Illuminismo siciliano… un racconto di Salvo Garufi.

Illuminismo siciliano

di Salvo Garufi

 

 

Oggi non resta quasi niente della rivolta di Bronte del 1860. In quella città pare viverci gente senza memoria, che aspetta la morte col tempo cadenzato dallo stipendio e dalle rate da pagare.

Dell’antica ferocia, sopravvivono soltanto i tramonti primaverili: lingue vivide di rosso, che salgono su dai monti di Maletto. Scorrono sul cielo azzurro e sembrano gorgogli di materia liquida, della stessa natura della lava, che, se ti volti verso oriente, vedi scorrere lungo i fianchi dell’Etna. Non c’è nulla che abbia trasparenza in quei momenti. Il cielo è una mano di smalto sopra una parete scenica che chiude e schiaccia ogni cosa sulla terra. Il pensoso senso dell’infinito viene, semmai, dal nero della pietra lavica. E’ quello il vero cielo di Bronte, abitato dagli alberi di pistacchio, che alzano in alto i loro rami perlacei, come deità imploranti.

Un tempo, invece, natura e uomini si assomigliavano di più. Fu, infatti, proprio in un istituto scolastico brontese, il collegio Capizzi, che, sul finire del Settecento, l’avvocato Vincenzo Natale provò le sue prime passioni forti e sognò di cambiare il mondo.[1]

Pur circondato da preti molto benpensanti, Vincenzo, da adolescente, parteggiò spesso per i rivoluzionari francesi, vedendone alcuni come dei nuovi Milziade e dei nuovi Leonida; finché, spuntato l’astro napoleonico, poté finalmente ammirare un nuovo Alessandro Magno.

Per il suo carattere, magari, un tipo come Robespierre faceva paura. Ma, non rimase insensibile all’ironia di Voltaire, o alla libertà di pensiero di Diderot e D’Alembert. Fra l’altro, come vedremo, questi erano autori molto presenti in Sicilia, soprattutto nella casa paterna. Ed insieme a loro, in quel periodo di dominante neoclassicismo, c’erano gli scrittori greci e latini, gli storici soprattutto.

Il suo orizzonte, insomma, restò chiuso nei libri. Era una vocazione che gli veniva dall’ambiente di nascita. La mentalità e gli esempi familiari lo portarono sempre a considerare la vita e la politica un’affare intellettuale.

Non poteva, perciò, diventare mai un ammiratore di Saint Just, anche se il mondo che sognava era molto simile a quello del rivoluzionario che aveva mandato a morte il re di Francia. Ad un modello del genere poteva casomai ispirarsi il suo compagno di banco, Nicola Lombardo, che tutti chiamavano Spartacus.

Nicola nello studio non andava oltre una dignitosa sufficienza. Ma, il suo metro e ottanta di muscoli ed il carattere generoso gli garantivano l’universale rispetto. Egli aderiva alle idee rivoluzionarie soprattutto per senso di giustizia. I discorsi e le elaborazioni teoriche li lasciava sempre a Vincenzo.

Ma, era principalmente in amore che Nicola seguiva l’istinto, almeno nella stessa misura in cui Vincenzo seguiva la prudenza. Ambedue, all’insaputa l’uno dell’altro, si innamorarono di Adele Faraci, nipote di padre Nunzio Longhitano, il loro professore di latino e greco. Fu, però, Nicola a dichiararsi e a sposare Adele. Vincenzo, pur restando fermo in questo sentimento per il resto dei suoi giorni, si limitò a mantenere irreprensibili e formalissimi rapporti con la loro casa.

Quando, però, le sue vicissitudini politiche a più riprese lo portarono a nascondersi per qualche tempo nella casa di Lombardo, le malelingue paesane parlarono di una relazione di Vincenzo con donna Franca Faraci, vedova Solimena, sorella minore di Adele.

