La rivoluzione ieri (e forse oggi)

Tutte le sole rivoluzioni di successo sono state non violente.
Quando il popolo si fa assassino non fa la rivoluzione, ma prende il posto degli oppressori.

Vi chiedo come mai “la fantasia al Potere!” del Sessantotto si sia evoluta in una serie di slogan senza fantasia. Ne volete qualche esempio?
“Uccidere un fascista non è reato!”, “A destra non c’è cultura!”, “Fascisti, borghesi… ancora pochi mesi!”
L’epilogo, lo sappiamo tutti, fu la buia stagione delle stragi – non estranei i servizi segreti – e delle Brigate Rosse – qualche volta collaterali alla delinquenza organizzata -.
Oggi, quando troppi politici attualmente operanti – di maggioranza e all’opposizione – sono degli imbelli cialtroni, veri e propri emuli del comandante della Costa Concordia – il nome non merita di essere ricordato -… gli arruffa-popolo fioriscono come papaveri a primavera… e rendono irrisolvibili i nostri problemi.

A mo’ di esempio, quindi, propongo un racconto sui fatti di Bronte (1860). Manzonianamente, parlo di allora per descrivere i tempi attuali.
Come si diceva una volta:
Meditate, gente, meditate!

LA RIVOLUZIONE DI BRONTE
di Salvo Garufi

Venne il giorno in cui i risentimenti contro i privilegi baronali scoppiarono nella città di Bronte, sotto il caldo agostano del 1860, quando nella piazza irruppe una folla senza pietà del prossimo e senza timor di Dio. Era la mattina del due, giovedì, e quel giorno i benestanti pagarono i loro debiti alla società in un colpo. E con gli interessi.
I gruppi dei rivoltosi brontesi si muovevano come elefanti impazziti, invincibili e completamente sordi ai ri-chiami del loro padrone, che da qualche anno era il mazziniano avvocato Nicolò Lombardo.
“Costui” testimoniò Benedetto Radice, scrittore coevo e compaesano, “era a capo di quel partito definito comunista, che nell’impazienza degli oppressi aveva sperato di cogliere la palla al balzo, per recare nelle sue mani il potere.”
Il comunismo, ovvero la spartizione della terra, era un ideale che la vecchia setta dei carbonari aveva posto come ultima, segretissima meta. Ora, per arrivarci, in ogni città ed in ogni villaggio della Sicilia venivano agitati gli argomenti più adatti ad eccitare l’ira popolare.
A Bronte, poi, non mancavano davvero i motivi del malcontento. Pesava su quella comunità di contadini e di pastori il feudo dei Nelson, grande quanto tutto il territorio della frazione di Maniace.
Così, mentre il freddo invernale e le male annate falcidiavano i figli dei poveri, troppa terra restava sterile di cibo; terra, per di più, nella quale era severamente punito persino il furto di una fascina di legna, che tenesse vivo il braciere.
Ora, finalmente, altre istanze bussavano per entrare nei libri di storia. Infatti, il 22 maggio dell’anno prima, nel bel mezzo della guerra tra i franco-piemontesi e l’Austria, era morto Ferdinando II di Borbone. Purtroppo, suo figlio Francesco II, salito al trono, aveva commesso l’errore di non accettare subito la proposta del Cavour di partecipare al conflitto come terzo alleato. L’avesse fatto, forse, in Italia, anziché un Regno, ne sarebbero nati due, uno al Nord ed uno al Sud.
Ma, non lo aveva fatto. Perciò, quando il 25 giugno 1860 si era deciso a proclamare lo Statuto (cioè, la Costituzione) e aderire all’offerta piemontese, era ormai troppo tardi. Quella vecchia volpe di Camillo Benso conte di Cavour aveva tergiversato, quanto bastava per permettere a Giuseppe Garibaldi di finire il suo lavoro.
A quel punto, erano già iniziate le trame per un’insurrezione in Sicilia. Il 4 aprile ci fu un’avvisaglia nel convento della Gancia di Palermo e due giorni dopo venne il turno di Messina. Rosolino Pilo riunì le sue bande armate, mentre arrivavano da Genova gli esuli siciliani con a capo Francesco Crispi e con tutto l’armamentario di idee della Società Nazionale e di Giuseppe Mazzini.
Mazzini, appunto. E con lui tutta la galassia di società segrete che fiorirono nell’Ottocento. L’alleanza tra la Francia ed il Piemonte non prevedeva la conquista delle terre meridionali. Era stato, infatti, proprio l’imperatore a convincere il re Borbone a tentare di salvare il regno dall’espansionismo dei Savoia.
“Non bisogna esagerare!” aveva pensato Napoleone III. “Un’Italia divisa in due è forte al punto giusto per dar noia all’Austria, senza essere ingombrante per la Francia.”
E Cavour – già in questo italianissimo – per risposta aveva lasciato fare a Garibaldi.

