello in Val di Catania, in una popolazione che non
arrivava a diecimila abitanti, la decadenza del regime borbonico
venne votata da 28 sacerdoti, 6 padri benedettini, 15 avvocati,
12 medici, 5 farmacisti, 4 architetti e 3 notai. Tali presenze
(soprattutto i notai, compagni inseparabili dei massari, la
vera borghesia siciliana) venivano dall’ambiente favorevole
creato dal viceré Domenico Caracciolo.
Egli aveva fatto diventare un vero e proprio programma di
governo la lotta al feudalesimo siciliano. Infatti, con ordinanza
dell’8 novembre 1788 aveva abolito le angarie (cioè, le prestazioni
lavorative obbligatorie e gratuite). Poi, con ordinanza
del 4 maggio 1789 aveva liberato i sudditi dalle servitù perso-
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nali. Poi ancora, nella deputazione del regno (nominata
direttamente dal viceré e non più dal parlamento dei baroni) i
nobili erano passati da dodici (la totalità) a quattro. Inoltre,
era stata introdotta la vaccinazione antivaiolosa. Ed, infine,
era stata proibita la monacazione dei minorenni e dei figli unici.
L’azione del Caracciolo veniva dalla mobilitazione di nuove
energie intellettuali, che fra l’altro aspiravano ad una gestione
diretta del potere, ben lontane dalle antiche figure di cortigiani.
Molti rappresentanti di questa classe di professionisti e burocrati
(gli stessi che oggi soffocano ogni tentativo di cambiamento)
avevano studiato in scuole appositamente nate per loro. Per
esempio, nella Sicilia orientale una particolare rinomanza
l’ebbe il collegio Capizzi di Bronte. Esso continuò ad essere
molto reputato anche nell’Ottocento e per buona parte del
Novecento, tanto che, insieme al Pennisi di Acireale, fu un
pilastro dell’educazione.
11) Il primo partito dei nuovi ceti liberisti: la massoneria
Il vicerè di Sicilia che succedette al Caracciolo fu il Gran Maestro
della massoneria Francesco Maria d’Aquino, principe di
Caramanico.
Le prime logge massoniche di cui in Sicilia si ebbe notizia risalivano
al 1754 ed operavano sotto l’autorità della Loggia di
Marsiglia. Nel 1760 esse ottenevano una nuova Costituzione
dalla Gran Loggia d’Olanda.
Appena sette anni dopo, però, le logge siciliane passarono al
rito inglese, finché non si deliberò di costituire una Gran Loggia
Nazionale dello Zelo a Napoli.
Questa, a sua volta, costituì quattro nuove Logge: della Vittoria,
dell’Uguaglianza, della Pace e dell’Amicizia. Confermò, inoltre,
due Logge dipendenti, una a Messina e l’altra a Caltagiro-
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ne. In seguito, nacquero anche le logge di Catania e di Gaeta.
Nel 1779 esisteva la loggia dell’ardore di Catania, quando la
Gran Loggia Nazionale di Napoli era guidata da Diego
Naselli e aderiva al rito dei riformati di Lione.
Dopo avere incorporato la loggia degli intraprendenti di Caltagirone,
quella di Catania contava diciotto membri. Altre
logge in Sicilia erano quella della Vittoria di Trapani (quindici
membri), quella della Concordia di Palermo (ventisei membri)
e quella de’ Costanti o della Riconciliazione di Messina (quindici
membri).
La massoneria favorì la crescita dei professionisti e dei burocrati,
nati dalla necessità dello Stato centrale di avere funzionari
capaci nei nuovi centri urbani, che nascevano attorno
all’imprenditoria agricola dei feudatari siciliani (qualcuno
l’ha definita capitalismo feudale).
Finché, ad interrompere la disponibilità riformatrice di Ferdinando
di Borbone, non arrivarono le paure suscitate dalla
rivoluzione francese del 1789, dato che la regina Maria Carolina,
grande intrigante, era sorella della decapitata Maria
Antonietta.
Nacque, così, un generale clima di sospetto, tragicamente
confermato il 9 gennaio 1795 dall’improvvisa morte del Caramanico.
Si parlò di veleno, dato che chi ci guadagnava era
l’amante di Maria Carolina, lord Acton.
12) Il governo antifeudale di Carlo Cottone
Nel 1797, durante la Settimana Santa, vi fu un tentativo
insurrezionale repubblicano, capeggiato dal giurista Francesco
Paolo Di Blasi (poi decapitato il 20 maggio). Inoltre, le
fibrillazioni causate dall’irrompere in Italia delle armate
napoleoniche fecero della Sicilia un interessante laboratorio
politico, come banalmente si dice oggi. Si costruì in
quell’occasione una alternativa moderata alla rivoluzione.
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Il protagonista del riformismo siciliano nei primi
dell’Ottocento fu il principe Carlo Cottone di Castelnuovo,
che grazie alla protezione del plenipotenziario inglese in Sicilia,
lord Bentinck, riuscì alla fine a far approvare una Costituzione
liberale.
Purtroppo, tale cambiamento politico non bastò ad evitare le
tempeste abbattutesi sul governo siciliano. Non si riuscì, per
esempio, ad alleviare il peso fiscale.
I ministeri, poi, erano sistematicamente attaccati da sinistra,
con le critiche del deputato catanese Emanuele Rossi e del
senatore palermitano Giuseppe Vaccaro.
La situazione esplose dopo un discorso del presidente della
Camera dei Comuni, Cesare Airoldi, in cui i deputati (allora
come oggi) venivano esortati ad occuparsi prima di tutto
delle dissestate finanze del Regno.
Si realizzò a quel punto il convergente attacco dei demagoghi
di snistra e dei moltissimi realisti ferdinandei eletti nel nuovo
parlamento, apertosi il 18 luglio 1813.
Puntualmente, perciò, arrivarono i disordini di Palermo,
nella notte del 18 luglio e, a questo punto, il principe Carlo
Cottone di Castelnuovo dovette lasciare il governo.
Col ministero del marchese Ferreri, successo a Cottone, i fermenti,
lungi dal placarsi, portarono a contrapposizioni fra
deputati, divisi in cronici ed anticronici. I primi erano i costituzionalisti,
sostenuti dal giornale “La cronaca di Sicilia”; i
secondi erano i loro avversari. Data la rivalità tra i due capi,
Cottone e Ventimiglia, un altro modo di chiamare le due
fazioni era quello di villermosisti (Cottone era principe di Villermosa,
oltre che di Castelnuovo) e belmontisti (essendo il
Ventimiglia principe di Belmonte).
Disgraziatamente, le simpatie inglesi verso il regime costituzionale
erano troppo asservite alle variabili della guerra a
Napoleone, per rappresentare un forte baluardo a favore delle
argomentazioni dei cronici villermosisti.
Col ritorno di Bentinck dalla campagna di Catalogna,
22
comunque, il parlamento venne sciolto e Cottone fu richiamato
al governo.
Questa volta, però, si volle mettere insieme la sinistra villermosista
e la destra belmontista. Si tentò, cioè, quello che oggi
si chiamerebbe inciucio, o governo di larghe intese.
Ma, com’era prevedibile, ciò non bastò a placare i continui
dissidi tra deputati. Già i siciliani sono nati litigiosi. Se poi
sono siciliani e pure deputati, è facile immaginarne il caos.
La conclusione fu la più ovvia: nel 1814 il Ventimiglia finì per
invocare il ritorno al potere di Ferdinando.
Il re venne richiamato e successe ciò che il Medici (futuro
primo ministro del Regno delle Due Sicilie) ebbe a scrivere:
Molti siciliani preferiscono perdere nel modo peggiore, pur di non
darla vinta ad un avversario migliore.
13) Il partito e rivoluzionario: la carboneria
Tramontato l’astro di Napoleone, la Sicilia perdette ogni interesse
strategico per l’Inghilterra (per le basi navali, Malta era
più che sufficiente). L’11 luglio 1814, al posto di Bentinck,
venne William ’ A Court. Il Regno di Sicilia non ebbe neppure
rappresentanza al Congresso di Vienna.
Nel 1815 Ferdinando mise definitivamente fine al Regno
autonomo di Sicilia. Nasceva il Regno delle Due Sicilie.
La Carboneria fu, perciò, una prima risposta ad un potere che
negava ogni rappresentanza popolare. In questo senso, da
essa nacquero tutte le rivoluzioni del Regno delle Due Sicilie.
La composizione sociale delle sette era un allargamento di
quella massonica: sfiorava il mondo emergente dei possidenti,
ma c’erano soprattutto professionisti, militari e burocrati. Oltre a
questi, c’erano pure alcune donne, dette Sorelle Giardiniere,
con la funzione di diffondere gli ordini, eludendo i controlli
della polizia (forse è un caso, ma fino a poco tempo fa le maestre
di asilo si chiamavano maestre giardiniere).
23
14) I gradi carbonari
Come in ogni società segreta che si rispetti, non a tutti gli
adepti erano note da subito le finalità ultime della setta. Alla
conoscenza si arrivava per gradi.
