La grande storia dell’arte contemporanea in Sicilia in collezione al Museo civico “Guzzone” di Militello (CT)

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barone autoritrattoI primi giorni di morte di Giuseppe Barone

racconto di Salvo Garufi
dipinti, cartoni ed un acquarello di Giuseppe Barone
(collezione del Museo civico “Sebastiano Guzzone” di Militello)

Ancora oggi nei paesi della Piana di Catania la sola lettura quasi quotidiana è il giornale “La Sicilia”. Lo trovi gratis nei bar, nei circoli e negli uffici comunali (ottima alternativa al fastidio del lavoro). Nel 1956, poi, leggerlo era un modo di esibire la propria condizione di alfabetizzati, il che significava aver salito un bel po’ di gradini nella scala sociale. La mattina del 4 gennaio, perciò, ancora affaticati dalla digestione delle pantagrueliche mangiate di fine anno, i tanti che lo conobbero appresero dagli annunci funebri che il giorno prima era morto a Catania il pittore Giuseppe Barone.

Non ci fecero molto caso. Per loro, i personaggi davvero importanti, oltre ai grandi proprietari di aranceti, erano soltanto i medici e gli avvocati. I politici, come Mario Scelba, o  Silvio Milazzo, o il barone Majorana, o il manipolo barone cartone 1di sindaci, erano una categoria a parte: deità per il ruolo che ricoprivano, da ossequiare finché lo ricoprivano e dimenticare dopo.

“Chi può amare un politico?” pensa il contadino della Piana. “I politici da noi non sono uomini, ma favori che camminano.”

Fu con qualche meraviglia, quindi, che tre mesi dopo, sempre su “La Sicilia”, lessero l’articolo del corrispondente Dino Caruso. “Sabato scorso, 31 marzo, è stata inaugurata al Circolo della Stampa una personale del pittore Giuseppe Barone, recentemente scomparso. La mostra è stata organizzata per onorare l’uomo e il pittore e per presentare al pubblico un ciclo di opere delle sue fondamentali tendenze d’artista.

Il giorno dopo la chiusura della mostra (il 13 aprile), “La Sicilia” tornava a parlare di Barone con una testimonianza redazionale. Era il tempo in cui a Catania il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti tentavano di costruire una classe media della cultura cittadina, che desse completezza e stabilità al miracolo economico profilatosi all’orizzonte. Il gusto della figurazione moderna, perciò, veniva a porsi come cultura ufficiale, bisognosa di un nuovo Pantheon. Probabilmente, però, la mancanza di una firma, in quel caso, si doveva al fatto che i concetti contenuti non avevano particolare pretesa critica. Erano qualcosa di più: svelavano il pudore per un paio di iperboli:

Giuseppe Barone apparteneva alla lista dei pittori più significativi del primo ‘900 siciliano. Egli non si curò mai di fare polemica, per apparire un pittore di punta; ma nella sua arte esprimeva sinceramente ciò che gli dettava il suo cuore. Allievo di Lojacono all’Accademia di Palermo, apprese da questi la luminosità degli impasti e la fedeltà per la natura…

 “Barone è stato un artista molto serio ed ha dato il meglio di se stesso a beneficio della cultura e della fede isolana. Cerchiamo di essere degni del messaggio che egli ci ha lasciato, apprezzando la sua arte.

Se esiste coscienza nell’Aldilà, credo che il povero defunto sia stato contento di questi elogi. Non a caso, prima lui e poi i familiari (soprattutto il figlio Agostino) conservarono sempre, composti religiosamente in un album, i ritagli di giornali, (per lo più,  comparsi nelle pagine di cronaca), tanto che oggi si può tentare una biografia partendo da essi. Purtroppo, spesso  trascurarono di annotare il nome della testata e la data di pubblicazione. La lettura di quei fogli, comunque, per me è stata come il risalire di un ruscelletto carsico e l’arte di Giuseppe Barone è ritornata, con tutto il suo quieto furore di bellezza, eternamente sospesa tra cielo e gramigna.

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L’anno milleottocentottanta sette, addì tre di ottobre, a ore ante meridiane dieci e minuti trenta, nella casa barone cartone 2comunale – Avanti a me Avvocato Salvatore Campisi, Assessore anziano funzionante da Sindaco Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Militello Val Catania, è comparso Agostino Barone, di anni ventotto, calzolajo domiciliato in Militello, il quale mi ha dichiarato che alle ore pomeridiane una e minuti trenta, del dì due del corrente mese, nella casa posta in Via Calvario al numero ———–, da Giuseppa Barresi, industriosa sua Moglie seco lui convivente, è nato un bambino di sesso Maschile, che egli mi presenta, e a cui dà il nome di Giuseppe…” (Comune di Militello in Val di Catania, Atti di nascita, n. 379, a. 1887).

Dalla coppia Agostino Barone e Giuseppa Barresi, dopo Giuseppe, nacquero Valentino (il 6/10/1889), Salvatore (il 19/10/1891), Marietta (il 19/3/1894), Antonino (il 2/8/1896), Benedetta (il 18/7/1902). Eppure, nonostante il numero dei componenti e le umili condizioni della famiglia, Giuseppe poté compiere i suoi studi nella lontana Palermo, prima al Liceo Artistico e poi all’Accademia di Belle Arti, come si legge nell’unica fonte biografica disponibile al momento (Retrospettiva di Giuseppe Barone, catalogo della mostra tenutasi al Circolo della stampa di Catania dal 31 marzo al 13 aprile 1956, conservato presso la Biblioteca Comunale di Militello).

L’Accademia era nata un anno prima di lui, nel 1886, e vi accedevano all’insegnamento prevalentemente artisti che “si dedicavano ad imponenti composizioni di figura, inserendosi in una corrente dove le accademie furono protagoniste, dal tempo delle mitologie neoclassiche e dei soggetti storici a quello dei temi derivati dal romanzo” (Franco Grasso, Ottocento e novecento in Sicilia, in Storia dell’arte in Sicilia, vol. II, Palermo, Le Edizioni del Sole, 1984, p. 171). Ma, in effetti, già nella città natia Barone sicuramente aveva conosciuto il tradizionalista pittore scordiense Giuseppe Barchitta, che poi raggiunse una buona notorietà in Brasile. “Barchitta” ha scritto il mio amico Claudio F. Parisi, “in questi anni, conosce Giuseppe Barone, giovane pittore della vicina Militello in Val di Catania, del quale verosimilmente, prima del soggiorno di studio dell’artista militellese a Palermo alla scuola di Francesco Lojacono (1838-1915), se non il primo maestro, fu un immediato, e già maturo, interlocutore per l’apprendimento delle prime nozioni di pittura” (Giuseppe Barchitta, Scordia, Nadir, 1996, pp. 40/41).

Al di là, comunque, del valore che si possa dare agli insegnamenti accademici, che nel giro di pochi anni sarebbero stati messi in crisi dalla congerie delle avanguardie, quello di Barone fu un corso scolastico molto prestigioso, reso possibile da una borsa di studio del Comune di Militello (allora lontano dall’attuale barbarie). Così, nel 1903 appena sedicenne arrivò a Palermo, a stretto contatto con i continuatori di una secolare tradizione, che pur propugnavano alcuni tentativi di innovazione. Non a caso la cattedra di Figura disegnata era affidata al pittore Luigi Di Giovanni (1856-1938), discepolo del grande Domenico Morelli. Buona rinomanza, barone cartone 3inoltre, vi aveva la pittura di Francesco Lojacono, che nella seconda metà dell’Ottocento raccontò una Sicilia in cui vivacità culturale e tensioni sociali non mancavano.