Anche se bisogna pure aggiungere che colui che a Bronte gli stette più vicino, almeno dal 1848 in poi, fu il giovane nipote dell’antico compagno di banco, Nicolò Lombardo (il futuro capopolo nella rivolta contadina del 1860), che, orfano di ambedue i genitori, era cresciuto a casa del nonno.

Oggi, perciò, per il carattere e l’istinto politico, si potrebbe definire Vincenzo Natale un moderato per vocazione – o, per usare un termine moderno, un riformista -. Non sapremmo dire se, rispetto al rivoluzionario discepolo brontese, gli andò meglio. Soprattutto, egli non realizzò mai il sogno di una cattedra universitaria. Ed anche in politica… se la sua fazione alla fine vinse, non è detto che ne sia valsa la pena.

In ogni caso, bisogna ammettere che la sua felpata e morbida attività istituzionale non era destinata a produrre effetti molto spettacolari. Ogni volta che gli fu possibile, restò, come si dice, dietro le quinte, pronto a gettare la pietra della rivoluzione carbonara, ma altrettanto pronto a nascondere la mano.

“Da un amico di Napoli” scriveva infatti al padre, nel bel mezzo della repressione borbonica dopo il fallimento della rivoluzione carbonara del 1820, “mi si scrive che per incarico di quel Ministero di polizia, dietro inchiesta del Ministero d’affari di Sicilia, fu domandato informo su di me: 1° intorno alla condotta tenuta sotto il cessato regime e del precedente, 2° come risultai Deputato, 3° se apparteneva a veruna setta, 4° se i sentimenti erano di liberale, o attaccato al trono. Ogni quesito fu soddisfatto in modo a me favorevole.”[2]

Evidentemente, chi è ricco di amici è scarso di guai. E’ inutile sottolineare ch’egli al carcere preferiva le stanze ovattate delle sale governative. Ebbe, quindi, amici in tutti gli schieramenti in campo. Questo era il suo modo naturale di far politica.

Voleva i cambiamenti radicali. Ma, ogni cosa a suo tempo, cioè con nuove leggi e senza contrapporsi alla legge. Preferiva travagliare le teste coi libri ed i discorsi parlamentari, senza solleticare i cuori coi proclami.

Il che è un ottimo sistema per farsi trascurare dalla storia.

“Come le donne” disse, sul finire del 1854, all’amico e discepolo Salvatore Majorana Calatabiano, “la storia guarda i muscoli e non la testa. Le idee sono il vento e le azioni le vele delle navi. Chi vede il vento all’orizzonte? Soltanto se ci stai sotto le vele si mostrano strattonate dall’aria che le gonfia. La storia di solito guarda il mare dalla riva: vede il bianco delle tele contro l’azzurro del cielo, vede lo scafo che taglia le onde, vede in che direzione va la nave… Ma, non si cura di sapere da dove (e perché) viene il vento, né si sofferma a misurarne la forza.”

“Io, allora” rispose Calatabiano, “voglio essere la vela dell’albero maestro.”

I fatti, poi, si incaricarono di dimostrare che, se è vero che la storia parla soltanto delle vele, quando il non visibile vento diventa troppo forte, anche l’albero più robusto si spezza.

Ma, in quell’occasione, le parole di Vincenzo Natale furono un modo come un altro per ammettere di aver sbagliato, quando aveva pensato che i suoi interventi politici potessero interessare, per la caratteristica di non essere una mera esibizione di muscoli. Tale convinzione gli era venuta da chi per lui era stato un modello di vita, suo padre Alfio.

Pur nascendo in un paesino come Militello in Val di Catania, nascosto nella provincia siciliana più sperduta, don Alfio Natale era stato il prototipo di una lunga schiera di silenziosi commis, classe che è poi diventata il vento anonimo della storia moderna. I veri cambiamenti negli assetti sociali occidentali sono venuti da questi protagonisti senza volto. Ed oggi essi governano il mondo.