Nel 1° grado si era soltanto apprendisti. Il nuovo cugino (così i
carbonari si chiamavano fra di loro) era un novizio pagano,
smarritosi nel buio della foresta.
La simbologia della foresta era legata a quella della morterinascita,
poiché la carbonizzazione del legno implica l’idea
della combustione e della trasformazione attraverso il fuoco.
In altre parole, si trattava di una purificazione che faceva
diventare il novizio (cioè, il legno) un agente della rivoluzione
(cioè, il materiale per scatenare l’incendio).
Quindi, quando aderiva alla società, l’apprendista andava a
cercare la luce nel Tempio della Virtù, dove con diffidenza si viene
accolti, per cui, spogliato dei metalli e accompagnato nel gabinetto
di riflessione, veniva interrogato sulle ragioni della sua richiesta.
In seguito, l’adepto veniva condotto a fare i tre viaggi simbolici.
Era sottoposto, cioè, a prove tendenti a provarne il coraggio,
per essere pronto a prestare il giuramento, con il quale si impegnava
a mantenere il segreto, a soccorrere ed aiutare i Cugini in difficoltà
e ad essere sempre a disposizione dell’Ordine.
A questo punto, egli poteva assumere un nuovo nome, scelto
fra quelli della tradizione greco-romana, oppure fra i simboli
di lotta contro la tirannide (questo, sia per confermare la
morte rituale, sia per agevolare la lotta politica clandestina).
Così, si diventava parte della famiglia carbonarica, che è una sola
in tutta la terra. Ciò implicava che al suo interno erano tutti fratelli,
senza alcuna divisione sociale. In questo grado, infatti, si
propagandavano idee vagamente umanitarie e si coltivavano
attività filantropiche.
Le cerimonie carbonare rivelavano una derivazione dalla simbologia
cattolica. Le parole sacre, infatti, erano quelle religiose:
fede, speranza, carità. C’era, inoltre, il culto dei Santi (addi-
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rittura, San Teobaldo era il patrono dei carbonari).
La setta, perciò, poteva essere collocata nel filone culturale
del cristianesimo esoterico, come quello degli Illuminati di
Baviera, o quello giovanneo (dove si credeva ad una iniziazione
cristiana originaria, fondata su una rivelazione segreta di Gesù, trasmessa
per via orale ai discepoli e, quindi, a una catena di iniziati).
Altrettanto evidenti erano le derivazioni massoniche, che avevano
una simbologia legata ai costruttori di cattedrali, per cui
all’entrare di un nuovo adepto la pietra grezza deve essere sgrossata
e squadrata. Si possono, inoltre, fare puntuali paralleli tra i
linguaggi carbonaro e massonico: apertura dei lavori = apertura
dei travagli, cugini = fratelli, pagano = profano, pezzo di fornello =
pezzo di architettura… e così via.
Il 2° grado, detto pitagorico, era quello dei maestri.
Da qui si cominciava a sapere. Ma, c’era l’obbligo del più assoluto
riserbo, pena la morte (e probabilmente fu questa la
causa della scarsa conoscenza che si ha della storia della setta).
I maestri parlavano di costituzione, di indipendenza e
libertà, di lotta contro il dispotismo politico.
Il rituale prendeva spunti dal grado diciottesimo della massoneria
di rito scozzese del Sovrano Principe Rosa-Croce. In particolare,
partendo dal sacrificio di Cristo, alla simbologia cristiana
si sovrapponeva quella del ciclo di morte e rinascita vegetale:
foglie, terra, ceppo, ciocco, fascina, ascia, scala di legno.
Si passava, poi, alle parole di felce e ortica, piante che mescolate
alla terra separano gli strati di legna, per favorire la carbonizzazione.
Infine, c’è da dire che i debiti lessicali verso la massoneria vengono
confermati dall’idea carbonara del gomitolo di filo, simbolo
muratorio della catena d’unione, che può essere anche una catena
dei diritti naturali, oppure un modo per legare il tiranno.
Il 3° grado era quello di gran maestro. Inizialmente nato come
grado amministrativo, esso era divenuto il grado operativo del
progetto finale dell’Ordine, nel quale si proclamava
l’aspirazione a creare, con la restituzione all’uomo della purezza pri-
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mordiale, un regime di eguaglianza sociale, nella forma politica
della Repubblica. Cosa che implicava la lotta contro la superstizione
religiosa e il dispotismo del principe, la spartizione
delle terre e la promulgazione della legge agraria.
Qui, in particolare, si vede l’influenza degli Illuminati Bavaresi
e di Gracchus (nome di battaglia di Francois-Noël) Babeuf,
dai quali fu pure ripreso il programma del partito comunista.
Nella Francia rivoluzionaria Babeuf e Filippo Buonarroti (i
due si erano conosciuti in carcere) avevano elaborato alcune
teorie estremiste ed utopistiche, ancora di natura rurale e precapitalistica.
A loro parere, la società doveva essere costituita
da piccoli coltivatori e da artigiani, il cui prodotto doveva essere
messo in comune e ridistribuito con criteri egualitari. Tale comunanza
doveva essere garantita dalla dittatura di un ristretto
numero di virtuosi (da dove, poi, venne l’idea della dittatura del
proletariato, gestita dal Comitato centrale del partito comunista).
Le parole sacre del rituale del terzo grado, quindi, erano Libertà
e Uguaglianza, per cui il cittadino che amava la Patria lottava
per questi valori e per la costituzione.
In ultimo, il 4° grado era quello di Grande Eletto. Questa figura
presiedeva una vendita centrale, ai cui ordini c’erano venti vendite
periferiche.
L’organizzazione carbonara, infatti, era molto articolata. I
nuclei locali venivano chiamati baracche; gli agglomerati più
grandi vendite.
I rappresentanti di più vendite centrali costituivano un’alta
vendita. A loro volta, i rappresentanti delle alte vendite formavano
la vendita suprema.
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15) Il giuramento e lo statuto
Il giuramento dei grandi eletti era questo:
Io giuro in presenza del Gran Maestro dell’Universo e del Grande
Eletto, buon cugino, di impiegare tutti i momenti della mia esistenza
a far trionfare i principi di libertà, di uguaglianza e di odio alla tirannia,
che sono anima di tutte le azioni segrete e pubbliche della rispettabile
Carboneria.
Io prometto, se non è possibile di ristabilire il regime della libertà
senza combattere, di farlo fino alla morte.
L’esplicita definizione degli scopi, infine, veniva fissata nello
statuto:
Art. 1 – Tutti i Carbonari si chiamano Buoni Cugini; di qualunque
paese essi siano, e dovunque trovinsi, sono sempre membri
dell’ordine cui appartengono, e fanno parte integrale della società,
poiché la Carboneria forma una sola famiglia, essendo unico
l’oggetto a cui tende.
Art. 2. – La Carboneria è un ordine che ha per oggetto la perfezione
della società civile.
Art. 3. – In qualunque paese dove esistono dieci Buoni Cugini Carbonari
almeno, potrà installarsi una vendita regolare.
Art. 4. – La vendita non è altro che la riunione dei buoni cugini Carbonari.
Art. 5. – La vendita adotta un titolo distintivo, ed il suo paese assume
il titolo di Ordine: tutte travagliano sotto gli auspici del glorioso S.
Teobaldo, la cui festa si celebra il 1° luglio.
Art. 6. – Ogni vendita di qualunque grado avrà indispensabilmente
sette dignitari, cioè Gran Maestro, primo assistente, secondo assistente,
oratore, segretario, tesoriere, archivista. Possono avere degli
ufficiali, che saranno in appresso nominati. I primi tre dignitari si
chiamano Luci.
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16) Lotte carbonare del 1821
Il primo gennaio 1820, improvvisamente, la carboneria entrò
in azione a Cadice, in Spagna, dove scoppiò la ribellione delle
truppe, che dovevano imbarcarsi per andare a sedare le insurrezioni
delle colonie americane.
Al comando dei ribelli, insieme al colonnello Quiroga, c’era
il colonnello Riego. Quest’ultimo rappresentava una lampante
dimostrazione dell’esistenza di una vera e propria internazionale
delle sette segrete, dato che era membro della versione
spagnola della carboneria: i comuneros.
La richiesta era il ripristino della Costituzione spagnola del
1812, che nel 1814 era stata abrogata dal re Ferdinando VII di
Spagna.
Su questa parola d’ordine, ben presto, ai rivoluzionari si unirono
le truppe mandate a combatterli, per cui, il 7 marzo, il
monarca spagnolo non poté fare a meno di prendere atto
della situazione.
Nel Regno delle Due Sicilie, già nel maggio del 1817 si radunarono
i carbonari di Napoli e di Salerno. Con loro c’era il
Supremo Magistrato della setta lucana.
Si era costituito in tal modo il comitato centrale della carboneria
dell’intero regno, che aveva stabilito che la rivoluzione
doveva scoppiare entro quello stesso mese. Poi, si era rinviato
a settembre ed a settembre si era rinviato a data da destinarsi.