Le opere di più antica datazione che ci restano di Barone, perciò, posero l’attenzione sulla figura umana e sulle classi umili, seguendo vaghi modelli di umanitarismo socialista. Sono soprattutto disegni, di cui ho trovato traccia nell’Archivio fotografico del figlio Agostino, o nel catalogo della retrospettiva del 1956. Cito per tutti i disegni Contadinello del 1909, Piccola cucitrice sempre del 1909 e Ostessa del 1912.

In quegli anni, per l’esattezza nel 1905, Barone ebbe una delle prime committenze pubbliche, realizzando una Copia da Filippo Paladini, disegno a matita oggi nel Museo San Nicolò di Militello. L’occasione venne dal ritrovamento nella chiesa di San Francesco d’Assisi  a Militello di due quadri di Filippo Paladini, un San Francesco e un San Carlo Borromeo. “Questi” srisse il coevo Giuseppe Scirè, “furono dichiarati dall’incaricato della Sopra Intendenza de’ monumenti antichi di Siracusa, cadaveri di quadri, poiché essi mancando di telai erano fissi con chiodi al muro ed attaccati dall’umidità trovavansi tutti a brandelli; però quello del “S. Carlo”, che trovavasi in migliore condizione degli altri, per ordine della Direzione Generale delle Belle Arti di Roma e della Sopra Intendenza di Siracusa, fu con mirabile maestria e somma perizia ristorato ed applicato su nuova tela in telaio dall’artista Prof. di disegno Giuseppe Barone, pittore di Militello, il quale ha saputo bene far rivivere quel quadro” (Cenni storici sulle chiese di Militello distrutte dal terremoto dell’11 gennaio 1693, Caltanissetta, Tipografia Ed. C. Riccioni, 1928, p.53).

Dal 1912  fino al 1914 non c’è traccia di altra committenza pubblica. Quelli che vanno fino al 1916 sono, piuttosto, gli anni in cui l’artista pensò a farsi conoscere, soprattutto a Palermo, dove espose in diverse occasioni (gli oli Viso di giovane donna e Ragazze in chiesa ed il disegno Monelli del ’12, il disegno Bimba del ’13, l’olio Donne con scialle del ’14, gli oli Vecchio marinaio, oggi al Museo “Guzzone” di Militello, Piccola lavoratrice e Piccola suonatrice del ’15). Resta traccia di tale attività in un articolo su una mostra collettiva, apparso nel 1916 sul “Giornale di Sicilia” di Palermo (nessun’altra indicazione è contenuta nel ritaglio): “…Giuseppe Barone che con gusto veramente ammirevole rappresenta graziose scene paesane, profili campagnoli, leggiadre immagini di suonatrici e di fanciulle intente a ricamare merletti…

NataleNel 1916, finalmente, si fece consistente la committenza pubblica. Gli ordinativi vennero dalla sua Militello. Lì dipinse per la chiesa di San Nicolò  il Ciclo di San Gerardo: Il miracolo di San Gerardo, L’ascensione di San Gerardo, La comunione di San Gerardo, La morte di San Gerardo (gli ultimi due titoli sono datati 1916). Probabilmente, non mancarono neppure le richieste di ritratti destinati alle case dei benestanti. In quel periodo, così, si colloca l’olio Ritratto della signora Zuccalà ed il Ritratto dell’arciprete Rivela. Qualcosa del genere eseguì pure nei paesi vicini (sicuramente a Palagonia: i Ritratti dei due vescovi Blandini e di un prete nella Chiesa Madre).

Altre opere ci sono arrivate con date che vanno dal ’16 al ‘21, destinate a restare nella Chiesa Madre e nelle abitazioni di Militello. Del 1916 sono due Studio di fanciullo (disegni), un Cartone per affresco ed un olio su tela con Due putti (tutte opere presenti nel Museo “San Nicolò” di Militello). A seguire, stando all’archivio fotografico del figlio, si possono citare due lavori del 1920, La nonna e (forse) Testa. Ed uno del 1921, Angeli in gloria.

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Le più importanti produzioni di quel periodo furono gli affreschi per la Chiesa Madre di Carlentini, dei quali resta pure un bozzetto, Natività.

Nella cittadina del siracusano, egli operò fino al 1921, lasciando anche delle tele, come ci informa una cronaca, barone cartone 4firmata con lo pseudonimo di Catone, apparsa sul giornale “L’Ora” del 9 settembre di quell’anno. Fra l’altro, il fatto che ne scrivesse un giornale palermitano schierato a sinistra conferma il sospetto che l’ancora poco conosciuto Barone godeva di un giro di amicizie politiche. Nel pezzo si trova un tono che dà l’idea dello scontro sociale nella Piana di Catania, destinato a durare, sotto forma di occupazione delle terre, fino agli Anni Sessanta. Le lodi al pittore, infatti, coincidevano con la cronaca di una visita a Carlentini del deputato socialista Arturo Vella, conclusasi con l’immancabile, infiammato comizio.

Quest’anno la festa della patrona S.Lucia non è stata celebrata con la consueta solennità: la cerimonia svolta in chiesa si è ridotta oggi all’esposizione del ferculo nell’altare maggiore, ricco di gioielli d’oro e di doni votivi in denaro.

“Come sempre si è avuto un gran concorso di fedeli. E però oggi le ben note e generose premure a prò della Chiesa del parroco Mons. Paolo Tartaglia hanno regalato alla cittadinanza  – non ricorrendo agli oboli di questi fedeli – due dipinti di magnifico e indimenticabile valore.

“Durante la celebrazione della messa cantata, padre Michelangelo Blancato da Sortino, venuto per l’occasione, illustrò bellamente dal pulpito i due splendidi quadri dell’artista prof. Giuseppe Barone da Militello, già allievo di cotesto Istituto Statale Arti e nostra vecchia conoscenza per averlo qui ammirato nella sua splendida pittura della cappella del Sacramento: “La Cena”  –  le simboliche figure del Pane Eucaristico e del Calice, nonché la bellissima “Natività con l’adorazione dei pastori”, mostrano l’originale interpretazione, il valore delle luci e la ricchezza dei colori.

“I due nuovi e grandissimi quadri, posti ai lati dell’altar maggiore, rappresentano, uno l’”Apparizione della Madonna di Lourdes alla Bernardina”, l’altro “Il martirio di S.Lucia”.

“La concezione dei soggetti, la perfetta esecuzione presentano agli occhi dell’osservatore figure magnificamente artistiche, che destano lo spirito di adorazione per la Madonna e per S. Lucia, non che un gran senso di ammirazione per l’artista, che ha saputo così ben trasfondere nei personaggi che completano le scene la vitalità dei fatti e la fedele riproduzione dei personaggi, specie nel “Martirio di S. Lucia”.

“All’artista prof. Barone le congratulazioni sentite dell’intellettualità e del popolo carlentinese, che hanno ammirato e apprezzato le splendide produzioni, con l’augurio che la sua arte raccolga sempre soddisfazioni ed allori.

“Come era stato annunciato, è arrivato stasera coi compagni della lega di Lentini l’onor. Arturo Vella.

“Cessato il suono delle fanfare, la gente che era in piazza si fece sotto le finestre del Municipio, dalle quali dopo l’esposizione della bandiera rossa, parlò il pro –sindaco Cicero, che presentò il prof. Drago di Catania e l’on. Vella.

