La donna e la creazione del mondo (dal libro “il romanticsmo spiegato a Mazzacanagghia di Salvo Garufi – dipinti di di Bruno Di Maio)

eccellenza-italiana-2arte-e-moda-2cropped-logo-neoromanticismo-copia.jpgSiamo noi che creiamo il nostro mondo: polifonìa su “The Raven” di Edgar Allan Poe

di Salvo Garufi
dipinti di Bruno Di Maio (segnalati da Rosa Pollio)

In un inverno della sua lontana gioventù il prof. Saverio Caltabiano visse in Piemonte, a Cortemilia, provincia di Cuneo, nel cuore delle Langhe di pavesiana memoria.

Lì, la prima amicizia femminile venne perché a Marilena piaceva Pasquale.

dieciVeniva dalla Puglia, Pasquale, ed aveva portato un olio fragrante e dorato, che solidificò al freddo immobile di quei posti. Pasquale era sposato, veniva da un solido ceppo contadino e si era laureato l’anno prima ad Urbino (relatore Carlo Bo, come non mancava di aggiungere).

Poi, ci fu pure il danno della stufa a legna otturata, disperatamente inutilizzabile e, purtroppo, fra i tanti pregi, Pasquale aveva il difetto di piccarsi meccanico, per cui, per migliorare il rendimento della stufa, l’aveva sfasciata definitivamente. Quindi, nelle due stanze più accessori che dividevano il freddo cominciò a latrare e le ossa faticavano a stare insieme.

A Cortemilia era arrivato verso novembre, quando la neve aveva già tolto i colori alle Langhe. La mattina, nove su dieci, un cielo che non dava ombre srotolava fiocchi grossi e duri, che venivano giù a piombo e si ispessivano sul terreno e sui tetti delle case.

I passanti camminavano con la testa affossata tra le spalle, ad irregolari saltelli, per evitare le pozzanghere. In tutto questo c’era qualcosa che paradossalmente lo riportava alle sieste siciliane. Il gravare, o del caldo o del freddo, l’aveva sempre sentito come un anticipo del silenzio, quando (dice il poeta Jacopone da Todi) sei ormai ionto a le prese che stai en terra attumulato.

cinqueSoltanto il fiume Bormida aveva scampoli di eleganza, per le bianche merlettature dei detersivi dentro le acque brune di acido fenico.

Fisicamente, Pasquale non era granché, ma dava sicurezza. Perciò gli andò bene con Marilena. D’altra parte, Nicla, sua moglie, era troppo lontana.

Non era bella manco Marilena. Aveva i tratti negroidi, i capelli crespi ed il naso camuso. E parlava assai, come spesso fanno le donne indipendenti. Era ciò che La Rochefoucauld definiva un petit esprit qui a le don de beaucoup parler et de ne rien dire.

Pasquale, invece, amava giocherellare con le parole e nei momenti di ozio, per ridere, rifaceva l’appello delle alunne carine:

“Castelli, regina fra gli uccelli!… Diana e la minchia si n’acchiana!… Dotta, ci la dassi na botta!”

Era un ridere nevrotico ed oppiante, che dentro lasciava come un’urgenza, il senso d’un irreparabile spreco. Caltabiano odiava Pasquale, pur non riuscendo a fare a meno della sua compagnia.

Questi lo portò nella casa che Marilena aveva ad Alba sul finire di dicembre. Smesso il nevicare, il freddo si era stabilizzato. Viaggiava sicuro come una rondine, con le ali ferme e salde nelle correnti d’aria. La campagna scintillava di riflessi azzurrati ed il professore se ne stava in terrazza, impavido.

Da binari invisibili arrivò il fischio di un treno e gli piacque immaginarlo diretto al sud. La partenza era la sua vera vocazione. Il futuro vago, l’eterno inizio.

Poi volse lo sguardo alla sua sinistra, a Filomena accanto a lui.