La loro ascesa è stata la più chiara conferma della dialettica servo-padrone, nei termini teorizzati da Georg Wilhelm Hegel: il servo trova fuori di sé il principio dell’autocoscienza. Perciò, trasferisce la sua personalità ad un altro, si abbassa a cosa, a proprietà di un padrone. Dopo, però, la situazione si rovescia, perché il padrone ha bisogno del servo. Anzi, addirittura, si abitua ad agire per mezzo suo e viene a dipendere da lui. Così, il servo col lavoro si riprende, con più consapevolezza, la perduta personalità.[3]

Ovviamente, le vicende della famiglia Natale non furono soltanto l’esplicarsi della teoria hegeliana. Esse, inoltre, dimostrarono che era falso ciò che s’è creduto vero. La Sicilia borbonica non fu per nulla un mondo immobile, chiuso in un feudalesimo mai messo in discussione.

A Militello, per esempio, erano molto presenti e potenti le categorie dei professionisti e dei tecnici. Quando, dopo l’arrivo dei garibaldini, fu votata la decadenza del regime borbonico, in una popolazione che non arrivava a diecimila abitanti, si trovarono a dare il voto favorevole 28 sacerdoti, 6 padri benedettini, 15 avvocati, 12 medici, 5 farmacisti, 4 architetti e 3 notai.[4]

I migliori fra loro erano proprio quelli che avevano studiato nel collegio Capizzi[5] di Bronte. Questa scuola, infatti, aveva il compito di preparare i futuri professionisti del regno, accogliendo giovani provenienti da tutta l’isola. Qui stava il suo prestigio e per questo fu uno dei primi posti assaltati dai contadini rivoltosi del 1860. Per loro, i professionisti erano degli azzeccagarbugli, dei servi di signori prepotenti.

L’edificio stesso era simbolo della sua funzione. Aveva una solennità orizzontale, incastonata negli angoli di pietra lavica. L’eleganza stava tutta nel gioco delle linee grigio-scure, che sottolineavano le architetture portanti ed incorniciavano porte e finestre.

Tutto in esso dava l’idea di una solidità inattaccabile dall’invadenza del mondo esterno, ma prepotentemente presente nel tessuto urbanistico. Era stato pensato così, col nome di Reggie Pubbliche Scuole di Educazione, dal Venerabile don Ignazio Capizzi e costruito in soli quattro anni, dal 1774 al 1778. Vista la generale tetraggine che ha dato ai collegiali  nei secoli della sua esistenza (compreso a chi scrive), parrebbe che ogni sua pietra sia stata tirata fuori da uggiose giornate di pioggia.

“Grazie all’illuminata attenzione di sua maestà Carlo III di Borbone” disse nel primo giorno di scuola padre Nunzio Longhitano a Vincenzo e compagni, “il Collegio Capizzi oggi è un faro del sapere. Nei pochi anni della sua esistenza ha già potuto conquistarsi un’acclarata fama, come centro di sapienza e dottrina. Questo per il rigore delle Regole, che sono quelle volute dal suo fondatore. Esse, fra l’altro, prevedono obblighi e doveri, sia per i convittori, che per i professori. Latino, greco ed eloquenza sono per noi le materie regine e disponiamo di un prestigioso patrimonio librario, in parte proveniente dalla collezione personale dello stesso Venerabile.”[6]

Padre Longhitano non aveva esagerato. Anche dopo l’Unità d’Italia, divenuta laica col nome di Real Collegio Capizzi, la scuola ospitò personaggi destinati a farsi un nome, nella cultura e nella politica. Il giovane Luigi Capuana, per esempio, vi compose i primi versi.[7] Non stupisce, perciò, che a poco più di dieci anni dalla sua apertura, gli ottimi professori che vi insegnavano permisero a Vincenzo Natale di acquisire in fretta e bene uno stile dalla cartesiana chiarezza espositiva. Era una scrittura in linea con i canoni settecenteschi, in perfetta sintonia con l’ambiete di appartenenza dei convittori.