“Essi s’intrattennero sulla necessità di concedere le terre ai contadini, per il miglioramento del proletariato e per l’emancipazione della classe borghese.

Ogni ipotesi di contatto con la rivoluzione, ovviamente, si chiuse definitivamente con la marcia su Roma, il 22 barone cartone 5ottobre del 1922. Due mesi dopo, il 27 dicembre 1922, come risulta da un estratto dell’Atto di Matrimonio compilato dall’Ufficiale di Stato  Civile di Militello, assessore delegato cav. Giuseppe Sciannaca, l’ormai trentacinquenne Barone sposò la ventitreenne Maria Rigon, nata e residente a Vicenza, di professione impiegata. Il 7 ottobre del 1923 nacque la prima figlia e probabilmente fu lei che gli ispirò il tenero disegno, Bimba dormiente. Quell’anno e l’anno successivo, egli lavorò per la committenza pubblica militellese, con i ritratti di Francesco Laganà Campisi, di Pietro Carrera, di Vincenzo Natale, di Salvatore Majorana Calatabiano, di Angelo Majorana Calatabiano, di Giuseppe Musumeci Ristagno (oggi tutti nel Museo Civico “Guzzone” di Militello). Datata 1924 resta soltanto una piccola opera, Mia madre.

Il riferimento culturale di Barone, probabilmente, restava l’umanitarismo ottocentesco. Ed anche tecnicamente egli si confrontava con l’ottocentesco conterraneo Sebastiano Guzzone. Seppe cogliere tale accostamento Alfredo Entità, uno che lo frequentò ed ebbe velleità di critico d’arte. Lo scritto uscì su “La Sicilia” nel 1956, all’indomani della morte del pittore, col titolo di Ciao.“Prima l’Accademia di S. Luca, poi Roma e Firenze, Milano e Torino, Parigi e Londra, orientarono il Guzzone verso una visione più completa del panorama pittorico europeo e dell’evoluzione propria determinante in quel momento per la nuova pittura e la nuova arte in genere; mentre il Barone resta un po’ vincolato allo spirito di una visione meno evoluta, ma anche più aderente alla natura e al mondo ch’egli ama. Sicchè il Barone, fedele ad un Ottocento più tradizionale, di pretto stampo siciliano, derivato dal suo grande maestro d’Accademia, Fr. Lojacono, costruisce la figura alla maniera, direi, quattrocentesca osserva il paesaggio nei particolari e nell’insieme, tesse il quadro con un ordito che non omette nulla.

 

Un anno importante risultò il 1925, quando Barone ricevette l’incarico di affrescare la Cappella del Seminario di Siracusa. Splendidi particolari furono San Matteo, Elia riceve il pane dal corvo e Mosè. Il lavoro si protrasse fino al 1926, quando fra l’altro dipinse un Case e paesaggio, raffigurante il quartiere Bottazza di Militello, ora nel locale Museo Civico. Si aggiungano, poi, per attendibile datazione, l’acquerello Mietitura e l’olio Paesaggio di Militello.

Nel 1927 Giuseppe Barone si trasferì a Catania (anche se non cambiò contestualmente la residenza, dato che venne cancellato dal Registro della popolazione di Militello soltanto in data 1/10/1930 (Cfr. Certificato di nascita). Nella città etnea espose in diverse mostre organizzate dal “Circolo Artistico” e da altri enti. Ne rimane cronaca su “La Sicilia”, in un articolo a firma O. C. “Tempo addietro ammirammo di lui alcuni Interni di chiese, bellissimi, intonati, austeri, che facevano meditare e pensare. Adesso il pittore ha sentito vivo il bisogno di respirare un’aria libera, fresca e profumata. Non si è fossilizzato in una forma d’arte che, se dapprima lo rendeva interessante e promettente, ora sarebbe apparsa monotona e monocorde.

barone cartone 6In queste stesse rappresentazioni veriste Barone tentò di superare il mero descrittivismo, mostrando un certo gusto per la sinuosità delle linee, che rimandava ad un appena accennato liberty e, nel caso di figure femminili, ad una sensualità casalinga. Ce ne restò inconfutabile testimonianza nel 1927, con l’opera Primavera, che si lega concettualmente alla Decorazione con figure ed a Diana con i compagni e paesaggio campestre, eseguite nel 1930 per una  casa privata di Catania. Di non minore interesse appare il suo evidente ripiegarsi nell’ambiente familiare. Qualche volta, così, vennero fuori composizioni di grande intensità poetica. Tra gli oli spiccano Ragazza al balcone (ora nel Museo Civico di Militello), Paesaggio di Militello, Sottoscala, Ciaramiddaru (1930), Testina di bimba, Bimba dormiente, Mattino, Marina (queste ultime quattro tutte del 1931).

Negli Anni Trenta, inoltre, Giuseppe Barone cominciò ad essere conosciuto pure come maestro dell’affresco e della pittura monumentale. Ne lasciò saggi soprattutto negli edifici religiosi. Dal 1931 al 1934 dipinse nella cupola e nell’abside della Chiesa Madre di Nicolosi gli affreschi Sant’Antonio e La Pentecoste, oltre ai telieri ad olio (Cappella del Crocifisso, i934) Il cardinale Dusmet fra il popolo dopo la lava, L’orazione dell’orto e Deposizione.  Di questi lavori si ebbe eco in ben due articoli apparsi sul quotidiano “la Sicilia”, dei quali si sono persi data e autori.

Nel primo si dava l’annuncio della consegna delle tele: “Il pittore Giuseppe Barone, che abbiamo avuto occasione di ammirare in parecchie mostre, ha eseguito per la Chiesa Madre della vicina Nicolosi due ampie, magnifiche tele, raffiguranti una “Il ritorno col Cardinale Dusmet”.

Nel secondo si raccontavano i fatti che le avevano ispirate.

Le tele raffigurano due episodi dell’eruzione del 1885, ai quali è legata la memoria del compianto cardinale Dusmet.

Ragazza al balcone“La lava dell’Etna, sprigionatasi con estrema violenza da un fianco del vulcano improvvisamente squarciatosi, minacciava Nicolosi e, se altro tempo fosse intercorso, perfino la città di Catania, come era avvenuto tragicamente due secoli prima. Da Nicolosi, gli abitanti erano già fuggiti: sola speranza era veramente l’aiuto di Dio, e le preghiere della popolazione, che salivano senza riposo e con disperato slancio.

“Il cardinale Dusmet, che reggeva la arcidiocesi di Catania, si pose a capo di un pellegrinaggio popolare e mosse verso il fronte lavico, recando il Velo di Sant’Agata: velo che coprì il corpo della Vergine nella fornace, dove l’aveva fatto deporre Quinziano, tiranno di Catania, e che aveva resistito miracolosamente alle fiamme, arrossandosi appena. Giunto al cospetto della lava, il cardinale fissò il velo sul terreno, e attese. La lava procedette ancora, girò intorno e si arrestò come una belva smagata e ammansita.