“Proprio quel che si dice una massaia del Cilento, che chiede l’iniziativa al maschio” pensò.

Le circondò le spalle col braccio e gli parve che lei trattenesse il respiro. Le prese il mento fra pollice ed indice e, sollevatole il viso, la baciò. Sentì la sua saliva. Fredda, insapore. Gli pareva di esplorarle la bocca, più che baciarla. Andarono in una stanza.

Intorno al pube, Filomena aveva ciuffi folti e scuri, che spiccavano sul ventre latteo, tremolante per una leggera pinguedine. Con la lingua esplorò quell’intrico che dava l’idea di una cozza immersa in un bagno di olio di vasellina. Lei accettava tutto. Remissiva, con qualche gemito, tanto per gradire.

dueQuando tornarono in cucina, Filomena preparò il caffè. Adesso, in quella sua finzione di moglie sembrava più a suo agio. Caltabiano tenevo appesa alle labbra una sigaretta. Gli piaceva ascoltarla.Era figlia di un maresciallo ed aveva quattro fratelli sparsi per il Nord, tutti sposati e padri di figli. A scuola era stata brava, ma i voti migliori li aveva presi in disegno ed in italiano. Gli era rimasta cara una professoressa marchigiana, a cui ancora qualche volta scriveva.

Fuori, intanto, le forme delle case e delle colline divennero di morbida spugna. Tutto dava l’idea del silenzio. Persino le automobili che sulla strada lasciavano scie di sporco passavano come riflessi lontani.

In quel momento Caltabiano ricreò il mondo, facendone una proiezione del suo stato d’animo.

Immaginò il treno di prima che correva nel buio. Sentì persino l’odore di chiuso degli scompartimenti. Vide le persone che dormivano e le luci delle stazioni che sciabolavano su di loro. Pensò, quindi, al giorno dopo. Anzi, ai tanti giorni dopo che ci sarebbero stati, l’uno uguale all’altro, a seppellire inavvertitamente l’emozione che, per quella sera, lo faceva sentire vivo.

Fu proprio allora che, per la prima volta, pensò di tradurre The Raven di Edgar Allan Poe.

Intento che realizzò trentanove anni dopo.

***

A mità da notti scura, c’era ìu e c’era u scantu
ca mi dava un libru anticu di magia e di fattura.

Mentri m’ava appinnicatu, a ‘mpinsata fu l’incantu!
Sentu un còrpu arretu a porta, cosa strana, vista l’ura.
Iu pinsai: “Sutta quarcunu tuppulìa pe sa guai,

                                        sulu chistu c’è, oramai!”

 

Una mezzanotte lùgubre, mentre stavo stanco e affranto
su curiosi libri e rari d’una scienza ch’or s’ignora,
m’ero già quasi assopito, che d’un sùbito, d’incanto,
sentii come un lieve batter, batter fuori la dimora.
“Giù qualcuno” mormorai, “chiede asilo pei suoi guai,
solo questo c’è, oramai!”

 

noveComu torna chiaru ‘n menti ddru dicèmmuru friddusu,
quannu u focu mi pariva fari n’ùmmira fantasima!
A nuttata nun passava e ddru librazzu curiusu
nun mi dava abbièntu o cori, dopu a morti da na fimmina
ca chiamavunu Leonora, perla rara e beddra assai,

                                        ca nun tòrna cchiù, oramai!

 

Ah! Rammento chiaramente quel dicembre freddo e solo,
quando il tizzo che moriva dava al suolo spettri d’ombre.
Disperavo ormai l’aurora, poiché vano fu il consolo
dei miei libri al gran duolo che per Lèonor m’ingombre,
perla rara e radiante, che risiede in Ciel fra i sai,
senza nome qui, oramai!

 

Mancu a tenda aviva paci: si muviva sutt’o vièntu
e mi dava sentimèntu di na cosa assummurusa.
E perciò iva dicènnu, pi carmari u ma spavièntu:

“Tuppulìa arretu a porta nu signuri timurusu
ca si persa dintra a notti, pirchì fìcia tardu assai.