“Onore a Garibaldi!” perciò aveva esclamato l’avvocato Lombardo in casa di don Nunzio Caputo, fidato carbonaro, nella riunione che aveva preceduto l’insurrezione contadina.
Le notizie sul successo dello sbarco dei Mille avevano elettrizzato gli animi e la setta brontese si era attivata in tutta fretta.
“Egli, però” aveva continuato Lombardo, “pretende che ci siano chiare prove della nostra disposizione all’azione. Troppi patrioti sono morti per aver intrapreso, nell’indifferenza nostra, la liberazione del Sud… Bentivegna, Pisacane, i due Bandiera.”
Aveva, quindi, fatto un cenno con la testa verso un bottiglione di vino, pronto sopra il credenzone.
La stanza era in una profonda penombra, dato che la riunione avveniva alla luce di una sola candela. Dei pallidi raggi lunari filtravano dalle grate dell’alta finestrella.
Nunzio aveva capito al volo ed aveva portato in tavola sei bicchieri, tanti erano i presenti. Poi, era arrivato il bottiglione.
“Bisogna preparare il terreno” aveva ripreso Lombardo, senza allungare le mani sul vino. “Questo compito in tutta la Sicilia lo sta già svolgendo Crispi. E’ stato mandato qui in avanscoperta.”
Dopo qualche secondo di pensieroso silenzio, si era versato un bicchiere di vino e gli altri avevano fatto altrettanto. Il liquido era scuro, denso e di diciassette gradi. Una bella colata di lava nello stomaco. Tutti avevano bevuto d’un colpo, buttandosi alle spalle ogni incertezza.
“Ora” aveva concluso Lombardo, “in molti villaggi la gente si unisce alle camicie rosse, come mai si era visto… Di-ciamolo ai nostri villani. Garibaldi vuole abolire le tasse sul sale e sulla pasta e promette di dividere i latifondi e distribuire la terra!”

Paura e rabbia accecavano da tempo soprattutto il notaio Ignazio Cannata. Per questo non ce l’aveva fatta, a tenersi dentro la bile, quando, un mese e mezzo prima di quel 2 agosto 1860, era stato inalberato il tricolore al balcone del Casino dei Civili. Di contro agli applausi ed agli entusiasmi dei paesani, livido e provocatorio, s’era lasciato uscir di bocca:
“Perché non si leva ‘sta pezza lorda?”
Ora, addirittura, Cannata si presentava con una doppietta, netto nel suo rifiuto delle storiche novità che aveva davanti. I larghi baffi, irti sulle gote arrossate dall’ira, fronteggiavano i villani; i quali, sciolti i lacci del timore, cominciavano a ringhiargli intorno, a chiedergli conto e ragione delle sue ricchezze, a rinfacciargli prepotenze e malefatte.
Era troppa, però, la sua abitudine al comando – e troppo insufficiente la sua intelligenza -, per mantenere la prudenza. La duttilità mentale non appartiene a chi ha avuto dalla sorte una condizione di privilegio.
“Sono i tempi di Frajunco, questi” disse al rispettato barone Meli, venuto sopra una sedia, perché sofferente di po-dagra, con l’incarico di placare gli animi. “Guardatelo, il nuovo caporione di Bronte!”
Il contadino Nunzio Ciraldo, detto Frajunco, era lo scemo del paese e scendeva in piazza con la testa coronata da pezzuole tricolori ed una fèrula come scettro. Già dalla notte, andava in giro, annunciando:
“Attenti, cappelli, che l’ora del giudizio si avvicina!”
Attorno a lui c’era tutto un serpeggiare di movimenti, di risa sguaiate, di minacce; c’era, ancora, un continuo chiamarsi a vicenda, un manifestarsi di rancori vecchi e nuovi, un battere ai portoni serrati.
“Popolo, non mancare all’appello!” urlava Frajunco al popolo, che per risposta gli marciava accanto.
“Volete farci linciare tutti?” sibilò il barone Meli, impressionato dallo spettacolo.
“Me ne porto dietro qualcuno, all’inferno!” rispose Cannata.