A differenza, però, di quanto possano far pensare le due cronache sopra riportate e di quanto comunemente si crede, la pittura religiosa di Barone non fu frutto di una cultura attardata. Dal 1924 l’affresco, grazie al contributo critico di Margherita Sarfatti, intellettuale di punta del fascismo, con Mario Sironi e compagni era tornato attuale. “Il dettato plastico, tornito, a tempi lenti, si accompagnava a iconografie semplici, a tematiche solenni ed elementari, che si prestavano implicitamente alla riproposta ideologica di valori tradizionali (…) Il movimento sarebbe così divenuto, oltre che rappresentativo della scuola italiana, portavoce all’estero di una larga corrente dell’arte contemporanea (…) Comunque, la poetica di Sironi, intesa in senso largo nelle sue intenzioni celebrative e nel suo aspetto arcaicamente severo, caratterizzò le grandi imprese pittoriche degli anni Trenta, avendo come corrispettivo la scultura di Arturo Martini. Rientrano in questa atmosfera e proposito gli affreschi barone cartone 7del Liviano a Padova (con preminenza questa volta di Campigli), il ciclo di Funi nel palazzo comunale di Ferrara – neoquattrocentista A ben vedere, però, questo stile, sia come maniera espressiva sia come attitudine iconografica, perdurò nel dopoguerra in quanto specifico stile dell’arte d’occasione, specialmente gradito alla committenza religiosa: nell’Italia degli anni Cinquanta i postumi del novecentismo continuarono ad avere accoglienza e credito e si estinsero molto lentamente” (Rossana Boscaglia, Sironi e il “Novecento”, “Art e Dossier”, n. 53, Firenze, Giunti, gennaio 1991, pp.13/20).

Purtroppo, per la scarsa cultura dei committenti, la tematica religiosa costrinse Barone nei limiti del provincialismo. Ne fu consapevole lui per primo, stando alla testimonianza dello scultore Emilio Greco (secondo il racconto fattomi dall’ing. Salvatore Troia, presente al fatto).

In occasione del collocamento sulle porte dell’altare della Madonna della Stella di Militello di Due Angeli in bronzo del maestro catanese, questi si dichiarò particolarmente onorato di trovare ospitalità nello stesso tempio che custodiva gli affreschi del suo amico Pippo Barone. Dopodiché, sorridendo, riferì una frase che spesso sentiva da lui:

“A mmia, m’arruvinarru i parrina!”.

Era vero. Infatti, davanti agli affreschi di Barone si leggono i gusti dei preti e sono timidi i suoi tentativi di affrancarsi da una condizione di servaggio. Ma, tali tentativi bastano a renderlo interessante, soprattutto nei cartoni preparatori, dove il disegno ha un grande vigore chiaroscurale. Sembrerebbero la raffigurazione di veri e propri archetipi della civiltà contadina, una versione meridionale a cattolica del muralismo sironiano. Non mancherebbero neppure i riferimenti alla nobile retorica carducciana, magari mediata dalla sensibilità del coevo poeta militellese Giosuè Sparito (al secolo Enrico Fagone).

Per spiegarmi, mi permetterò di citare un Cartone che giganteggia nel mio studio. E’ un San Giovanni evangelista, con tanto di librone, penna d’oca ed aquila, a corredo dell’effetto monumentale che viene dal modo in cui sono delineati i particolari anatomici.  Me lo vendette a metà degli anni Settanta una strana sagoma di barone cartone 8prete e di storico locale che si chiamava don Mario Ventura (1913-1982). Ricordo il prezzo d’acquisto dell’opera: diecimila lire (allora il mio stipendio di insegnante superava di poco le duecentomila lire). Spesi molto di più per incorniciarla. Nel disegno lo sguardo del Santo si volge verso l’alto, perché dall’alto, fiducioso e sottomesso, aspetta le parole della fede. Siamo, se vogliamo, dentro i canoni del sentimentalismo della Chiesa controriformista. Però, l’occasione è buona per riferimenti artistici precisi (Giotto, Andrea del Castagno, etc.). In altre parole, con brutalità e candore la narrazione teologica tenta di farsi solennità storicista.

Questi effetti monumentalistici, fra l’altro, Barone li condivise col pittore Roberto Rimini. A Catania, infatti, allora collocato nella Sala del Consiglio del palazzo dell’Economia Corporativa (ora Palazzo della Borsa–Camera di Commercio), accanto a un quadro di Rimini (La carta del lavoro, olio su tela, forse del 1936), c’era un grande pannello di Barone raffigurante Il Duce a cavallo (Antonio Rocca, L’arte del ventennio a Catania, Catania, Magma, 1988, p. 171).

Insieme alla committenza ufficiale, naturalmente, ci fu pure una produzione da cavalletto di vago sapore novecentista. Segnalo, in particolare, Paesaggio etneo n. 1 del 1935 e Mucca nera del 1937. Interessante, anche più delle opere finite, è pure La pietà, cartone per affresco, (1934?), forse pensata per un affresco nella Cappella funeraria del Barone Penna a Scicli (1934).

Dal 1935 Barone dipinse nella Chiesa Madre di Misterbianco I due evangelisti Giovanni e Luca (affresco, abside, 1935), L’Annunciazione (olio, Cappella della Madonna, 1936). In questa occasione ebbe la collaborazione del pittore Pippo Giuffrida (1912 – 1977), suo allievo.

Nel 1937 videro la luce le importanti Otto figure sacre, affreschi collocati nelle lunette della Chiesa dei Salesiani barone cartone 9di San Gregorio. Con orgoglio, ne scrisse il giornale parrocchiale “L’oratorio”: “Sulla volta dell’Abside sono raffigurati “I quattro Evangelisti”; sul centro della navata c’è “La gloria di Don Bosco”; nella lunetta di destra “La Speranza” e in quella di sinistra “La Fede”, rappresentate da “Madonne sul trono”.” Sempre del 1937 fu La fede, cartone per affresco con prove di colore (oggi nel Museo Civico di Militello). L’opera finita, insieme a La speranza, venne collocata nelle lunette della chiesa di San Filippo Neri di Catania.

Nel 1938 furono realizzati Sant’Antonio e Figura (cartoni per affresco presenti nel Museo Civico di Militello) e l’affresco Martirio di Sant’Agata per la chiesa catanese di San Biagio. La traccia di quest’ultimo lavoro è in un ritaglio del quotidiano “La Sicilia”, anonimo e senza data. “L’autore si è ispirato alla tradizionale arte religiosa, arte intesa a esaltare le eroine del cristianesimo e a parlare con effetti immediati alla fantasia del popolo. La Martire catanese, vestita di rosso è presentata nel momento in cui sta per essere brutalmente spogliata,  per subire la prova del fuoco. Quinziano dal suo podio ordina il martirio, mentre il popolo assiste impietosito alla scena. Sullo sfondo biancheggia Catania dominata dall’Etna.

In quello stesso anno ci furono gli oli Santa Elisabetta e Madonna per la chiesa di Santa Maria di Gesù dei frati minori di Messina e Crocifissione (presente nell’Archivio fotografico di Agostino Barone). Nel 1939 realizzò la tempera Beata Maria Mazzarello (il cartone Angeli, oggi nel Museo Civico di Militello, ne riproduce un particolare), Sacro Cuore (olio, pala d’altare, Messina, Chiesa del SS. Salvatore). Dipinse pure i quadri laici Pesce, vaso e limoni (1939?, olio) e Ragazza (1940).