                                        Sulu chistu c’è, oramai!”

 

II frusciare vago, inquieto, della seta della tenda          ;

penetravami d’inedito e fantastico terrore.

E così mi ripetevo, per placar del cuor l’orrenda
furia: “Batte alla mia porta un qualsiasi signore,
un nottambulo signore che vorrebbe entrar. Lo sai,
solo questo c’è, oramai!”

 

ottoE faciènnumi curaggiu, e tinènnumi u scantazzu

“Viaggiaturi dintra a notti, t’addumannu scusa” dissi.

“M’ava quasi addummirsciutu. Tròppu picca fu u vuciazzu,

tròppu chianu tuppuliasti, pirchì bonu ti sintissi

e a ma porta ti rapissi…” Poi, rapìi e m’affacciai:

                                         c’era scuru e luci mai!

 

Tosto detti forza al cuore, senza più vile esitare.

“Sire” dissi, “oppur signora, gentil venia a voi s’implori.
M’ero quasi addormentato e sì piano fu il bussare,
con quei colpi tanto tenui, tenui all’uscio, lì di fuori,
che – pensate! – v’udii appena.” Aprii l’uscio e poi guardai:

c’era l’ombra e nulla, ormai!

 

Vosi taliari megghiu dintra o scuru cchiù ammucciatu,
dintra u funnu di l’incantu, ca mi dava cchi pinsari.
Ma, nun vinna nuddra vuci, ogni scrùsciu era stutatu…
Si sintìvu na parola, anzi un sciatu: Leonora!
A campagna arrispunnìvu: “Leonora!…”  Ma, pinsai:

                                           “Parra a morti, casumai!”

 

Spinsi l’ansia mia e lo sguardo riluttante nell’ignoto,
con stupor, sognando sogni che mortal mai fe’ finora.
Ma, il silenzio non die’ nota, tacque fondo, stette immoto…
Sol s’udi una parola, un sussurro: “Leonora!”
E poi l’eco disse murmure: “Leonora!…” E sussultai
per quel nome morto, ormai!

 

quattroPoi, turnai dintra a ma stanza, cu u pinseru squartariatu

pi sintiri n’atra vota ddru luntanu tuppuliari.
Dissi: “Forsi da finestra quarchi pazzu m’a chiamatu.
Ora, fazzu forza o cori pi putìrimi addunari,
pi sapiri cu chiamava.” Dintra u scuru m’affacciai…
C’era ventu e nenti mai!

 

Ritomai nella mia stanza, preda in cuor d’egra malìa,
che riudii più forte ancora quello stran picchiar da fuori.
Dissi: “Dalla mia finestra il rumore provenìa.
Taccia il battere del cuore e si veda che c’è fuori.
Ferma l’animo a scoprire il mistero.” V’esplorai:

c’era vento e nulla, ormai!

 

E di corpu trasa ‘n casa, svulazzannu a sciusciuneddru,
n’aciddrazzu pinna niura, ca passau comu un nobili.
Senza fari un saluteddru, senza stari un minuteddru,
si nni ivu supra a porta, s’assittau supra un mobili
cu na statua di Minerva; e ddra supra mo truvai
comu l’àngilu do mai.

 

Quando aprii l’imposta entrò, con svolazzo e fruscio muto,
un gran corvo maestoso di lontani e santi scorsi.
Non mi fece un saluto, non ristette un minuto,
come lord oppur signora, sulla porta venne a porsi,
sopra il busto della Pàllade. Si posò sui miei lai
e non mosse l’ala, mai!

 

seiPi nun chiànciri, schirzai supra certi taliaturi
di l’aceddru misu ‘n posa di baruni o di marchisi:

“Si’ tignusu supra a testa, ma ti senti un gran signuri,
vecchiu aceddru ca vinisti, animali cu pritisi
di parrari pi na tomba, qual è u nomi ca tu c’ài?