L’idea era stata ripresa nel 1818 dalla suprema gerarchia carbonara,
l’alta vendita di Salerno, fissando l’azione per febbraio.
A febbraio non era successo niente. A quel punto, persino
il governo aveva smesso di preoccuparsi, allentando la repressione.
Nel 1819, ancora, si ridava l’ordine di tenersi pronti, per quando
non era dato saperlo. Per fortuna, nel frattempo, l’idea carbonara
era penetrata profondamente nell’esercito regolare ed
in questo senso gli ufficiali dell’esercito borbonico Michele
Morelli e Giuseppe Silvati, non delusero le aspettative. Nella
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notte tra l’1 ed il 2 luglio 1820, alla testa dei loro reggimenti di
cavalleria, antesignani di una futura e più famosa marcia su
Roma, marciarono su Napoli.
17) Luigi Minichini
La miccia della rivolta del 1820 in Campania venne innescata
da poche decine di carbonari di Nola. Questi erano guidati
dall’abate Luigi Minichini, una strana figura di religioso,
forse così innamorato della giustizia, da trascurare il consiglio
evangelico di dare a Dio quello che è di Dio. Egli, infatti,
per intanto intendeva dare a Cesare quello che è di Cesare, o
meglio a Ferdinando quello che era di Ferdinando (col piccolo
particolare che ciò che voleva dargli era la forca).
Minichini era nato in una famiglia di agiati possidenti. Il
padre avrebbe voluto farne un prete ed egli lo aveva accontentato
fino al suddiaconato. Poi, si era tolto la tonaca, trasferendosi
in Inghilterra per due anni.
Tornato, aveva ripreso gli abiti religiosi, entrando in un convento
di Napoli. Si era, quindi, dedicato agli studi ed aveva
finito per dirigere il Collegio dei Frati Ignorantelli di San Giovanni
in Galdo, nel Molise.
Qui era entrato nella carboneria e subito aveva mostrato un
carattere perlomeno deciso, quando aveva avvelenato, insieme
a quattro complici, un poveraccio che serviva messa. Gli
si voleva impedire di riferire ciò che non avrebbe dovuto neppure
sapere. In quell’occasione, la setta aveva dispiegato tutta
la sua potenza, corrompendo i giudici e facendolo rimettere
in libertà.
Ora, alla testa di qualche facinoroso marciava sulla strada per
Avellino, insieme a 127 soldati comandati da Morelli e Silvati.
29
18) La marcia su Napoli
Morelli, Silvati e Minichini si diressero a Napoli. All’inizio
furono in pochi ad unirsi al drappello. Però, a Monteforte (dodici
chilometri appena da Avellino) si fecero numerosi.
Ad Avellino, il tenente colonnello De Concilj, comandante in
assenza di Guglielmo Pepe, era incerto. Come Pepe, neanche
lui era carbonaro; ma, non disdegnava contatti ed amicizie
con la setta.
Infine, De Concilj decise di bloccare i dimostranti fuori della
città ed, al contempo, mise in stato di allarme le truppe.
L’effetto fu che la notizia del moto si diffuse fulmineamente
in tutta la provincia.
Il 3 luglio Morelli, forzando le incertezze di De Concilj,
entrava in città e, di fatto, assumeva il comando di tutti i soldati
che vi erano stanziati.
Il 9 luglio i rivoluzionari entrarono a Napoli.
Il Re si finse malato e passò la mano al figlio, come suo vicario
(si ripeteva, praticamente, la situazione del ’12, in Sicilia).
Fu, quindi, Francesco, insieme ai principi reali, ad assistere
dai balconi della reggia alla sfilata dei costituzionalisti che
entravano a Napoli.
Il corteo procedette fra due ali di folla festante. In testa c’era il
battaglione di Nola, autonominatosi battaglione sacro. A
seguire, si vedevano le bande musicali ed i regimenti insorti,
con a capo il generale Pepe, fiancheggiato dai colonnelli
Napoletano e De Concilj. Non mancavano, ovviamente, la
Vendita “Muzio Scevola” di Nola, guidata da Minichini, ed
alcune migliaia di carbonari, con le loro bandiere tricolori:
rosso, nero e azzurro.
I principi nei balconi della reggia si fregiarono della coccarda
carbonara. Seguì un’ovazione. Poco dopo, il re ammalato ricevette
Pepe e gli altri capi del movimento.
19) Il primo vero movimento indipendentista siciliano
Il 14 luglio la notizia della rivoluzione napoletana era arrivata
a Palermo. Il re, però, aveva giurato fedeltà alla costituzione
spagnola, cioè ad una carta che lasciava integro ed unitario
il Regno delle Due Sicilie, senza prevedere alcuna forma, né
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di federalismo, né di autonomismo.
A complicare le cose, Messina, la secolare rivale della capitale,
si era subito adeguata. Per questo, sotto la pressione popolare,
il principe di Scaletta, governatore militare, aveva promulgato
la costituzione spagnola, accettando di fatto il predominio
di Napoli.
Per conseguenza, a Palermo non aveva tardato a ricostituirsi
il vecchio partito dei cronici e subito all’occhiello di tante giacc
h e e r a c o m p a r s o u n n a s t r o g i a l l o , s i m b o l o
dell’indipendenza dell’isola.
“Vogliamo la costituzione siciliana del ‘12” avevano chiesto
i cronici al luogotenente del re, l’anziano generale Naselli.
Per converso, erano ricomparsi anche gli anticronici, questa
volta a favore della costituzione spagnola. Il 15 Naselli promulgò
la costituzione spagnola e pose Palermo in stato di assedio.
La popolazione della città, in risposta, cominciò a chiedere
l’indipendenza e, per essere meglio ascoltata, assaltò la casa
di un mercenario irlandese al servizio dei borboni, il generale
Church. Motivo? L’uomo aveva strappato il nastro giallo
appuntato sulla giacca di un cittadino.
“Viva Palermo e Santa Rosalia!” gridò, a quel punto, padre
Gioacchino Vàglica, monaco del convento di Sant’Anna. “Sicilia
indipendente e libera! A morte i forestieri!”
I popolani gli andarono dietro, inebriati dal gusto del saccheggio,
tanto che dopo aver devastato la casa di Church, liberarono
i prigionieri delle carceri. Da quel momento, Palermo
cadde in mano loro e cominciarono le uccisioni.
I primi a morire furono due uomini che non avevano fatto
mancare il loro impegno nell’esperienza costituzionale del
’12, il principe di Cattolica, organizzatore della guardia civica,
ed il principe di Aci, collaboratore del generale Naselli.
Il generale Naselli, vista la piega, era fuggito precipitosamente,
lasciando il comando ad uno ch’era stato ministro ai
tempi di Bentinck, il principe di Villafranca.
Dopo la nomina a comandante generale del principe di Villafranca,
non tardarono ad arrivare notizie di una vera e propria
guerra civile in atto. Ruggiero Settimo, nel frattempo,
rifiutò la nomina a luogotenente generale. Invece l’accettò il
principe di Scaletta, proprio il governatore militare di Messina,
fatto che non fu per nulla accettato dai palermitani.
Ad aumentare la burrasca, venne reso noto il primo atto di
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governo del principe di Villafranca: un proclama con cui vietava
agli intendenti dei valli siciliani di aver rapporti con la giunta palermitana.
Il principe di Villafranca era un personaggio abbastanza sicuro
delle sue idee. Non era tipo, perciò, che potesse esitare molto,
neppure davanti all’ipotesi di scatenare una guerra civile.
Lo fece, infatti, con un proclama, in cui ordinò l’arresto e la
deportazione a Gaeta delle deputazioni palermitane mandate
a Catania ed a Messina, col compito di portare anche lì la
lotta separatista.
Palermo reagì inviando in giro per l’isola reparti armati chiamati
guerriglie. Il compito era quello di convertire alla causa le
città riottose. Vi furono alcune stragi, la più grave delle quali,
ad opera delle bande del principe di San Cataldo, il 13 agosto
a Caltanissetta.
Sotto sotto, il più contento per la guerra civile scoppiata era
Ferdinando I.
“Mi arrivano informazioni di una sollevazione nell’isola”
disse, infatti, al generale Florestano Pepe, fratello di Guglielmo.
I suoi sentimenti verso la famiglia Pepe potevano definirsi di
cordiale antipatia. Già gli dava ombra il comando dell’esercito
che aveva dovuto affidare all’infido Guglielmo Pepe. C’era, in
più, il mal di pancia provocatogli dal fatto che Florestano era
uno dei quindici membri della Giunta Provvisoria di Governo,
cioè di un organo che aveva i poteri del Parlamento, almeno
fino alle elezioni.
Aveva, quindi, pensato che una bella missione in Sicilia,
dove era facile trovare molta impopolarità e nessuna gloria,
fosse una scelta ideale per toglierselo di torno.
Florestano Pepe sbarcò a Milazzo il 5 settembre, protetto in
mare dalla flotta napoletana e in terra da un reparto di messinesi.