Nel 1941 dipinse La Madonna della guardia – L’apparizione (olio, Misterbianco, fraz. di Borrello, Chiesa parrocchiale) e La lava che minacciò Borrello nel 1910. “La chiesa parrocchiale di Borrello” relazionava il “Giornale di Sicilia”, “uno degli ameni e laboriosi centri rurali della zona etnea, ha consacrato con un semplice e suggestivo rito, svoltosi nei giorni scorsi in presenza di una folla orante di fedeli, una grande composizione del pittore Giuseppe Barone, collocata nell’abside, resa così piu sfolgorante e fastosa. In essa, l’appassionato artista, che è degno conterraneo del Guzzone, ha riprodotto la scena dell’invocazione alla Vergine della Guardia, espressa con singolare fervore dalla dolorante popolazione di Borrello, quando le lave dell’Etna, nella violenta eruzione del 1910, si avanzavano corrusche, minacciose, inesorabili, sull’abitato. L’invocazione fu ascoltata, il miracolo fu compiuto in tempo, Borrello fu risparmiata, come per incanto.

Il 4 ottobre 1941, anno XIX dell’era fascista, tornava sull’argomento il fascistissimo “Popolo di Sicilia”.Siamo pertanto lieti di offrire ai nostri lettori la riproduzione della composizione, che aumenta degnamente il già cospicuo attivo di Giuseppe Barone nel campo della pittura sacra.”

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E’ probabile che per Barone il 1943 (l’anno dell’arrivo degli anglo-americani e della fine della guerra in Sicilia) abbia rappresentato un cambiamento. Certamente, egli continuò ad avere la committenza religiosa e mantenne barone cartone 10l’ispirazione monumentalista di sempre. Un esempio fu la Decorazione ad olio per la Chiesa del quartiere di Picanello a Catania. Ma, a latere, non mancarono espressioni private: paesaggi e scene intime, dove si stendono certe velature di tristezza, simili a quelle della metafisica di Giorgio Morandi. Il punto di svolta potrebbe essere stato il disegno Cavallo morto, dove la raffigurazione della povera carcassa diventa sconsolata denuncia del male e della violenza. Questo aspetto sofferto della sua pittura dette il titolo (Barone o della malinconia) ad un articolo apparso su “La Sicilia” del 17 aprile 1956, scritto da Giuseppe Ragusa, uno dei critici più acuti che si sono occupati di lui. “Già la sicurezza della sua mano si nota nei disegni: l’anatomia delle figure si trasfigura plasticamente in non so che di sofferto, mentre la rotondità delle linee, che apparentemente dovrebbe darci un senso di serenità, nel riflesso del chiaroscuro conserva qualcosa di triste e di allucinato (…) La stessa malinconia troviamo nelle pitture. L’ombra che annulla la luce: come in quegli artisti del seicento sospesi tra dannazione e misticismo, tra santità e peccato. Nella loro tavolozza il quattrocento si stempera nella corposità rinascimentale, mentre l’abbondanza del barocco è mitigata dai ricami d’ombra. La tristezza che domina sulla voluttà e sulla gioia di vivere. Ripensamenti di dolori, macerazioni dello spirito, che non possono esprimersi in tonalità chiare e che cercano l’ombra e l’oscurità. Questo amore del buio è forse ciò che m’impressiona soprattutto nel nostro artista.”

Nel 1944, oltre al disegno Ragazza, dipinse Affreschi nella volta e Pale d’altare ad olio in Maria SS. Bambina, nel quartiere Ognina di Catania. Nel 1945 arrivarono i Tre grandi affreschi nella volta della Chiesa di Santa Maria della Stella di Militello (dell’Annunciazione si ha pure il cartone nel Museo Civico di Militello). Vanno aggiunti a ciò i bozzetti Incoronazione della Vergine, Fuga in Egitto, Le tre doti di San Nicolò ed i cartoni San Nicola, Vergine annunciata, San Giovanni evangelista (ora nel mio studio), Discorso della montagna (che non fu mai realizzato) e Apoteosi (dipinti su due facce). Finita la guerra, nel 1946/1947 Barone realizzò: San Giovanni Bosco consegna la regola a Maria Mazzarello, pala d’altare ad olio, per la Chiesa monumentale di San Polo di Palermo.

Tra il 1946 ed il 1947, può collocarsi l’acquerello monocromo Chiesa di Santa Maria la Vetere, oggi a Militello nel Museo civico. A quest’opera era legato un ricordo di Enzo Maganuco. “Molti anni fa” scrisse il professore di storia dell’arte, “un ritratto virile a sanguigna, bene impostato e vivo nella sicura rappresentazione psicologica, barone giuseppe majoranain casa Fatuzzo a Vittoria, mi aveva colpito. Conobbi più tardi l’autore, Giuseppe Barone, a Militello, mentre facevo l’esplorazione sistematica di quella zona e grande fu la mia gioia quando quell’artista – che tale era col suo entusiasmo puro ed infantile e con la cordialità fresca degli onesti – vedendo il mio imbarazzo nella impossibilità di fotografare il protiro rinascimentale, lauranesco nei pilastri gagginesco nella lunetta, della chiesa di Santa Maria la Vetere, che la recinzione impediva all’obbiettivo di abbracciare tutto lo stupendo fastigio, mi volle offrire dopo due giorni di lavoro acutamente e gioiosamente vissuto per me, sol perché studiavo la sua terra, un grande acquerello monocromo, disegnato magistralmente, che riproduceva l’opera.

Nel 1947 ci furono San  Nicolò (bozzetto), Mosè e figure (cartone), Padre Eterno (cartone per affresco, insieme agli altri a Militello nel Museo “San Nicolò”), Franca (olio su tela, cm. 45×60, Archivio fotografico di A. Barone). Nel 1947/48 fu la volta degli affreschi Le tre doti, storia di San Nicolò e l’Apoteosi del Santissimo Salvatore (quest’ultimo dall’enorme lunghezza di dieci metri) per la Chiesa Madre di San Nicolò-SS. Salvatore di Militello.

Nel 1948 compose Angeli, cartone per affresco (Militello, Museo Civico), gli Affreschi nella volta della Chiesa Madre di Belpasso, le tele di Belpasso per Chiesa Madre (Cappella di Santa Lucia). A questi vanno aggiunti i quadri Casetta, olio su tavola, e forse Maria Grazia, Natura morta n. 1, La casa rosa.

Risale al 1949, invece, Santa Lucia (probabilmente pensata per affrescare l’anno successivo l’omonima chiesa di Ognina a Catania), cartone per affresco, oggi a Militello nel Museo Civico. Nel 1950 arrivarono Due affreschi nel transetto (Catania, quartiere di Ognina, Chiesa di Santa Lucia) ed i quadri Militello n. 5 (olio su tela, cm. 45×36), Mucche (olio su tela, cm. 36×43), Mucca sdraiata (olio su tela, cm. 38×31), Natura morta n. 2 (olio su tela, cm. 30×24), Margherite (olio su cartone, cm. 27×35), Natura morta n. 3 (olio su tavola, cm. 43×35).

Nel 1951 dipinse Trasfigurazione o Gloria in cielo (bozzetto preparatorio, Militello, Museo San Nicolò). Nel 1952, invece, prevalsero i quadri, tra i quali ricordo Il reduce (olio su tavola, cm. 15×20), Ritratto (olio su cartone), Nella (olio su tela, Militello, Museo Civico), Autoritratto (olio su masonite, cm. 19×35,5, Militello, Museo Civico), Fiori e tavolozza (olio su cartone, cm. 33,5×28), Papaveri (olio su tela, cm. 22×31), Anemoni (olio su tela). Della produzione del 1953 conosco soltanto Luciana (olio su masonite). Anche di quella del 1954 conosco un solo esemplare, Lettura (ritratto della moglie, mentre legge sdraiata sul letto, olio).

barone laganà campisiIl 1955 è meglio rappresentato, con Autoritratto (disegno), Autoritratto (olio su masonite, cm. 14×17), Paesaggio etneo n. 2 (olio su masonite, cm. 44×39), Paesaggio etneo n. 3 (olio su masonite, cm. 50×40), Paesaggio etneo n. 4 (olio su masonite, cm. 25×23), Paesaggio etneo n. 5 (olio su masonite, cm. 45×39), Chiesa del Borgo (olio su tela, cm. 44×39), Zafferana (olio su masonite, cm. 36×29), Carmela (olio su masonite, cm. 40×61), Ritratto di ragazza con cesto di frutta (olio).