                                            U curbacchiu dissa: “Mai!”

 

Portò l’animo a sorridere di quel nero uccel lo sguardo,
tanto grave il suo decoro era in quella positura.
“S’hai la testa rasa e calva, non sei vil uccel, vegliardo,
vecchio, torvo migratore della notte che m’oscura,
quale nome t’hanno dato nei sepolcri che tu sai?”

Disse il Corvo allora: “Mai!”

 

Fivurativi chi scantu fu sintiri ca parrava!
Su mi parsa fissarìa ddra parola ca mi dissa,
resta u fattu ca nun c’è (o, almenu, nun pinsava)
cristianazzu ca ristava comu nenti succidissa
cu n’aceddru supra a porta, fermu, niuru e làdiu assai.
E ca si chiamava Mai.

 

Mi stupì l’udir parlare tale bestia triste e strana,
benché mi suonasse fola la sua unica parola.
Esso è certo che niuna creatura – viva, umana –
vide mai, almen finora, un uccel che se ne vola
sopra un busto in su la porta, messaggero d’altri guai,
con tal nome strano: Mai!

 

U curbacchiu stava fermu supra a testa di Minerva.
Nun muviva mancu l’ali, nun diciva na vocali,
Tranni (u dissi) ddra parola ca mi dava supra i nerva.
Finu a quannu dissi: “Ora, senza ca ma pìgghiu a mali,
si nni va comu l’amici, quannu trasi dintra i guai.”
U curbacchiu dissa: “Mai!”

 

E restò l’uccel sul busto di quel placido ideale,
rifondendo in tal parola quasi un senso ch’accalora.
Ei non mosse pur un’ala, non emise più vocale,
fino a che io dissi: “Ed ora volerà via con l’aurora,
tal gli amici miei finora, tal la speme mia, oramai!”
Disse il Corvo allora: “Mai!”

 

setteSta parola parsi un tronu ca scruscivu dintra a testa.
“Sulu chistu sapi diri” dissi, “e certu ci a ‘nsignau
qualchi cuccu di patruni, pa disgrazia ca mi resta,
po limìiu de sa iòrna, pa disgrazia ca purtau
dintra a casa mia stanotti, po ma chiantu e pe sa guai!

                                              Sempri sta parola: Mai!

 

Ei mi scosse dal torpore del silenzio con quel suono.
“Di sicuro” dissi, “è questa ogni merce sua e gli basta.
Qualche triste suo patrono, che sciagura rese prono,
ripeteva tal lagnanza, ritomel ch’ancor rimpasta,
per i guai della speranza e ripete sempre ormai
solo la parola Mai!

 

U curbacchiu stava ddra e mi vinna a fantasia
di ssittarimicci ‘n facci: ci purtàiu a ma poltrona
e m’anniàiu dintra o villutu, scatinannu a ma pazzia,
ca mi vosi sfìrniciari supra a tinta e supra a bona
majarìa ca viniva cu ddr’acceddru… e ci ristài.
Chi significava Mai?

 

Ma, quel Corvo tuttavia m’allettò la fantasia.
Verso il Corvo, l’uscio, il busto, la poltrona spinsi allora.
Così, affosso nel velluto, sul sognar fu la follia,
ch’io pensai qual malaugurio, quello strambo uccel d’allora,
quel sinistro messaggero, quel fantasma triste ormai,
dir voleva col suo Mai!

 

Piènsu e piènsu e piènsu ancora, senza diri na parola.
U curbacchiu mi tàliava comu fussa crucifissu.
“Chista para majarìa… e a ma testa si n’abbola!”
assittatu no villutu di na stoffa viola, dissu.
Assittatu ‘n facci o lumi, comu na vota taliài

                                               cu nun torna cchiù, oramai!