Questi, fra l’altro, erano molto arrabbiati per il sequestro
delle loro navi da parte dei palermitani e per l’arresto, come
traditori della patria siciliana, dei relativi equipaggi.
Prima che il generale attaccasse Palermo, il principe di Villafranca
gli andò incontro. I due s’intesero subito ed a Termini
Imerese fu firmata la pace, stabilendo un’amnistia generale e
fissando l’entrata dei napoletani nella capitale per il 25 settembre.
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20) Un padre nobile dell’autonomismo da riscoprire: Vincenzo
Natale
Le elezioni generali vennero celebrate secondo la costituzione
spagnola ed il 22 settembre 1820 si riunì la giunta preparatoria
del Parlamento delle Due Sicilie.
Due giorni prima, il Giornale Costituzionale del Regno delle Due
Sicilie aveva comunicato:
“Giungono in questo momento due basimenti di Messina, partiti da
quella città il dì 17 del corrente. Con uno di essi sono arrivati i signori
D. Francesco Strano di Catania, D. Paolino Riolo di Centorbi, D.
Vincenzo Natale di Militello, Deputati del Valle di Catania al Parlamento
Nazionale.”
Il primo ottobre ebbe luogo la seduta inaugurale. Presidente
del parlamento fu eletto Matteo Galdi, che nel discorso di
insediamento, alla presenza di Ferdinando e di Francesco,
suo vicario, affermò:
“La fraterna ed intima amicizia che ci unisce all’isola di Sicilia,
la quale pur forma, mercé la nuova costituzione, un solo
Stato con noi, e ci unisce con più stretti vincoli ancora, si è
accresciuta dall’arrivo dei suoi deputati che già siedono in
Parlamento e ci aiutano nei nostri travagli coi loro lumi e con
la loro esperienza; speriamo che giungeranno presto anche
quelli dei paesi che furono agitati da passeggiero spirito di vertigine,
e che di questa si estingua finanche la più lontana
rimembranza.”
Nella prima riunione della Giunta venne nominato segretario
il deputato militellese Vincenzo Natale. La sua attività parlamentare,
pur nel rigore di un concetto unitario del Regno,
mirò a dare maggiore autonomia amministrativa alla Sicilia,
creando nuovi organi istituzionali. Fu la parte non caduca
della sua opera politica, quanto mai attuale ancor oggi, a
distanza di quasi duecento anni.
In quest’ottica, per esempio, presentò una mozione, affinché
si elegesse un consigliere di Stato in ciascun Valle dell’isola.
In un successivo intervento, però, seppe chiarire la sua avversità
al separatismo palermitano, frutto avvelenato dell’antico
e rapace baronaggio:
Quale sarebbe la causa di tanta miseria, di tanta desolazione, se non
è in massima parte questo mostro della feudalità? I baroni di Sicilia
hanno formato fra di loro dai più remoti tempi una lega infernale.
Essi, nuotando sempre nelle dovizie e nel lusso, si sono resi immuni
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dai pesi pubblici. I proprietari, che sono essi, non pagarono mai
alcun dazio; tutte le imposte sono sempre ivi gravitate sopra generi di
consumazione, sopra la bocca del povero. I baroni di Sicilia rassomigliano
perfettamente ai di lei antichi tiranni, dei quali non vi erano
sulla terra tiranni più atroci, più sospettosi, più intraprendenti e sottili,
come porta l’acume nazionale, a trovare dei ripieghi a loro favore.
Guidato da tali idee di fondo, partecipò alla discussione sulle
modifiche da apportare alla Costituzione, sostenendo che per
esse bastava il voto favorevole della metà più uno dei deputati
e non della maggioranza di due terzi.
Natale, inoltre, sviluppò un coerente ed alternativo programma
di interventi economici, basato sull’abolizione delle dogane
interne. Così, si liberavano i commerci, i traffici marini e le
esportazioni. Sarebbe potuta nascere da ciò una creatura che
disgraziatamente non riuscì a nascere (e che attende ancora
di nascere): la moderna borghesia.
Le idee di Vincenzo Natale, inoltre, furono diverse da quelle
dei cronici del 1812. Infatti, sempre in parlamento, egli ne
demolì i furori propagandistici con la forza dei ragionamenti:
Sia libera ed esente dei diritti nei porti del Regno l’importazione e
l’esportazione di qualunque genere, produzioni, manifatture provegnenti
dall’una e dall’altra Sicilia di qua e di là del Faro. Che tale
facoltà si eserciti con le necessarie cautele disposte dalle leggi in vigore,
per evitarsene l’abuso.
Un altro cruciale campo di intervento riguardava il perenne
conflitto tra contadini e baroni. Il punto dolente era rappresentato
dagli effetti che si avevano dalla quotizzazione e
dall’assegnazione delle terre ecclesiastiche e demaniali ai privati.
In quella privatizzazione c’era stata, infatti, pure la “perdita
degli “usi civici”, i quali, per quanto ridotti da numerose usurpazioni
di nobili e borghesi, ancora nel Settecento valevano ad attenuare
la miseria delle popolazioni rurali.
Le proposte di Natale, pur avendo ben presente la necessità
di superare lo sfruttamento promisquo delle terre (tipico degli
usi civici), disordinato e poco redditizio, erano per realizzare
quote sufficientemente grandi, che avessero le caratteristiche
della moderna azienda agricola privata, con tutti gli annessi
diritti: poter trasmettere in eredità, poter affittare e, magari
dopo un certo numero di anni, poter vendere.
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21) Contro gli egoismi centralistici
Il 7 novembre arrivò in Sicilia, come comandante in capo del
corpo di spedizione, il generale Pietro Colletta, il quale, più
che per le virtù militari, lasciò poi gran traccia di sé come storico.
“Il primo atto che pretendo da voi” disse senza tanti complimenti
ai primari di Palermo, “è che giuriate fedeltà alla costituzione
spagnola.”
Il 19 novembre i rivoltosi dovettero giurare e furono indette le
elezioni per il parlamento nazionale a Palermo e provincia.
Cominciò, così, una specie di resistenza passiva, dato che i
deputati eletti si rifiutarono di andare a Napoli. Dove, frattanto,
continuava l’attività del parlamento. C’era, per esempio, da
trattare la questione relativa al nome da dare al Regno.
“Col convertire” sostenne il deputato Vincenzo Natale, a
nome della maggioranza dei deputati, “l’attuale denominazione
di tutto il Regno in quella di Regno dell’Italia Meridionale
si confonderebbe il presente linguaggio diplomatico, e susciterebbesi
la gelosia delle potenze poco disposte a nostro favore.”
La ribellione palermitana, fra gli altri guai, mise in gravi difficoltà
anche i deputati siciliani leali al nuovo ordine carbonaro.
Le rivelò un contrasto sul numero della rappresentanza siciliana
nell’Assemblea Permanente, il cui compito era detenere
il potere legislativo nel periodo tra un’elezione e l’altra del parlamento.
Secondo la costituzione spagnola, le province
d’oltremare (cioè, la Sicilia) avevano diritto a tre rappresentanti;
ma, non mancò chi, come il deputato Matteo Imbriani voleva
dargliene soltanto due.
“I siciliani” disse Imbriani, “fino a questo momento non
hanno contribuito al nuovo ordine di cose, se non con danni e
rovine!”
Si votò, quindi, la modifica della costituzione. Quarantadue
deputati votarono per portare a due i rappresentanti della Sicilia,
venticinque per lasciarli a tre.
A quel punto, prese la parola il deputato Vincenzo Natale:
“Voi avete modificato la costituzione, senza tener conto che
per ogni sua modifica è necessario il voto dei due terzi del parlamento.”
Matteo Imbriani si levò prontamente:
“Il deputato Natale ha una memoria tanto corta da aver già
scordato ch’egli stesso ha sostenuto la necessità di poter appor-
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tare le opportune modifiche costituzionali con la semplice
maggioranza assoluta e non col voto dei due terzi…”
“Non la mia memoria corta me lo ha fatto scordare” rispose
Natale. “Ma, il vostro egoismo napoletano, ancor più devastante
del separatismo palermitano!”
Vi fu un applauso da parte dei deputati Francesco Strano e
Paolino Riolo; ma, la votazione per appello nominale che
seguì all’intervento confermò la scelta di due rappresentanti
in tutto per la Sicilia.
Fu il generale e storico Pietro Colletta colui che seppe meglio
mettere in evidenza la natura della lotta politica di Vincenzo
Natale, scrivendo:
Altre leggi, proposte dal deputato Natale, abolirono la feudalità di
Sicilia; non essendo bastati fino al 1821 gli esempi de’ più civili regni,
e la pazienza de’ tempi e i costumi dei signori, e la stessa costituzione
dell’anno ’12, e parecchi decreti degli anni ’16 e ’17. Quella feudalità,
cessata molte volte nel nome, non mai ne’ possessi, era finalmente
per le nuove leggi distrutta, le stesse che sotto i re Giuseppe e Gioacchino
operarono tra noi la piena caduta del barbaro edificio.