Fatta dai discendenti diretti dei cortigiani rinascimentali – medici, avvocati, architetti, professori, scrittori, preti, e così via – la classe dei professionisti fu probabilmente la vera madre dell’Illuminismo e la vera protagonista della rivoluzione francese.

Purtroppo, i loro odierni nipoti presentano la novità di uno spessore culturale… lieve come la virtù delle fanciulle. Succede così nella società di massa. Perciò, oggi, per definirli, meglio di professionisti, appare preferibile usare la parola commis, secondo le caratteristiche delineate dall’analista della contemporaneità Jean-Pierre Masmejan:

La majorité de ces salariés, c’est là le fait nouveau, travaillent dans des bureaux. Ce sont des commis: comptables, secrétaires, vendeurs, dessinateurs, controleurs, agents de toutes sortes…[8]

E’ vero che qualcuno ha assimilato i commis alla piccola borghesia. Ma, i bottegai e gli artigiani sono una cosa ed i commis un’altra. Questi vivono da stipendiati, anche se sono diventati la specie sociale dominante. Anzi, ormai hanno travalicato i confini di origine e non sono più appendice di nessun’altra classe. Adesso, la loro mentalità costituisce la mentalità contemporanea tout court.

Non più proletari – non ne hanno la povertà ed i gusti – e non più borghesi – non possiedono l’attitudine all’iniziativa imprenditoriale -, i commis col loro culto dei diritti sono individualisti, senza essere dei veri individui, per la refrattarietà al pensiero critico. Il loro valore sta in qualche – non eccelsa – competenza. Il loro lavoro non è produrre un bene; ma, espletare una mansione.

Conseguentemente, sono diventati commis non soltanto gli stipendiati in senso stretto, ma pure chi dipende da una committenza: manager, artisti, aziende di servizio, grandi catene di distribuzione e, finalmente… scrittori e deputati. Se i borghesi sono la testa dell’economia – cioè, chi investe, rischia e le dà un futuro -, i commis ne rappresentano i piedi – coloro sui quali essa cammina -.

Ecco perché il racconto della vita, dell’ambiente e della mentalità del carbonaro Vincenzo Natale alla fine è diventato il racconto dell’infanzia dei partiti di massa contemporanei.

Il suo primo contatto con personaggi appartenenti alla galassia dei movimenti genericamente definibili comunisti, infatti, egli lo ebbe all’età di sedici anni, nella casa di campagna dell’amico Nicola Lombardo.

L’edificio sorgeva in contrada Colla, poco a sud del paese. In quell’afosa giornata del giugno 1797 i due ragazzi, impegnati nello studio, erano andati a cercare refrigerio lì. Aspettavano pure padre Nunzio Longhitano, che doveva chiarire loro alcuni punti oscuri del libro VI delle Guerre del Peloponneso di Tucidide.

“Hanno condannato a morte Babeuf!” disse, invece, padre Longhitano, appena entrò nella stanza.

Vincenzo e Nicola lo guardarono con aria interrogativa, vedendolo in tanta agitazione.

“So che era un senza Dio…” provò a commentare Vincenzo, dopo un po’.

“Era un giusto!” esclamò padre Longhitano, con gli occhi fuori dalle orbite.

“Voi parlate così?” si sorprese Vincenzo, alla scoperta di un cuore incendiario sotto quella venerata tonaca.

“La storia racconterà che a Parigi c’è stata anche la rivoluzione del movimento degli uguali” interloquì allora Nicola, che fino a quel momento aveva taciuto. “E’ fallita, purtroppo. Sapevo del processo; ma, speravo che non si arrivasse a tanto. Francois Gracchus Babeuf, Filippo Buonarroti, Darthé sono e resteranno la parte migliore della Francia libera.”

“Ci avrei scommesso che anche tu eri rivoluzionario” commentò sorridendo Vincenzo.