 

Ero in preda ai miei pensieri, ma tacevo al Corvo nero
del cui occhio la favilla m’era in petto cruda stilla.
Divinando sull’incanto, chino il capo, assiso m’ero
sulla stoffa vellutata color viola, dove brilla
della lampada la luce, sul cuscino vuoto ormai,

che non preme più, oramai!

 


L’aria addivintau di cira, c’era focu e fumu scuru.
Mi scinnirru centu arcàngili pi ballarimi davanti.
Vosi diri a vuci ‘i testa: “Vena n’àngilu sicuru
pi purtarimi cunortu contru i lutti e contru i scanti,
pi purtarimi cunortu supra a morta ca pinsai.”

                                                   U curbacchiu dissa: “Mai!”

sei

L’aria parve farsi densa, parve farsi fus’incenso.

Udii d’angel la presenza alitare in mia dimora.

Io gridai: “Scende, o dolente, con quegl’angeli l’Immenso!

Tregua sia, tregua e nepente dal pensare a Leonora!

Bevi adesso tal nepente, per la donna e pei tuoi guai!”
Disse il Corvo allora: “Mai!”

 

“Ucca fitenti e gh’ittaturi! Aciddrazzu o diavuluni!
Su ti manna u capuinfièrnu, su vinisti co sciroccu
chinu e focu e di rancuri, a purtarimi scursuni
dintra o cori, iu ti prèiu, anzi i pedi a tia ti toccu…
dimmi: c’è cunsulazioni pi l’amuri ca pinsai?”

                                                   U curbacchiu dissa: “Mai!”

 

“O profeta!” urlai. “Malefico! Tale, o demone od uccello!
Se ti spinse il Tentatore, s’uragan volse tua prora,
desolato ma indomato, fino al mio stregato avello,
ove cresce il cupo Orrore, dimmi il vero, ch’io t’implora!…
Ve, v’è in Gilead ristoro? Se c’è, dillo chiaro, ormai!”
Disse il Corvo allora: “Mai!”

 

“Ucca fitenti e gh’ittaturi! Aciddrazzu o diavuluni!
Pa ddru celu ca ni chiuda, po Signuri ca pruteggia,
o ma cori scunsulatu dacci na cunsulazioni…
Leonora torna a mìa, quannu a morti mi surreggia?
Leonora beddra assai, Leonora persa ormai?”

                                                  U curbacchiu dissa: “Mai!”

 

“O profeta!” urlai. “Malefico! Tale, o demone od uccello!
Per quel Cielo che ci chiude, per quel Dio ch’ambo s’adora,
a quest’anima affannata di’ se l’Eden dà suggello
d’abbracciar la vergin santa, detta in Cielo Leonora,
perla rara e radiante, Leonora in Ciel fra i sai?”

Disse il Corvo allora: “Mai!”

 

“Aciddrazzu o ittaturi, nescia fora do ma cori!
Curra a casa ‘n menzu i tombi! Torna o vièntu, cu e fantasimi!
Mi dicisti fissarìi! Nun ti cridu, nossignori!
Lassa a testa di Minerva! Stu cuteddru duna spasimi!
Tornitìnni unni à stari! Cca c’è chiantu sulu, ormai!”
U curbacchiu dissa: “Mai!”

 

bruno-di-maio-1“Questa è l’ultima tua frase, corvo o demon!” fe’ lo sdegno.
“Va’, rivola al regno d’ombre, agli anemoni, alle tombe!

La menzogna ch’ora hai detto, piuma nera, non m’è pegno.
Lascia il busto sulla porta! Questo rostro che m’incombe
sul cuor togli! Va’, rivola via dai miei luttuosi guai!”

Disse il Corvo allora: “Mai!”

U curbacchiu resta ancora, resta dintra u ma turmentu,
supra a testa di Minerva, assittatu comu un nobili.
Mi talia cu un paru d’occhi, comu un diavulu ca sentu
culurarimi a iùrnata, mentri u lumi supra u mobili
forma n’ùmmira fantasima dintra a stanza de ma guai.
Mi talia e dìcia: “Mai!”