Ed, in effetti, il filo rosso che unì le posizioni politiche di Vincenzo
Natale potrebbe essere individuato nell’aver favorito il
passaggio da un concetto feudale della ricchezza ai nuovi
valori individualistici, con tutto il conseguente dinamismo
dell’imprenditoria, del commercio e delle professioni.
Questo impegno si tradusse nell’idea di allargare il mercato,
il che forse oggi lo porterebbe a sposare l’idea di una Patria
Mediterranea, con la quale allargare l’attuale, micragnoso
concetto di Europa.
Al contempo, però, Natale vedeva la necessità di
un’autonomia gestionale, per rompere i lacci che soffocavano
l’imprenditoria.
“Ho appoggiato la proposta” egli scriveva al padre, con chiara
coscienza, il 6 dicembre 1820, “di istituire un supremo tribunale
di giusttizia o cassazione in Sicilia. Le mie argomentazioni
hanno preso forza dal fatto che il mare separa la
nostra terra dalla capitale. Ho chiesto pure al Ministero delle
finanze di vedere la possibilità di una diminuzione dei gravami
fiscali.”
Di particolare interesse fu il dibattito tra Vincenzo Natale ed
il deputato Carlo Poerio.
“E’ l’abolizione della feudalità” disse Natale in parlamento,
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“il compito assegnatomi, fin da quando, più di venticinque
anni fa, in una piccola città siciliana l’avvocato don Alfio
Natale, mio padre, non cominciò ad attaccare i privilegi baronali,
ottenendo una prima vittoria!”
“Non occorrono nuove leggi per questo” gli rispose Poerio.
“Bastano il richiamo e l’esecuzione di quelle vigenti, che
riguardano tutto il Regno.”
“La Sicilia non è Napoli” insistette Natale. “Noi non abbiamo
avuto forze rivoluzionarie al governo per un tempo
bastante ad incidere sugli usi e sui costumi. Ciò mi ha convinto
dell’opportunità, non soltanto di una nuova legge per
l’abolizione della feudalità, ma pure di una divisione dei
demanii della Sicilia oltre il Faro.”
Così, il 20 gennaio 1821, egli poteva orgogliosamente scrivere
al padre. “Il parlamento ha nominato una commissione
per presentare al principe vicario le leggi sull’abolizione della
feudalità e sul nuovo regolamento delle guardie nazionali.
Con la presentazione di queste leggi, concernenti sì da vicino
la prosperità nazionale, il parlamento ha voluto festeggiare
nel modo più solenne il giorno natalizio del nostro re e padre
della patria, che ricorreva il 12 gennaio. Io facevo parte di tale
deputazione.”
Peccato che, quasi due mesi dopo, il 15 marzo, in Parlamento
Natale era costretto a tornare sull’argomento:
“E’ doloroso non sapere ancora i tempi di esecuzione della
legge sull’abolizione della feudalità in Sicilia, mentre occorre
una pronta decisione per liberare dall’antica tirannide baronale
quest’isola infelice. Ma, so già che tutte le guerre private
che mi sono state mosse nel passato e che mi saranno mosse
nel futuro sono state causate dal mio interessamento e dalla
mia opera contro la feudalità.”
22) La ne del governo rivoluzionario
Il 6 gennaio 1821 il generale Pietro Colletta venne richiamato
a Napoli ed il suo posto fu preso dal generale Vito Nunziante.
In quegli stessi giorni il re Ferdinando si trovava a Lubiana,
dove aveva realizzato il suo ennesimo voltafaccia.
Infatti, era partito da Napoli dicendo:
“Io vado al Congresso per adempiere a quanto ho giurato.”
37
Una volta fuori della portata dei carbonari, però, aveva chiesto
l’esatto contrario:
“Le potenze della Santa Alleanza usino la forza per ristabilire
l’ordine a Napoli, se non vogliono che l’ubriacatura rivoluzionaria
coinvolga l’intera Europa!”
Gli sbigottiti parlamentari, perciò, il 28 gennaio si videro arrivare
la comunicazione delle decisioni reali, concordate coi
fedeli alleati austriaci:
“Bisogna distruggere la deplorevole rivoluzione del luglio
ultimo. Che i costituzionali delle Due Sicilie ascoltino la voce
paterna del loro re; ma, ove questo non facessero, sarebbero
le prime vittime dei mali che attireranno al loro paese.”
Al parlamento, nella seduta del 9 febbraio, non restò altra
scelta che dichiarare il re prigioniero delle potenze della
Santa Alleanza. E fu la guerra.
Ciò mise in allarme il padre del deputato Vincenzo Natale, il
vecchio don Alfio. Ci resta un interessante corrispondenza al
riguardo, che vale la pena di riportare.
Il 23 febbraio scrisse al figlio:
Le cattive notizie corrono con la velocità del fulmine. Si sa da tre giorni
il risultato del congresso di Lubiana contrario alla giurata costituzione,
e che il re ne ha fatto la partecipazione al principe reggente, e
quindi riunito straordinariamente il parlamento il giorno 12. La
guerra quindi mi pare inevitabile. Ho letto un avviso in stampa venuto
come si dice da Messina, che invita all’armi i popoli delle Due Sicilie.
Ma questo non sarebbe il maggiore dei mali, se non si avesse a
temere una nuova insurrezione in quest’isola. Il fuoco dell’anarchia
cova sotto le ceneri, ed un piccolo soffio lo farà divampare. Già gli
amici dell’Indipendenza gioiscono, ed hanno già alzato la testa.”
Erano ritornate, insomma, le divisioni tra cronici indipendentisti
e anticronici unitari, le stesse che già avevano fatto fallire il
governo costituzionale siciliano del 1812. Lo sbocco inevitabile
fu quello di sempre: la sconfitta di tutti.
In pochissimo tempo la situazione si fece disperata. Don
Alfio Natale in una lettera del 27 febbraio ai figli non nascose
il suo pessimismo:
Sono qui arrivate molte stampe eccitanti il patriottismo per il sostegno
della Costituzione. Si sa qualche cosa degli avvenimenti dello
Stato Romano, e se l’Alta Italia ne imitasse l’esempio, come ne corre
voce, sarebbe una gran lezione alla Terra, perché i Potentati rispettino
i dritti de’ Popoli. Io però dubito molto che i poveri Italiani possa-
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no alzare un dito, atteso lo stuolo d’armati che li circonda. Attendo
con ansietà vostre notizie.”
Gli austriaci arrivarono in mezzo ad una ridda di voci, di si
dice e di ipotesi e con loro aumentò il caos.
A don Alfio, in una ulteriore lettera del 5 marzo, non restò
che prenderne atto:
Le notizie che partecipate si erano già divulgate per via di molte stampe,
che rapidamente si succedono da un giorno all’altro. Anzi argomento
che molte di queste non si verificano, giacché voi non ne fate
altro cenno, come sarebbe la sollevazione della Prussia e del Piemonte
e Genovesato, per avere la Costituzione; il prossimo arrivo di 30.000
fucili, e di un corpo di milizie spagnuole, e che gli Austriaci marciano
di mala voglia contro Napoli. Il tutto dunque si riduce, secondo si
deduce dalle vostre lettere, allo Stato Romano, che ha proclamato la
Costituzione di Spagna e ha formato quattro campi per raccogliere
truppe e ingrossare l’esercito. Ma, come questo esercito, che non può
essere molto numeroso, né ben organizzato e disciplinato, potrà resistere
al colossale e agguerrito esercito austriaco che già sta per scacciarlo,
senza un pronto e potente soccorso che lo sostenga? Io spero è
vero nell’energia e nell’entusiasmo dei nostri, ma molto più temo la
potenza dei coalizzati. Prevedo al tempo stesso che in quest’Isola
dovrà risorgere la non ben estinta anarchia.”
Finalmente, il 25 marzo, le truppe austriache entrarono a
Napoli, mettendo fine all’ esperienza parlamentare carbonara.
23) La carboneria torna nell’ombra
Soltanto le trentacinque vendite carbonare di Messina, agli
ordini del generale Giuseppe Rossaroll, pensarono di resistere.
Ma, ogni buona intenzione durò lo spazio di un mattino,
poiché all’avvicinarsi delle armi della reazione vittoriosa, il
Rossaroll si ritrovò solo e non gli restò che fuggire in Spagna.
Morì nove anni dopo, combattendo per la libertà della Grecia,
come George Gordon Byron e Santorre di Santarosa.
La carboneria tornò a far parlare di sé con le rivolte siciliane
del 1837, che nacquero dalle dicerie sull’esistenza di agenti
del governo che spargevano il colera.
In quello stesso anno a Milano lo scrittore Alessandro Manzoni
revisionava il romanzo I promessi sposi. Le notizie che gli
arrivavano da Palermo, da Siracusa, da Catania probabil-
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mente lo resero ancora più scettico sull’affidabilità del detto
vox populi, vox Dei. Pensò, al contrario, che il popolo sa essere
una gran bestia e probabilmente aveva in mente quei fatti contemporanei,
scrivendo la famosa scena di Renzo che bussa al
portone di don Ferrante, nella Milano del Seicento.