“Ambedue facciamo parte del Cenacolo.” disse padre Longhitano.

Vincenzo lo guardò con aria interrogativa.

“Il modello è quello del Comitato di Babeuf…” aggiunse Nicola.

“Non andate oltre” li interruppe bruscamente Vincenzo.

Il suo viso, però, si addolcì subito dopo e prese un’espressione cordiale.

“Padre, io non so se sono ancora pronto per sentirvi…” continuò, rivolto al suo professore.

Gli si avvicinò e gli prese la mano, portandosela sul cuore.

“Anch’io credo che Babeuf fosse un illuminato” concluse. “Ma, la sua strategia non è approdata a nulla. La rivoluzione e la prudenza sono due guerrieri che debbono combattere insieme, come i due Aiaci.”

Ciò che non sapevano, né padre Longhitano né Nicola Lombardo, era il fatto che Vincenzo conosceva bene e si era molto documentato sull’azione e sulla struttura del Comitato Insurrezionale del Movimento degli Eguali. Ma, per una legge personale che non trasgredì mai, lasciava trasparire pochissimo di ciò che pensava e nulla di ciò che sapeva.

In questo senso, egli, molto più di padre Longhitano e del suo amico Nicola, era coerente con la mentalità del Comitato di Babeuf, rigorosamente clandestino e al vertice di una piramide organizzativa, i cui membri per lo più non si conoscevano fra di loro.[9]

In ogni caso, un mese prima egli aveva avuto occasione di parlarne col padre.

“Noi siamo massoni” gli aveva risposto don Alfio, cambiando subito argomento.

Era il suo modo di trasmettergli il perentorio ordine di dimenticare, per il momento, gli Eguali di Babeuf e, a maggior ragione, la stessa massoneria.

 

[1] Giuseppe Majorana, Vincenzo Natale e i suo tempi, Catania, officine arti grafiche dell’editore cav. Vincenzo Giannotta, 1919, p. 8.

[2] Vincenzo Natale, Lettera al padre del 19 agosto 1821, in Giuseppe Majorana, Vincenzo Natale e i suoi tempi, Catania, 1919, p. 19.

[3] Vittorio Mathieu, Storia della filosofia, Brescia, La Scuola Editrice, 1967, p. 709.

[4] Don Mario Ventura, Antologia militellana, Catania, La nuovagrafica, 1979, p. 150.

[5] “Il Collegio “Capizzi”, su progetto dell’Architetto Marvuglia di Palermo, fu fondato dal Venerabile Ignazio Capizzi con la partecipazione generosa di benefattori brontesi e palermitani. Con la scuole annesse, cominciò a funzionare il 1 ottobre 1778, secondo l’ordinamento borbonico con la denominazione “regie pubbliche scuole di educazione”. Le scuole furono dotate da Carlo III di un assegno di onze 200 sulla Mensa arcivescovile di Monreale, destinato per la retribuzione degli insegnanti e la manutenzione dei locali.” In “Il Capizzi”, numero unico, Bronte, 1968.

[6] Anna Elisa Di Paola, Il real Collegio Capizzi, il “miracolo” del Venerabile,  in “CataniaProvincia”, organo ufficiale della Provincia di Catania, settembre 2008, p. 6.

[7] Il sonetto Per l’Immacolata Concezione della B. V. Maria, stampato a Catania nel 1853. L’opera “soddisfaceva il gusto dei padri professori e portava l’impronta di quella cultura religiosa paesana che costituiva la tematica della cultura popolare, insieme a quei canti d’amore, di insidiose dichiarazioni, di elogio dell’amato o dell’amata. A Bronte, nel collegio dove è messo a studiare, il Capuana fa dunque la sua prima esperienza poetica conservataci per iscritto; oralmente, qualche anno prima aveva improvvisato dei versi per le monache del monastero di Santa Maria degli Angioli.” in Vincenzo Santangelo, Luigi Capuana e i suoi critici, Roma, Editrice Ciranna, 1969, pp. 3-4.