 

Ed il Corvo posa ancora, posa pure in quest’istante
sopra il busto della Pàllade, lì, sull’uscio. Ed il colore
di quegl’occhi dà sembiante pari a demone sognante.

Pur la lampada che spande sulla bestia il suo chiarore
forma un’ombra fluttuante sul terreno, cupa assai…

Resta e dice ancora: “Mai!”

Bruno Di Maio, Edgar Allan Poe, Narrativa, neoromanticismo, Salvo Garufi / , , ,

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Curriculum vitae di Salvo Garufi Nato a Militello in Val di Catania (CT) Il 19 novembre 1951 Residente a Militello in Val di Catania In via Filippo Basile, 5 Titoli di studio Laurea in Lettere, conseguita il 30 marzo 1978 presso l’Università di Catania, con la votazione di 106/110; abilitazione all’insegnamento di stenografia (per corso abilitante); abilitazione all’insegnamento di Materie letterarie nelle scuole medie superiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Italiano, storia, geografia ed educazione civica nelle scuole medie inferiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte (per concorso); abilitazione all’insegnamenti di Filosofia e storia (per corso abilitante). Titoli culturali ed incarichi politici Nel corso della sua carriera nelle scuole statali ha finito per insegnare in tutte le classi di concorso nelle quali è abilitato. Attualmente è docente di Filosofia e storia presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Scordia (CT); è stato finalista per la narrativa nell’edizione 1990 del “Premio Italo Calvino”, organizzato dalla rivista “L’indice” di Torino, presidente della giuria Vincenzo Consolo: ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo dell’Azienda Provinciale Turismo di Catania dal 1994 al 1996; ha insegnato Storia dell’arte in corsi post-diploma finanziati dalla Comunità europea e Storia della moda in corsi di aggiornamento organizzati dall’Istituto professionale femminile di Stato “Isabella Morra” di Matera; è stato consulente teatrale di “Catania Musica Estate 1995” e della “Settimana del barocco a Militello” in tutte le sue edizioni, cioè dal 1994 al 2002; è stato esperto per la cultura del Presidente della Provincia Regionale di Catania dal 1996 al 1998; è stato assessore ai BB. CC. di Militello in Val di Catania dal 2003 al 2008, potendo coorganizzare con fondi ministeriali tre edizioni del “Festival del Val di Noto”; inoltre, collaborato dalla facoltà di fisica dell’Università di Catania, ha ideato ed organizzato il “Premio Ettore Majorana”; ha fondato il Museo Civico “Sebastiano Guzzone” di Militello in Val di Catania e ne è stato il primo direttore. Pubblicazioni SAGGISTICA DI STORIA, DI LETTERATURA E D’ARTE Interventi vari in cataloghi editi dalla Galleria d’arte “La scogliera” di Vico Equense (NA) sui pittori: Vincenzo Laricchia (1079), Enzo Campanino (1980), Emanuele Modica (1981), Roberto Severino (1981), Raffaele Amato (1982). E nel catalogo su Angela Vinaccia (1983), edito dalla Galleria G 59 di Napoli; L’omicidio di Francesco Laganà Campisi (in collaborazione con G. Cavalli), Società Storica Militellese, Militello 1981; Mariano Izzo, in Luigi Paolo Finizio, Il segno espanso di Mariano Izzo, Napoli, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1983; La Madonna nella figurazione artistica a Militello, Militello, Edizioni del Santuario, 1985; Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella, Militello, Edizioni del Santuario, 1986; Sommario della storia di Santa Maria della Stella, in Paolino Stella, Santa Maria nella Chiesa di Caltagirone, Caltagirone, Cassa San Giacomo, 1987; Giuseppe Tuccio, Militello, Comune, 1987; Salvatore Agati, in Cabala e pietre nere (a cura di Nicolò Mineo), Catania, Prova