La tensione durava dal 1836, quando a Napoli era spuntato il
colera. I moti veri e propri, però, si ebbero quando il contagio
giunse in Sicilia.
Il primo scoppiò il 12 luglio 1837, a Messina, cuore dei traffici
commerciali del regno. Il popolo assalì l’ufficio sanitario
del porto, calpestando le insegne borboniche, perché un piroscafo
con a bordo truppe borboniche non aveva rispettato la
quarantena.
Quando si manifestò a Palermo, il colera era nel punto più
alto della sua virulenza. Arrivarono a morire in un solo giorno
circa 1.800 persone. In quell’occasione, fra gli altri, scomparvero
anche due grandi scrittori, lo storico Nicolò Palmieri
ed il letterato Domenico Scinà.
In tale tragica congiuntura, anche molte persone di buona
cultura cominciarono a condividere con le donnette (o a fingere
di condividere, il che è peggio) la convinzione che il colera
fosse sparso ad arte dal re, per diminuire le bocche da sfamare
e per punire i siciliani indipendentisti.
La situazione precipitò a Siracusa, dove scoppiò una violentissima
rivolta. Un francese, un poveraccio di nome Giuseppe
Schwentzer, che vendeva intrugli contro il malocchio, venne
accusato di essere un untore. Sol per questo una turba di invasati,
fra gli applausi generali, uccise lui, la moglie e, per non
sbagliare, anche dei funzionari statali.
Subito dopo, venne formato un Comitato di salute pubblica,
che assunse i pieni poteri. Uno dei capi era l’avvocato Mario
Adorno, politico amatissimo dalla folla. Su quali basi, lo si
capisce da una frase del proclama che scrisse:
il veleno che aveva fatto stragi a Napoli e a Palermo ha trovato la
tomba nella patria di Archimede.
In altre parole, uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi,
ucciso dalla soldataglia ignorante, avrebbe dovuto essere contento
di quei morti ammazzati!
Anche a Catania la paura del colera creò un clima di ribellione
nei confronti dei Borbone.
“La molla di un siffatto timore gigante ed universale ha eccitato
il popolo!” esclamò, infatti, Gaetano Mazzaglia, davanti
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agli amici pronti all’insurrezione. “Ed i liberali, quand’anche
non credessero all’avvelenamento, di tale credenza debbono
avvalersi.”
“Il cholera morbus” continuò il professor Salvatore Barbagallo
Pittà, “altro non è se non il risultato di polveri e liquidi venefici,
agenti nelle sostanze cibarie, nei potabili e sin anche per
la via degli organi respiratorii, infettando l’aria di micidiale
fetore.”
Su una spiegazione scientifica del genere, quel giorno stesso i
rivoltosi elaborarono una piattaforma politica, dove, insieme
all’indipendenza da Napoli, si chiese la decadenza dei Borbone
ed il ripristono della Costituzione del ’12.
Indi, scrisse un testimone, è abbattuta la statua del re Francesco I
avanti l’Università, ed è giurata nel Duomo e sottoscritta
l’indipendenza siciliana il 1° agosto, da chi? Da quello stesso Intendente,
dal Senato, dai magistrati, non esclusi i procuratori generali e
regi, e da tutti gli impiegati amministrativi e giudiziari, da quel marchese
presidente della Giunta e da questa.
Al comando del movimento fu messa una Giunta di pubblica
sicurezza, che poi divenne Giunta di governo, di 21 membri.
Ogni istinto di ribellione fu spento dal marchese Francesco
Saverio Del Carretto, notoriamente il ministro più duro del
Regno. Del resto, i fatti che infiammavano la Sicilia orientale
erano tali, da non lasciare spazio alle pazienze della diplomazia.
Naturaliter, quindi, il re gli aveva dato i pieni poteri
dell’alter ego, col compito di stroncarli sul nascere. Così, dopo
i moti, con monotona ripetitività, vennero le repressioni poliziesche.
24) Verso il 1848
Prima della rivoluzione del 1848 ci furono tanti moti falliti,
promossi dal Comitato Centrale della rivoluzione.
Persino Palermo e Messina avevano superato l’antica rivalità,
tanto che nel 1842, nei festeggiamenti per il ritrovamento
delle reliquie di San Placido, la città dello Stretto aveva accolto
fraternamente la delegazione palermitana.
Allora, come nella rivoluzione del ’20, ricominciò il gioco
delle date fissate per l’insurrezione.
“Dopo una visita del marchese Livio Zambeccari” comu-
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nicò, infatti, Francesco Crispi, il futuro primo ministro
dell’Italia unita, nella riunione dell’alta vendita di Catania,
“Si è deciso che Messina insorgerà il 21 agosto 1843.”
La polizia borbonica, però, si fece subito viva, per reprimere
ogni intenzione ribelle. La rivoluzione, di conseguenza,
venne rimandata all’ottobre 1843 e poi al marzo 1844.
Furono arrestati alcuni liberali, come Agostino Plutino di
Reggio Calabria e l’agitatore e finto fotografo siciliano Giacomo
Antonini. A Cosenza morirono fucilati i fratelli Attilio
ed Emilio Bandiera.
Nel 1847, dunque, si era ancora al semplice gesto di gettare
nella carrozza di Ferdinando II, in visita nell’isola, una copia
della Protesta del popolo delle Due Sicilie di Luigi Settembrini
(con il concorso del siciliano Giovanni Raffaele).
Il 14 aprile di quello stesso anno, con il linguaggio brioso ed
allusivo dell’amico Carlo Gemmellaro, anche l’ex deputato
Vincenzo Natale veniva mobilitato dalla vendita carbonara di
Catania:
Che mai è avvenuto quest’anno al sig. D. Vincenzo Natale? Passò
l’inverno, e in fine la primavera, e non si tratta di sentire ch’egli
voglia risolversi a rivedere il suo appartamento, da dove sono venute
alla luce tante belle produzioni! Assicurarsi almeno se i topi hanno
risparmiato i candelieri di stagno!
Alla fine, il Comitato Centrale Rivoluzionario di Napoli stabilì
che nel settembre 1847 insorgessero Messina e Reggio.
Andò male per il mancato coordinamento dei tempi.
La rivolta divampò prima a Messina e, quando i borbonici
erano già riusciti a soffocarla, fu la volta di Reggio Calabria.
Per risposta, Ferdinando ordinò lo stato d’assedio. Ma, fortunatamente,
i tempi erano mutati. In quell’occasione i piemontesi
Cesare Balbo e Camillo Benso conte di Cavour
apparvero sulla scena della storia italiana, rivolgendo al Re
un’esortazione alla clemenza.
Apparentemente, il Borbone tenne duro; ma presto licenziò i
ministri reazionari Del Carretto e Santangelo. Poi, fece uscire
dal carcere alcuni liberali.
Non gli servì molto. La sera del 27 novembre 1847, al Teatro
Carolino di Palermo festeggiarono l’insediamento della Consulta
per il governo dello Stato pontificio, voluta dal papa liberale
Pio IX (che non restò tale).
“Viva Pio IX! Viva la Lega italiana!” si gridò.
Le manifestazioni continuarono il 28 ed il 30 novembre nella
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piazza della Cattedrale, nonostante la polizia li avesse proibite.
A dicembre fu diffusa la Lettera di Malta di Francesco Ferrara,
dove venivano stabiliti i due punti-chiave del programma rivoluzionario:
indipendenza da Napoli e federazione italiana.
25) il 1848
Il 9 gennaio 1848 apparve un proclama dello scultore Francesco
Bagnasco:
Siciliani!
Il tempo delle preghiere inutilmente passò. Inutili le proteste, le suppliche,
le pacifiche dimostrazioni. Ferdinando tutto ha sprezzato; e
noi, popolo nato libero, ridotto fra catene nella miseria, tarderemo
ancora a riconquistare i leggittimi diritti?
Alle armi, figli della Sicilia! La forza di tutti è onnipotente: l’unirsi
dei popoli è la caduta dei re.
Il giorno 12 gennaio 1848 segnerà l’epopea gloriosa della universale
rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quei siciliani armati
che si presenteranno a sostegno della causa comune, a stabilire le
riforme e le istituzioni conformi al progresso del secolo, volute
dall’Europa, dall’Italia,, da Pio.
Unione, ordine, subordinazione ai capi, rispetto a tutte le autorità, e
che il furto si dichiari tradimento alla causa della patria, e come tale
sia punito.
Chi sarà mancante di mezzi sarà provveduto.
Con giusti principi, il Cielo seconderà la giustissima impresa.
Siciliani, alle armi!
Quella stessa mattina si vide un altro proclama dal titolo Ultimo
avvertimento al tiranno. Il giorno dopo ne spuntò un terzo.
Finalmente, il 12 i palermitani si riversarono nelle strade e
uno di essi, Vincenzo Buscemi, sparò la prima fucilata.