[8] Jean-Pierre Masmejan, La Republique des commis, Lausanne, L’Aire, 1986, p.10. Trad.: « la maggioranza di questi salariati – ecco il fatto nuovo – lavorano negli uffici. Questi sono commis: contabili, segretari, venditori, disegnatori, controllori, agenti di tutti i tipi…”

[9] Daniele Dan, Robespierre, l’incorruttibile rivoluzionario che lasciò la testa sulla ghigliottina, Milano, Mondatori, 1973, p. 123.

Salvo Garufi

Informazioni su lacasadelsognoantico

Curriculum vitae di Salvo Garufi Nato a Militello in Val di Catania (CT) Il 19 novembre 1951 Residente a Militello in Val di Catania In via Filippo Basile, 5 Titoli di studio Laurea in Lettere, conseguita il 30 marzo 1978 presso l’Università di Catania, con la votazione di 106/110; abilitazione all’insegnamento di stenografia (per corso abilitante); abilitazione all’insegnamento di Materie letterarie nelle scuole medie superiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Italiano, storia, geografia ed educazione civica nelle scuole medie inferiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte (per concorso); abilitazione all’insegnamenti di Filosofia e storia (per corso abilitante). Titoli culturali ed incarichi politici Nel corso della sua carriera nelle scuole statali ha finito per insegnare in tutte le classi di concorso nelle quali è abilitato. Attualmente è docente di Filosofia e storia presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Scordia (CT); è stato finalista per la narrativa nell’edizione 1990 del “Premio Italo Calvino”, organizzato dalla rivista “L’indice” di Torino, presidente della giuria Vincenzo Consolo: ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo dell’Azienda Provinciale Turismo di Catania dal 1994 al 1996; ha insegnato Storia dell’arte in corsi post-diploma finanziati dalla Comunità europea e Storia della moda in corsi di aggiornamento organizzati dall’Istituto professionale femminile di Stato “Isabella Morra” di Matera; è stato consulente teatrale di “Catania Musica Estate 1995” e della “Settimana del barocco a Militello” in tutte le sue edizioni, cioè dal 1994 al 2002; è stato esperto per la cultura del Presidente della Provincia Regionale di Catania dal 1996 al 1998; è stato assessore ai BB. CC. di Militello in Val di Catania dal 2003 al 2008, potendo coorganizzare con fondi ministeriali tre edizioni del “Festival del Val di Noto”; inoltre, collaborato dalla facoltà di fisica dell’Università di Catania, ha ideato ed organizzato il “Premio Ettore Majorana”; ha fondato il Museo Civico “Sebastiano Guzzone” di Militello in Val di Catania e ne è stato il primo direttore. Pubblicazioni SAGGISTICA DI STORIA, DI LETTERATURA E D’ARTE Interventi vari in cataloghi editi dalla Galleria d’arte “La scogliera” di Vico Equense (NA) sui pittori: Vincenzo Laricchia (1079), Enzo Campanino (1980), Emanuele Modica (1981), Roberto Severino (1981), Raffaele Amato (1982). E nel catalogo su Angela Vinaccia (1983), edito dalla Galleria G 59 di Napoli; L’omicidio di Francesco Laganà Campisi (in collaborazione con G. Cavalli), Società Storica Militellese, Militello 1981; Mariano Izzo, in Luigi Paolo Finizio, Il segno espanso di Mariano Izzo, Napoli, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1983; La Madonna nella figurazione artistica a Militello, Militello, Edizioni del Santuario, 1985; Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella, Militello, Edizioni del Santuario, 1986; Sommario della storia di Santa Maria della Stella, in Paolino Stella, Santa Maria nella Chiesa di Caltagirone, Caltagirone, Cassa San Giacomo, 1987; Giuseppe Tuccio, Militello, Comune, 1987; Salvatore Agati, in Cabala e pietre nere (a cura di Nicolò