d’autore, 1990; Opere edite di Giuseppe Majorana (in collaborazione con M. Marino), Militello, Comune, 1991; Melo Minnella. Catania, Provincia Regionale di Catania, 1995; Geografia poetica di Salvo Basso, in La figura e le opere poetiche di Salvo Basso (atti del convegno), Catania, Prova d’autore, 2002; Voci per Militello dalla A alla Z (a cura di Nello Musumeci), Catania, Edizioni della Provincia Regionale di Catania, 2003; Osservazioni sul punto di vista, in O scuru – fotografie di Salvo Basso, Catania, Prova d’autore, 2003; Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, storia dell’arte a Militello, Caltagirone, Il Minotauro, 2005; Guida al sistema museale “Sebastiano Guzzone” di Militello (con contributi di altri), Caltagirone, Il Minotauro, 2006; Guida turistica ai quindici comuni del Calatino Sud Simeto (in collaborazione con Domenico Amoroso e Massimo Papa), Caltagirone. Agenzia di Sviluppo Integrato, 2008. NARRATIVA Interventi nelle seguenti antologie: Le voci fra gli sterpi, edizioni 1989 e 1990, Scordia, Edizioni Nadir; Frastorni, Scordia, Edizioni Nadir, 1991; Arrivederci a Sortino, edizioni 1997, 1998 e 1999, Catania, Prova d’autore; Distacchi dentro fuori, Milo, Laboratorio d’arte contemporanea “Village”, 1997; Attioni spectaculose, racconti, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2007; Na mezzanotti antica, traduzione in ottonari siciliani di The Raven di Edgar Allan Poe, Mascalucia (CT), 2007; Evangelio borghese, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008; La Firenze degli Iblei, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008. COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE “Il Secolo d’Italia” di Roma, “La Riviera” di Napoli, “Peninsula” di Vico Equense, “Catania sera” di Catania, “Prospettive” di Catania, “Militello Notizie” organo del Comune, “La provincia di Catania” organo della provincia regionale. Teatro e spettacoli L’orgoglio delle pietre, video, regia di Franco Di Blasi, Azienda Provinciale Turismo di Catania, 1994; La dama della memoria, spettacolo teatrale, regia di Davide Sbrognò, Militello, Atrio del Castello, 1995; Corteo del principe e Partita di scacchi viventi, spettacoli di piazza, registi vari, Militello, tutte le edizioni de “La Settimana del Barocco” e Noto, “Festival barocco”, 2006; La reina di Scotia, riduzione da Federico Della Valle, regia di Elio Gimbo, Militello, Atrio del Castello, 1995; Zizza, adattamento da Pietro Carrera, regia di Gianni Scuto, Militello, Atrio del Castello, 1995; Gli occhi di Tyrone Power, dramma, regia di Elio Gimbo, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1996; Bar New York, commedia, regia di Piero Ristagno, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Nuovo, 1996; La festa del grano, spettacolo di piazza, Raddusa, 1996; Scene di un Natale barocco, spettacolo di piazza, regia di Gioacchino Palumbo, Comiso, Scicli, Modica, Ragusa, 1996/1997; Una storia per Guareschi, commedia, regia di Franco Calogero, Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1997; Conversazione del principe, commedia, regia di Fernando Balestra (ed altri nelle numerose repliche), Militello, Atrio del Castello, 2000; Una canzone per donna Aldonza, tragedia, regia di Antonio Caruso, Militello, Piazza Municipio, 2001; Scene di un Natale barocco, tragedia, regia di Emanuele Puglia, Militello, Piazza Municipio, 2002; Le voci fra gli sterpi, concerto di poesia, regia di Gianni Salvo, Militello, Atrio benedettino, 2004; Na mezzanotti antica, omaggio a Edgar Allan Poe, lettura di Gianni Salvo, Militello, Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, 2007.

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