Il 12 gennaio in diversi punti della città di Palermo l’abate
Vito Ragona, il sacerdote Luigi Venuti, Giuseppe La Masa e
Paolo Paternostro incitavano alla rivolta.
Si improvvisò la prima bandiera tricolore e si distribuirono le
coccarde preparate nella notte dalla sarta Santa Astorina.
La Masa redasse un proclama, si costituì il comitato rivoluzionario
e si diede il via agli scontri. Alla fine della giornata i
ribelli piansero un caduto in rua Formaggi, Pietro Omodei. I
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borbonici, invece, contarono dieci morti, di cui non ritennero
necessario tramandare i nomi.
Il maresciallo Vial ed il generale De Maio, comandanti delle
truppe regie, di fronte ad un simile precipitare degli eventi,
non seppero far altro che ordinare alle truppe di rientrare nei
loro alloggiamenti, aspettando che la buriana passasse.
Il giorno seguente, però, a dispetto della stagione, fu ancor
più caldo. Durante gli scontri, per di più, Vial e De Maio constatarono
che i soldati non avevano alcuna voglia di impegnarsi
troppo.
Per loro fortuna, arrivarono in soccorso da Napoli 5.000
uomini a bordo di otto vascelli da guerra, al comando del
maresciallo De Sauget e del fratello del re, il conte d’Aquila.
Si prese a bombardare Palermo. Ma, la città non si arrese. Al
conte d’Aquila non restò che tornare a Napoli, per fare rapporto
e ricevere ulteriori ordini. A complicare le cose, per di
più, nell’esercito borbonico c’erano alcune diserzioni.
Ferdinando II tentò di correre ai ripari concedendo
l’autonomia alla Sicilia. Mossa inutile, visto che i buoi ormai
erano scappati dalla stalla. I siciliani, questa volta uniti e
determinati a vincere, il 4 febbraio finirono di liberare l’isola
dai napoletani, regalando a Giuseppe Mazzini uno dei pochi
sorrisi della sua vita.
Siciliani, egli scrisse, voi siete grandi!
Voi avete, in pochi giorni fatto molto di più per l’Italia, patria nostra
comune, che non tutti noi con due anni di agitazione, di concitamento
generoso nel fine, ma incerto e diplomatizzante nei modi…
Il 25 marzo si riunì il parlamento siciliano.
Due giorni dopo, il 27, veniva conferita a Ruggiero Settimo la
reggenza della Sicilia, con tutte le prerogative regali nei limiti
della Costituzione siciliana del 1812.
Ai ministeri andavano: Michele Amari alle finanze, Gaetano
Pisano alla giustizia ed al culto, Pietro Lanza di Scordia
all’istruzione e ai lavori pubblici.
Nella seduta parlamentare del 25, inoltre, su segnalazione del
deputato di Catania Gabriele Carnazza, venne chiesta la nullità
dell’elezione del deputato di Aci S. Antonio perché la commissione
elettorale di quel comune aveva impedito che prendessero
parte al voto gli elettori di Aci Catena, che su ragioni appoggiate da
un atto del Parlamento del 1814 il Comitato generale aveva ammesso
alle elezioni.
Col suo intervento Carnazza mirava a recuperare un seggio,
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per farlo assegnare a Vincenzo Natale:
“Bisogna operare” disse ai colleghi, “a beneficio di un uomo
dal glorioso passato di parlamentare, la cui dottrina ed il cui
equilibrio daranno ulteriore prestigio a questa istituzione.”
La faccenda non richiese tempi lunghissimi (ma, neppure brevissimi),
dato che nella seduta del 6 giugno si fece la seconda
lettura della legge che facultava il comune di Aci Catena di
continuare a godere del diritto di rappresentanza nel Parlamento.
Il voto favorevole fu all’unanimità. Così, finalmente,
arrivò l’indirizzo di Aci Catena, dove si ringraziava la camera
e si dichiarava di aver scelto Natale a rappresentare la città.
Vincenzo Natale venne ammesso nel Parlamento il 5 luglio e
si distinse subito per una certa premura nel voler dare avvio
alle riforme.
Il 31 luglio, per esempio, si votò lo scioglimento delle corporazioni
dei gesuiti e dei liguorini. Ma, mentre parte della
camera si mostrava restìa ad una loro espulsione dall’isola,
Natale intervenne appassionatamente per far votare
l’immediata espulsione di tutti.
Il 6 settembre ripropose il suo vecchio progetto sulla istituzione
di un Giurì, ossia dei giudici di fatto, in tutte le materie criminali,
per i delitti politici e per quelli commessi a mezzo
stampa.
Era una piccola rivoluzione liberale in 37 articoli, poiché
toglieva dalle mani di una chiusa corporazione, troppo spesso
asservita ai potenti, il potere giudiziario.
“Il cittadino” disse, “non riposa sulla inviolabilità dei suoi
diritti, se non quando è persuaso che la giustizia penale non
potrà servire all’altrui vendetta, o favore, o ambizione: e questa
persuasione può essere soltanto ispirata dalla istituzione
dei giurati, i quali sono sottratti ad ogni influenza superiore,
sono scevri da ogni spirito di corpo ed animati sempre
dall’interesse comune a tutti i cittadini, cioè di protezione
all’innoccente e di punizione ai malvagi.”
Vinse anche questa battaglia, dato che ottenne la costituzione
di una commissione ad hoc, della quale ovviamente fu eletto
membro. E,forse, con i tempi che corrono, non sarebbe male
tener conto di queste sue proposta
Molte battaglie, ancora, furono combattute per far approvare
un aumento del dazio sul vino, da tarì uno a tarì quattro, da
versare al comune di Aci Catena, fino a tutto il 1849. Per questo
il consiglio civico comunale gli mandò una lettera di rin-
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graziamento.
Natale ebbe occasione di aiutare la vedova del tenente colonello
don Carmine Lanzarotti, la triste vicenda del quale fu
narrata dal deputato di Siracusa, Moscuzza:
“Il 3 settembre scorso il popolo di Siracusa, saputo che il
nemico era alle porte di Messina, istigato dai rancori di alcuni,
credette che il Lazzarotti stesse per tradire, se già non
l’aveva fatto. La situazione si volse in tragedia quando
l’innoccente venne ucciso, per essersi rifiutato di far parte del
Comitato di difesa. Si istruisca, quindi, e tosto, il processo,
ma non si leda l’onore del popolo siracusano. Io credo che, se
l’ottimo cittadino signor Lazzarotti fosse stato più accorto,
quel fatto atroce non si sarebbe al certo avverato.”
“Non si può mai giustificare il linciaggio” disse il deputato
Vigo Calanna di Acireale. “Soltanto se gli assassini saranno
processati, il popolo di Siracusa serberà intatto il suo onore.”
“Al momento, però” disse Natale, “il nostro primo compito è
quello di rendere giustizia ad una vedova. Il processo, poi,
eventualmente chiarirà i lati bui di questa dolorosa storia.
Ora propongo una pensione vedovile di dieci onze mensili a
favore della signora donna Maria Lanzarotti, con l’obbligo di
contribuire per tre onze al mese al mantenumento della sorella
dello sfortunato tenente colonnello.”
Si votò, a quel punto, sulla proposta di Natale, che venne
approvata.
Di quell’esito, la sera stessa, il militellese deputato di Aci
Catena dava comunicazione all’amico Gaspare Gambino di
Catania:
“Lei mi comunicò che il Lanzarotti non volle mai servire il
governo borbonico e viveva della sua professione di ingegnere
e che il 1842 gli fu di assoluta rovina. So che nella rivoluzione
ebbe da Mariano Stabile missione in Messina, quindi fu
mandato a Siracusa. Egli, perciò, fu vittima della più cruda
malvagità, che seppe eccitare il furore del popolo. Il suo
parente, capitano d’arme D. Giocchino Gambino, procurò di
salvarlo, e in effetti lo avea salvato, mettendolo in carcere, ma
col tradimento lo fecero sortire quasi subito, tanto che il Gambino
si portò a chiamare la forza ed il resto fu conseguenza.
Oggi ho potuto soltanto porre il riparo che si poteva alla tragedia
determinata dall’irragionevolezza della folla.”
I rapporti epistolari tra Vincenzo Natale e Gaspare Gambino
erano nati dal compito che questi si era assunto di comunicar-
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gli il clima politico catanese di quei mesi.
Per esempio, l’11 settembre questi gli pennellava un quadro
che tendeva al nero:
Saprà certamente lo stato delle cose in Messina. Qui tutto il popolo è
in armi, anche i ragazzi corrono avanti con piccole picche,
l’entusiasmo è incredibile. L’evento di Messina, lungi di portare scoraggiamento,
ha portato una maggiore straordinaria energia; tutti,
al suono della campana della cattedrale che suona a stormo, corrono
all’armi, chi con fucili, chi con lunghe micidialissime picche. Le strade
sono barricate; molte pietre sono buttate in tutte le larghe e lunghe
nostre strade. La causa di tutto ciò è stata la vista di tre vapori con due
fregate napoletane che si vedono in questo mare, ma fino a questo
momento che son le ore 24 non si sono avvicinati, tuttoché siano fin
da questa mattina a vista. Ma le squadre sono venute dai paesi di questi
contorni.