Mineo), Catania, Prova d’autore, 1990; Opere edite di Giuseppe Majorana (in collaborazione con M. Marino), Militello, Comune, 1991; Melo Minnella. Catania, Provincia Regionale di Catania, 1995; Geografia poetica di Salvo Basso, in La figura e le opere poetiche di Salvo Basso (atti del convegno), Catania, Prova d’autore, 2002; Voci per Militello dalla A alla Z (a cura di Nello Musumeci), Catania, Edizioni della Provincia Regionale di Catania, 2003; Osservazioni sul punto di vista, in O scuru – fotografie di Salvo Basso, Catania, Prova d’autore, 2003; Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, storia dell’arte a Militello, Caltagirone, Il Minotauro, 2005; Guida al sistema museale “Sebastiano Guzzone” di Militello (con contributi di altri), Caltagirone, Il Minotauro, 2006; Guida turistica ai quindici comuni del Calatino Sud Simeto (in collaborazione con Domenico Amoroso e Massimo Papa), Caltagirone. Agenzia di Sviluppo Integrato, 2008. NARRATIVA Interventi nelle seguenti antologie: Le voci fra gli sterpi, edizioni 1989 e 1990, Scordia, Edizioni Nadir; Frastorni, Scordia, Edizioni Nadir, 1991; Arrivederci a Sortino, edizioni 1997, 1998 e 1999, Catania, Prova d’autore; Distacchi dentro fuori, Milo, Laboratorio d’arte contemporanea “Village”, 1997; Attioni spectaculose, racconti, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2007; Na mezzanotti antica, traduzione in ottonari siciliani di The Raven di Edgar Allan Poe, Mascalucia (CT), 2007; Evangelio borghese, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008; La Firenze degli Iblei, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008. COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE “Il Secolo d’Italia” di Roma, “La Riviera” di Napoli, “Peninsula” di Vico Equense, “Catania sera” di Catania, “Prospettive” di Catania, “Militello Notizie” organo del Comune, “La provincia di Catania” organo della provincia regionale. Teatro e spettacoli L’orgoglio delle pietre, video, regia di Franco Di Blasi, Azienda Provinciale Turismo di Catania, 1994; La dama della memoria, spettacolo teatrale, regia di Davide Sbrognò, Militello, Atrio del Castello, 1995; Corteo del principe e Partita di scacchi viventi, spettacoli di piazza, registi vari, Militello, tutte le edizioni de “La Settimana del Barocco” e Noto, “Festival barocco”, 2006; La reina di Scotia, riduzione da Federico Della Valle, regia di Elio Gimbo, Militello, Atrio del Castello, 1995; Zizza, adattamento da Pietro Carrera, regia di Gianni Scuto, Militello, Atrio del Castello, 1995; Gli occhi di Tyrone Power, dramma, regia di Elio Gimbo, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1996; Bar New York, commedia, regia di Piero Ristagno, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Nuovo, 1996; La festa del grano, spettacolo di piazza, Raddusa, 1996; Scene di un Natale barocco, spettacolo di piazza, regia di Gioacchino Palumbo, Comiso, Scicli, Modica, Ragusa, 1996/1997; Una storia per Guareschi, commedia, regia di Franco Calogero, Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1997; Conversazione del principe, commedia, regia di Fernando Balestra (ed altri nelle numerose repliche), Militello, Atrio del Castello, 2000; Una canzone per donna Aldonza, tragedia, regia di Antonio Caruso, Militello, Piazza Municipio, 2001; Scene di un Natale barocco, tragedia, regia di Emanuele Puglia, Militello, Piazza Municipio, 2002; Le voci fra gli sterpi, concerto di poesia, regia di Gianni Salvo, Militello, Atrio benedettino, 2004; Na mezzanotti antica, omaggio a Edgar Allan Poe, lettura di Gianni Salvo, Militello, Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, 2007.

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