 

La notizia della scomparsa di Giuseppe Barone ci è giunta inaspettata, tanto più che da alcuni giorni circolava la notizia di una sua mostra  personale che si doveva inaugurare in settimana.” Si era, ormai, sul finire del gennaio 1956, nel periodo più freddo dell’anno.  Come tanti altri milioni di eroi senza nome, il 3 di quel mese la morte aveva troncato il nostro pittore sul traguardo. Con quelle righe su “La Sicilia” cominciava il rosario dei ricordi. “Barone” scriveva qualche giorno dopo un anonimo sullo stesso giornale, “fu un uomo di piccola statura e di grande cuore. Impressionabile e timido, qualche volta scontroso, aveva un fondo di buon umore e giovialità che lo rendeva tanto caro ai pochi amici che lo circondavano. Lavorò, dipinse per sé e la famiglia, da lui chiamati i suoi “pezzi da studio”.  Schivo, dalle compiacenze della stampa, dal chiasso mondano che accompagna di consueto le “mostre”, il pittore evitò esibizioni, rumori, fortune, non si lasciò sedurre da esperienze di moda, a tentativi e “ricerche” estranee all’animo suo; l’uomo che era tutt’uno col pittore, limitò il suo mondo alla sua intimità.

L’annuncio di una sua retrospettiva veniva dato, sempre su “La Sicilia”, da Aba (forse sigla di Antonino Basso Alonzo): “La notizia della sua scomparsa, avvenuta alle ore 14,30 del 03 gennaio scorso, ci ha colti di sorpresa, ma non per questo meno duramente. Sì, il maestro era affetto da alcuni anni d’arteriosclerosi, ma nulla lasciava prevedere una fine così rapida e improvvisa (…) La morte  lo ha colto in pieno fervore creativo; infatti Giuseppe Barone lascia varie tele incompiute, che, con molta probabilità, avrebbero dovuto far parte di una sua prossima mostra personale, mostra che tuttavia, nella prossima primavera, si farà lo stesso, a cura d’un comitato, che si sta appositamente costituendo.

barone- ragazza con fioreIl comitato fu costituito e finalmente arrivò il giorno della Retrospettiva. “Qualche tempo prima della scomparsa di Giuseppe Barone” scriveva Salvatore Quattrocchi, “gli amici avevano convinto il pittore a tenere una sua mostra personale a Catania. Avevano molto insistito prima di ottenere una risposta affermativa e di lasciarlo in un certo imbarazzo. Qualcuno si chiedeva: – Ma è proprio possibile che il Barone sia giunto al 69° anno di età, senza mai avere tenuto una sua personale? Non è da crederlo. Eppure la cosa è vera ed accertata! La mostra attuale, presso il nostro Circolo della Stampa è, sostanzialmente, quella che già aveva indotto il Barone a decidersi. Solo che un improvviso male anginico, non ha permesso all’artista di assistere a questa manifestazione. Vi assistono invece i figli dello scomparso, i quali, accanto alle opere esposte hanno proprio molto di quel tono sincero, sommesso, sereno e mai spavaldo della tavolozza paterna.

Fu l’occasione per le prime analisi critiche.

Su “La Sicilia”. Sabato, 31 marzo 1956:

Attento, diligente alunno, ma non pago della limitata conoscenza scolastica, il suo cuore lo porta verso i Michetti, i Mancini, i Macchiaioli toscani. Siamo ai primi di questo novecento e le grandi mostre di Venezia non passano senza frutto davanti agli occhi del pittore ventenne. Studia e assimila il luminismo divisionistico del Morbelli, del Novellini prima maniera, si ostina in problemi di luce che poco dopo abbandona per una più sicura visione formale, realizzando il ritratto della “Madre” e il “Ritratto della signora Zuccalà”, opere sufficienti a rappresentare un mestiere oramai sicuro e un’analisi psicologica del soggetto, degna dei migliori ritrattisti ottocenteschi.

“La composta armonia dei monti militellesi gli ispira paesaggi di impalpabili orizzonti, aurore perlacee, verdi smaltati come il grano di marzo. Chiuso nel suo modo sognante, lontano dal chiasso e dalle novità delle grandi città, l’artista sente nell’aria il sentimento del tempo, quel sentimento umanitarista, che diede tanto nobile contributo agli ideali di solidarietà di quel principio di secolo. Ed ecco apparire sulle piccole tele del Barone le mamme coi bimbi al seno, nella penombra di case povere, nonnette stanche con irrequieti bambini in braccio, giovanette preganti, dalla fronte severa e dalle seriche vesti splendenti nella luce domenicale, vecchie vicino al focolare con volti segnati dalla miseria e dal dolore.

barone santa maria la vetere“Queste opere sentite, emotive, liriche non furono purtroppo di larga produzione, poiché una profonda vena religiosa insieme a necessità di carattere pratico, condussero il pittore ad affrontare, nella sua maturità, ardui problemi di composizione, lungo grandi pareti di chiese, dando una brusca svolta alle proprie tendenze e alla propria carriera.

Una settimana dopo, sabato 5 aprile 1956, sullo stesso giornale, a firma V. L.:

M. M. Lazzaro ha scritto, centrando:”il mondo pittorico di Giuseppe Barone ha la più regolare delle superfici”. Regolare e nel tono e nel valore di ogni colore, nell’aspirazione ad una pittura mai affrettata o pretenziosa.

“Il periodo più felice può essere fissato tra il 1943 e il 1950. La sequenza si apre con i suggestivi paesaggi della sua Militello, osservati con occhio puro o devoto, realizzati in ogni casa, in ogni zolla con una calda e succosa pennellata senza pentimenti; e si chiude con alcuni pezzi, “Mucca sdraiata” in particolare, che ci fanno intravedere nell’artista notevoli possibilità di dipingere con insolito rigore formale.

“Però nel 1950 il Barone era ormai troppo inoltrato per poterci aspettare da lui delle svolte che avrebbero presupposto diverso percorso: anzi seguirà negli ultimi anni un periodo ineguale, ma tuttavia fruttuoso per una nobile serie di ritratti e di paesaggi, che si chiude definitivamente con “Carmela”, una tela che l’artista aveva in mente di ricollocare sul cavalletto per lavorarci ancora.