Esattamente due mesi dopo, l’11 novembre, Gambino si rifaceva
vivo:
Ieri fu sontuosa e magnifica la solita processione dell’Immacolata.
La guardia nazionale e tutta la truppa di linea in gran tenuta marciavano
dietro la bara con un contegno militare veramente ammirabile.
Il 12 aprile 1849 a Catania era tutto finito. Ruggero Settimo
ne dava il triste annuncio col solito proclama:
Siciliani!
La città di Catania è caduta dopo fiera lotta, una parte delle milizie
sosteneva l’accanito combattimento, mentre l’altra marciava a soccorrerla;
sventuratamente non giunse a tempo!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’onore delle armi è salvo, il Popolo di Catania ha versato il suo tributo
di sangue, il nostro esercito si ricompone, e minaccia nuove offese!
Dalle ore 13 del Venerdì Santo sino all’alba del sabato, la città fu teatro
di reciproche stragi; la feroce soldatesca incrudelì contro le donne,
i vecchi, i fanciulli, portando a piene mani la morte e lo incendio,
violò chiese e monasteri.
Cristo vendicherà le profanazioni commesse nel giorno del suo martirio
in nome del superstizioso tiranno.
Noi non parliamo più all’inesorabile Europa; parliamo a noi stessi;
desideriamo soltanto che il nemico venga qui a combatterci corpo a
corpo ad un fatale duello. Palermo o Ferdinando di Borbone dovranno
scomparire dall’Universo!
Il 17 aprile 1849, infine, il Parlamento siciliano decretò la sua
proroga al 1° agosto; non si poté più riunire.

Editoria

Informazioni su lacasadelsognoantico

Curriculum vitae di Salvo Garufi Nato a Militello in Val di Catania (CT) Il 19 novembre 1951 Residente a Militello in Val di Catania In via Filippo Basile, 5 Titoli di studio Laurea in Lettere, conseguita il 30 marzo 1978 presso l’Università di Catania, con la votazione di 106/110; abilitazione all’insegnamento di stenografia (per corso abilitante); abilitazione all’insegnamento di Materie letterarie nelle scuole medie superiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Italiano, storia, geografia ed educazione civica nelle scuole medie inferiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte (per concorso); abilitazione all’insegnamenti di Filosofia e storia (per corso abilitante). Titoli culturali ed incarichi politici Nel corso della sua carriera nelle scuole statali ha finito per insegnare in tutte le classi di concorso nelle quali è abilitato. Attualmente è docente di Filosofia e storia presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Scordia (CT); è stato finalista per la narrativa nell’edizione 1990 del “Premio Italo Calvino”, organizzato dalla rivista “L’indice” di Torino, presidente della giuria Vincenzo Consolo: ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo dell’Azienda Provinciale Turismo di Catania dal 1994 al 1996; ha insegnato Storia dell’arte in corsi post-diploma finanziati dalla Comunità europea e Storia della moda in corsi di aggiornamento organizzati dall’Istituto professionale femminile di Stato “Isabella Morra” di Matera; è stato consulente teatrale di “Catania Musica Estate 1995” e della “Settimana del barocco a Militello” in tutte le sue edizioni, cioè dal 1994 al 2002; è stato esperto per la cultura del Presidente della Provincia Regionale di Catania dal 1996 al 1998; è stato assessore ai BB. CC. di Militello in Val di Catania dal 2003 al 2008, potendo coorganizzare con fondi ministeriali tre edizioni del “Festival del Val di Noto”; inoltre, collaborato dalla facoltà di fisica dell’Università di Catania, ha ideato ed organizzato il “Premio Ettore Majorana”; ha fondato il Museo Civico “Sebastiano Guzzone” di Militello in Val di Catania e ne è stato il primo direttore. Pubblicazioni SAGGISTICA DI STORIA, DI LETTERATURA E D’ARTE Interventi vari in cataloghi editi dalla Galleria d’arte “La scogliera” di Vico Equense (NA) sui pittori: Vincenzo Laricchia (1079), Enzo Campanino (1980), Emanuele Modica (1981), Roberto Severino (1981), Raffaele Amato (1982). E nel catalogo su Angela Vinaccia (1983), edito dalla Galleria G 59 di Napoli; L’omicidio di Francesco Laganà Campisi (in collaborazione con G. Cavalli), Società Storica Militellese, Militello 1981; Mariano Izzo, in Luigi Paolo Finizio, Il segno espanso di Mariano Izzo, Napoli, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1983; La Madonna nella figurazione artistica a Militello, Militello, Edizioni del Santuario, 1985; Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella, Militello, Edizioni del Santuario, 1986; Sommario della storia di Santa Maria della Stella, in Paolino Stella, Santa Maria nella Chiesa di Caltagirone, Caltagirone, Cassa San Giacomo, 1987; Giuseppe Tuccio, Militello, Comune, 1987; Salvatore Agati, in Cabala e pietre nere (a cura di Nicolò Mineo), Catania, Prova d’autore, 1990; Opere edite di Giuseppe Majorana (in collaborazione con M. Marino), Militello, Comune, 1991; Melo Minnella. Catania, Provincia Regionale di Catania, 1995; Geografia poetica di Salvo Basso, in La figura e le opere poetiche di Salvo Basso (atti del convegno), Catania, Prova d’autore, 2002; Voci per Militello dalla A alla Z (a cura di Nello Musumeci), Catania, Edizioni della Provincia Regionale di Catania, 2003; Osservazioni sul punto di vista, in O scuru – fotografie di Salvo Basso, Catania, Prova d’autore, 2003; Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, storia dell’arte a Militello, Caltagirone, Il Minotauro, 2005; Guida al sistema museale “Sebastiano Guzzone” di Militello (con contributi di altri), Caltagirone, Il Minotauro, 2006; Guida turistica ai quindici comuni del Calatino Sud Simeto (in collaborazione con Domenico Amoroso e Massimo Papa), Caltagirone. Agenzia di Sviluppo Integrato, 2008. NARRATIVA Interventi nelle seguenti antologie: Le voci fra gli sterpi, edizioni 1989 e 1990, Scordia, Edizioni Nadir; Frastorni, Scordia, Edizioni Nadir, 1991; Arrivederci a Sortino, edizioni 1997, 1998 e 1999, Catania, Prova d’autore; Distacchi dentro fuori, Milo, Laboratorio d’arte contemporanea “Village”, 1997; Attioni spectaculose, racconti, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2007; Na mezzanotti antica, traduzione in ottonari siciliani di The Raven di Edgar Allan Poe, Mascalucia (CT), 2007; Evangelio borghese, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008; La Firenze degli Iblei, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008. COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE “Il Secolo d’Italia” di Roma, “La Riviera” di Napoli, “Peninsula” di Vico Equense, “Catania sera” di Catania, “Prospettive” di Catania, “Militello Notizie” organo del Comune, “La provincia di Catania” organo della provincia regionale. Teatro e spettacoli L’orgoglio delle pietre, video, regia di Franco Di Blasi, Azienda Provinciale Turismo di Catania, 1994; La dama della memoria, spettacolo teatrale, regia di Davide Sbrognò, Militello, Atrio del Castello, 1995; Corteo del principe e Partita di scacchi viventi, spettacoli di piazza, registi vari, Militello, tutte le edizioni de “La Settimana del Barocco” e Noto, “Festival barocco”, 2006; La reina di Scotia, riduzione da Federico Della Valle, regia di Elio Gimbo, Militello, Atrio del Castello, 1995; Zizza, adattamento da Pietro Carrera, regia di Gianni Scuto, Militello, Atrio del Castello, 1995; Gli occhi di Tyrone Power, dramma, regia di Elio Gimbo, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1996; Bar New York, commedia, regia di Piero Ristagno, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Nuovo, 1996; La festa del grano, spettacolo di piazza, Raddusa, 1996; Scene di un Natale barocco, spettacolo di piazza, regia di Gioacchino Palumbo, Comiso, Scicli, Modica, Ragusa, 1996/1997; Una storia per Guareschi, commedia, regia di Franco Calogero, Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1997; Conversazione del principe, commedia, regia di Fernando Balestra (ed altri nelle numerose repliche), Militello, Atrio del Castello, 2000; Una canzone per donna Aldonza, tragedia, regia di Antonio Caruso, Militello, Piazza Municipio, 2001; Scene di un Natale barocco, tragedia, regia di Emanuele Puglia, Militello, Piazza Municipio, 2002; Le voci fra gli sterpi, concerto di poesia, regia di Gianni Salvo, Militello, Atrio benedettino, 2004; Na mezzanotti antica, omaggio a Edgar Allan Poe, lettura di Gianni Salvo, Militello, Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, 2007.

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