 

Il ciclo si concluse due anni dopo, quando Barone diventò una pura e semplice occasione di passerella per i politici. Così, in un numero de “La Sicilia” del 1958 ho potuto leggere:

Inaugurato a Militello il busto bronzeo del pittore scomparso Giuseppe Barone – Hanno preso parte alla cerimonia l’on. Scelba, Deputati nazionali e regionali, il Sindaco e moltissime altre Autorità – il prof. Sambataro ha illustrato brillantemente la figura dell’estinto.

barone vecchio 1Militello, 21 – Domenica, alle ore 16, alla presenza dell’ex Presidente del Consiglio on. Mario Scelba, ha avuto luogo a Militello lo scoprimento del busto di bronzo del compianto pittore militellano Giuseppe Barone, scomparso circa due anni or sono. Alla bella manifestazione alla quale ha partecipato l’intera cittadinanza, oltre all’on. Scelba, prendevano parte i deputati Di Bernardo, Cavallaio, Turnaturi, i deputati regionali Majorana e Russo, il prefetto dott. Rizzo, il dott. Enrico Sagone, il col. Fazio comandante dei carabinieri, il col. Di Gaetano della Guardia di Finanza, il comm. Lombardo della Prefettura, il dott. Andrea Cavadi, l’amministraz. comunale al completo con a capo il sindaco avv. Vincenzo Baldanza, l’ass. alla P.I. avv. Mario Nicero, il vice sindaco cav. Matteo Oliva, l’avv. Burtone, segr.della locale democrazia cristiana, i parroci mons. Jatrini, Gulizia, Sinopoli, Barbugia, padre Agostino dei francescani e moltissime altre personalità.

“Da Catania erano espressamente venuti i familiari dello scomparso, signora Marcella, i figli prof. Agostino, Lidia e Maria e molti artisti e cultori di arte, amici e amministratori dello scomparso, tra cui il prof. Alfredo Entità.

“L’oratore, prof.Giuseppe Sambataro, ha brillantemente illustrato la figura dell’uomo e l’opera, tessendo le varie tappe della sua pittura e mettendo in rilievo l’arte religiosa del Barone e in particolare le chiese di Militello stessa, dove l’artista ha lasciato un po’ il merito di questo lato della sua attività.

“Alle ore 18, in occasione del ricevimento offerto alle autorità nella bella biblioteca comunale, la sig.ra Barone ha fatto dono al comune di un pregevole autoritratto dell’artista. Il sindaco avv. Baldanza ha gradito, commosso il pregevole omaggio ed ha vivamente ringraziato i familiari presenti. L’opera è stata da tutti ammirata e particolarmente dall’on. Mario Scelba che l’ha lungamente osservata.

“Il sindaco avv. Baldanza ha auspicato la realizzazione di una mostra retrospettiva del Barone che faccia conoscere alla cittadinanza tutta l’opera del suo singolare artista. Per l’occasione ha anche fatto conoscere che ben presto si penserà ad onorare altro degno e grande artista militellano: il pittore Sebastiano Guzzone.

Ma, forse, le parole a Barone più gradite gli sarebbero arrivate trent’anni dopo la morte. Sul giornale “Espresso Sera” apparve un ricordo di Sebastiano Milluzzo, l’unico che abbia accennato ad un interesse dell’artista militellese per l’avanguardia futurista:

La mia conoscenza con il maestro Giuseppe Barone avvenne alla fine degli anni ’30, tramite un comune amico: il pittore Pippo Giuffrida.

Barone“Ricordo che quel giorno la temperatura era calda e sciroccosa, oltre che intollerabile, ma non per questo mi privai del piacere di questa conoscenza. La casa in cui abitava era centralissima, in via Ughetti nelle vicinanze della villa Bellini, situata in un posto in cui ancora la speculazione edilizia non aveva messo l’occhio. Era una casa a misura d’uomo, ricca di fascino claustrale e di poesia.

“Ricordo anche la poltrona in legno compensato su cui sedevo, coloratissima e scomoda, se paragonata alle comodissime di oggi,  ma estremamente personalizzata, design del tempo che aveva voluto realizzare una scultura post – futurista.

“L’incontro con il maestro Barone fu affettuoso, aperto e senza orpelli. Apprezzai molto le tele attaccate alle pareti per la loro spontanea comunicativa e semplicità d’impasti cromatici. Esse rispecchiavano fedelmente l’indole dell’artista e la classicità culturale della sua educazione accademica. Egli, infatti, era stato allievo dell’Accademia di Palermo ed ebbe modo di conoscere principalmente i pittori Lojacono e Camarda che andavano per la maggiore in quel tempo, specialmente a Palermo.

“Giuseppe Barone, catanese per adozione, era nato a Militello Val di Catania il 2 febbraio del 1887 e la sua vita fu dedicata tutta all’arte. Dalle primissime opere giovanili dipinte ad olio, in cui è visibile la maestria attitudinale, a quelle che vanno fino agli anni ’50, in cui si  nota una certa irrequietezza verso valori di rinnovamento artistico, è tutto un susseguirsi d’impegno professionale.

“Egli in vita non fu mai un ambizioso, da uomo semplice preferiva lavorare in silenzio ed in silenzio volle andarsene da questa rumorosa società.

“L’unica mostra personale che si ricorda fu quella tenuta nei locali del circolo della stampa di Catania in via Etnea 83. quella fu una mostra che metteva a fuoco un po’ tutta la produzione dell’artista, dalle primissime opere, soffuse di reale poesia, alle ultimissime degli anni ’50, rinnovate nel linguaggio formale e nel colore.

“A questo punto ci piace ricordare un tratto della presentazione del professore Giuseppe De Logu, storico di fama internazionale: “Le qualità espresse con il suo linguaggio pittorico sorvegliato e fine, in questa mostra ci parlano di lui, del sogno che è stato capace di custodire e di far durare tutta una vita, alimentandolo soltanto dell’amore dell’arte e della sua terra, onde i più sensibili paesaggi del bosco etneo, i suoi fiori, i suoi ritratti di fanciulli e bambine, tutto un piccolo, casto mondo ove pare che la misura venga dal dantesco fren dell’arte.”

S Majorana“Ma l’attività artistica di Barone non si limitava soltanto alla pittura di cavalletto e di ciò sono testimonianza le pitture murali e gli affreschi, che egli eseguì con perizia di mestiere in molte chiese della Sicilia. A tal proposito citiamo un articolo critico e circostanziato del prof. Alfredo Entità, “Ricordo di Giuseppe Barone”, nel quale mette a fuoco con chiarezza l’attività dell’artista.

“Negli anni ’30 Giuseppe Barone è considerato l’artista più degno di affrescare e dipingere molte chiese. Nel 1932 lo troviamo a lavorare  nella chiesa madre di Nicolosi. Testimonianze miracolose legate al cardinale Giuseppe Dusmet in occasione dello scampato pericolo della lava. Molto interessanti per la loro struttura compositiva sono gli affreschi della cupola, come pure quelli della volta della chiesa madre di Carlentini. Altre pitture degne di menzione le troviamo a Misterbianco, Messina, Catania nella chiesa di S.Filippo Neri in via Teatro greco.

Carrera“Nel 1945 viene chiamato a Militello, suo luogo nativo, per affrescare la chiesa di S.Maria della Stella, per passare dopo a dipingere nella chiesa maggiore di S. Nicolò opera pregevole di architettura settecentesca. Sia nella prima come nella seconda chiesa, l’artista s’impegna in un lavoro attento e diligente, lasciando il segno indelebile delle sue qualità nel campo della pittura murale.

“Qualche anno dopo lo troviamo a dipingere nella volta della chiesa madre di Belpasso e anche qui conferma qualità compositive e pittoriche di cui aveva dato prova nelle chiese di Militello Val di Catania.

“Ma non sono soltanto queste le opere di arte sacra che Giuseppe Barone ha lasciato ai posteri, volerle annoverare tutte sarebbe un discorso lungo. Se oggi ricordiamo, a trent’anni dalla sua morte, l’artista Giuseppe Barone lo facciamo soprattutto per farlo conoscere a quei giovani che purtroppo hanno poca conoscenza della storia della nostra Sicilia e che sembrano siano come quei presbiti che vedono bene da lontano e male da vicino.

Musumeci

Giuseppe Barone, La Casa del Sogno Antico, Museo Civico "Sebastiano Guzzone", neoromanticismo, neoromanticismo, Salvo Garufi, Salvo Garufi , ,

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Curriculum vitae di Salvo Garufi Nato a Militello in Val di Catania (CT) Il 19 novembre 1951 Residente a Militello in Val di Catania In via Filippo Basile, 5 Titoli di studio Laurea in Lettere, conseguita il 30 marzo 1978 presso l’Università di Catania, con la votazione di 106/110; abilitazione all’insegnamento di stenografia (per corso abilitante); abilitazione all’insegnamento di Materie letterarie nelle scuole medie superiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Italiano, storia, geografia ed educazione civica nelle scuole medie inferiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte (per concorso); abilitazione all’insegnamenti di Filosofia e storia (per corso abilitante). Titoli culturali ed incarichi politici Nel corso della sua carriera nelle scuole statali ha finito per insegnare in tutte le classi di concorso nelle quali è abilitato. Attualmente è docente di Filosofia e storia presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Scordia (CT); è stato finalista per la narrativa nell’edizione 1990 del “Premio Italo Calvino”, organizzato dalla rivista “L’indice” di Torino, presidente della giuria Vincenzo Consolo: ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo dell’Azienda Provinciale Turismo di Catania dal 1994 al 1996; ha insegnato Storia dell’arte in corsi post-diploma finanziati dalla Comunità europea e Storia della moda in corsi di aggiornamento organizzati dall’Istituto professionale femminile di Stato “Isabella Morra” di Matera; è stato consulente teatrale di “Catania Musica Estate 1995” e della “Settimana del barocco a Militello” in tutte le sue edizioni, cioè dal 1994 al 2002; è stato esperto per la cultura del Presidente della Provincia Regionale di Catania dal 1996 al 1998; è stato assessore ai BB. CC. di Militello in Val di Catania dal 2003 al 2008, potendo coorganizzare con fondi ministeriali tre edizioni del “Festival del Val di Noto”; inoltre, collaborato dalla facoltà di fisica dell’Università di Catania, ha ideato ed organizzato il “Premio Ettore Majorana”; ha fondato il Museo Civico “Sebastiano Guzzone” di Militello in Val di Catania e ne è stato il primo direttore. Pubblicazioni SAGGISTICA DI STORIA, DI LETTERATURA E D’ARTE Interventi vari in cataloghi editi dalla Galleria d’arte “La scogliera” di Vico Equense (NA) sui pittori: Vincenzo Laricchia (1079), Enzo Campanino (1980), Emanuele Modica (1981), Roberto Severino (1981), Raffaele Amato (1982). E nel catalogo su Angela Vinaccia (1983), edito dalla Galleria G 59 di Napoli; L’omicidio di Francesco Laganà Campisi (in collaborazione con G. Cavalli), Società Storica Militellese, Militello 1981; Mariano Izzo, in Luigi Paolo Finizio, Il segno espanso di Mariano Izzo, Napoli, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1983; La Madonna nella figurazione artistica a Militello, Militello, Edizioni del Santuario, 1985; Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella, Militello, Edizioni del Santuario, 1986; Sommario della storia di Santa Maria della Stella, in Paolino Stella, Santa Maria nella Chiesa di Caltagirone, Caltagirone, Cassa San Giacomo, 1987; Giuseppe Tuccio, Militello, Comune, 1987; Salvatore Agati, in Cabala e pietre nere (a cura di Nicolò Mineo), Catania, Prova d’autore, 1990; Opere edite di Giuseppe Majorana (in collaborazione con M. Marino), Militello, Comune, 1991; Melo Minnella. Catania, Provincia Regionale di Catania, 1995; Geografia poetica di Salvo Basso, in La figura e le opere poetiche di Salvo Basso (atti del convegno), Catania, Prova d’autore, 2002; Voci per Militello dalla A alla Z (a cura di Nello Musumeci), Catania, Edizioni della Provincia Regionale di Catania, 2003; Osservazioni sul punto di vista, in O scuru – fotografie di Salvo Basso, Catania, Prova d’autore, 2003; Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, storia dell’arte a Militello, Caltagirone, Il Minotauro, 2005; Guida al sistema museale “Sebastiano Guzzone” di Militello (con contributi di altri), Caltagirone, Il Minotauro, 2006; Guida turistica ai quindici comuni del Calatino Sud Simeto (in collaborazione con Domenico Amoroso e Massimo Papa), Caltagirone. Agenzia di Sviluppo Integrato, 2008. NARRATIVA Interventi nelle seguenti antologie: Le voci fra gli sterpi, edizioni 1989 e 1990, Scordia, Edizioni Nadir; Frastorni, Scordia, Edizioni Nadir, 1991; Arrivederci a Sortino, edizioni 1997, 1998 e 1999, Catania, Prova d’autore; Distacchi dentro fuori, Milo, Laboratorio d’arte contemporanea “Village”, 1997; Attioni spectaculose, racconti, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2007; Na mezzanotti antica, traduzione in ottonari siciliani di The Raven di Edgar Allan Poe, Mascalucia (CT), 2007; Evangelio borghese, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008; La Firenze degli Iblei, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008. COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE “Il Secolo d’Italia” di Roma, “La Riviera” di Napoli, “Peninsula” di Vico Equense, “Catania sera” di Catania, “Prospettive” di Catania, “Militello Notizie” organo del Comune, “La provincia di Catania” organo della provincia regionale. Teatro e spettacoli L’orgoglio delle pietre, video, regia di Franco Di Blasi, Azienda Provinciale Turismo di Catania, 1994; La dama della memoria, spettacolo teatrale, regia di Davide Sbrognò, Militello, Atrio del Castello, 1995; Corteo del principe e Partita di scacchi viventi, spettacoli di piazza, registi vari, Militello, tutte le edizioni de “La Settimana del Barocco” e Noto, “Festival barocco”, 2006; La reina di Scotia, riduzione da Federico Della Valle, regia di Elio Gimbo, Militello, Atrio del Castello, 1995; Zizza, adattamento da Pietro Carrera, regia di Gianni Scuto, Militello, Atrio del Castello, 1995; Gli occhi di Tyrone Power, dramma, regia di Elio Gimbo, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1996; Bar New York, commedia, regia di Piero Ristagno, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Nuovo, 1996; La festa del grano, spettacolo di piazza, Raddusa, 1996; Scene di un Natale barocco, spettacolo di piazza, regia di Gioacchino Palumbo, Comiso, Scicli, Modica, Ragusa, 1996/1997; Una storia per Guareschi, commedia, regia di Franco Calogero, Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1997; Conversazione del principe, commedia, regia di Fernando Balestra (ed altri nelle numerose repliche), Militello, Atrio del Castello, 2000; Una canzone per donna Aldonza, tragedia, regia di Antonio Caruso, Militello, Piazza Municipio, 2001; Scene di un Natale barocco, tragedia, regia di Emanuele Puglia, Militello, Piazza Municipio, 2002; Le voci fra gli sterpi, concerto di poesia, regia di Gianni Salvo, Militello, Atrio benedettino, 2004; Na mezzanotti antica, omaggio a Edgar Allan Poe, lettura di Gianni Salvo, Militello, Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, 2007.

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