L’inferno il notaio non lo vide subito, dato che, un po’ dandogli ragione e un po’ minacciandolo loro per primi, gli altri galantuomini riuscirono a convincerlo a ritirarsi a casa. Lo vide dopo, l’inferno, verso le tre pomeridiane, quando la folla ruppe ogni indugio ed andò a cercarlo dove moglie e figli lo obbligavano a starsene rintanato.
Si cominciò da lui, perché era lui che aveva il vizio di dirlo chiaro ed in faccia al mondo, cosa pensava di Garibaldi.
“Scendi, notaio, che prima delle tue terre ci prendiamo la tua carne di porco!” uno sghignazzò alla porta.
“Affàcciati con la doppietta, cornuto!” inveì un altro. “Che forse non t’è bastato tutto il sangue che ti sei succhia-to!”
Cominciarono a tirare pietre alle finestre ed il frantumarsi dei vetri fu il sinistro avvio dell’Apocalisse. Mani che impugnavano falci, zappe, asce e martelli si levarono e presero a picchiare sui muri e sulla porta. Di minuto in minuto, la folla s’ingrossava e le intenzioni si facevano più truci. Una fervida impazienza di far male s’impadronì degli assedianti e ne centuplicò le forze. Fu portato un tronco d’albero da una vicina falegnameria e si buttò giù il portone.
Il notaio fu trovato nella stalla, non più tanto sicuro dei fatti suoi. Stava accovacciato in uno sportone di letame, col corpo che la paura aveva reso una tremolante massa gelatinosa.
“Sta in mezzo alla merda!” esclamò chi lo trovò.
“Ora laveremo la pezza lorda di Garibaldi nel tuo sangue di ladro!” latrò rauco un altro, brandendogli un’ascia davanti agli occhi dilatati per il terrore.
Allora, gli strapparono i vestiti e lo legarono per i piedi. Uno, con un secco colpo di roncone, lo evirò.
“Tanto dove vai non ti serve” sentenziò sarcastico, mostrando il pene staccato.
Poi, lo strascinarono sanguinante per le scoscese vie di Bronte, punzecchiandolo coi coltelli, affondando nella carne viva e dolorante calci e bastonate. Ci fu uno, di Maletto, che, dopo avergli vibrato una coltellata nella pancia, portò alla bocca la lama insanguinata.
“Lui s’è succhiato il mio sangue ed io mi lecco il suo!” gridò.
Quindi, un certo Bonina, detto Caino, gli aprì il fianco e gli strappò il fegato. “Sentiamo che sapore ha…” gridò e affondò un morso.
Da quel momento le stragi diventarono come le ciliegie: l’una chiamava l’altra. I cappelli furono tutti cercati, senza sconti, né pietà. Di quelli che trovarono, nessuno venne ri-sparmiato. Il padre dello scrittore Benedetto Radice, sentendosi chiamare, si affacciò sulla soglia di casa e ingenuamente ebbe fede nella forza della sua coscienza pulita.
“Eccomi” disse. “Se ho fatto mai del male, uccidetemi.”
Vicino a lui, ginocchioni, il figlio del notaio Cannata, aveva soltanto la forza di guaire:
“Grazia, vi prego, grazia!”
Gli era accanto la moglie, tutta discinta, che invasata, con l’energia della disperazione, urlava:
“Ricordatevi che è padre di due figli!”
Ma, gli insorti non smisero di schiamazzare, chiedendo altro sangue. Partirono i lampi di due schioppettate ed il giovane Cannata stramazzò, mentre il Radice si salvò poiché, svenuto, fu creduto morto.
In tanto scatenarsi di ferocia, apparvero tardivi gli sforzi dell’avvocato Lombardo per placare la belva. A Bronte il sabba della rivoluzione infuriò senza alcun argine per tutta la giornata.
“E in quel carnevale furibondo” scrisse con impareggiabile poesia Giovanni Verga, “in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.”

Non era la rivoluzione sociale, però, ciò che Garibaldi e i suoi volevano. Almeno, non ancora. I contadini, con quegli ammazzamenti, non coincidevano mica con gli eroi dell’estetica romantica!
Eppoi, borghesi e massari accettavano sì l’Italia unita, ma senza alcuna intenzione di dare in cambio la pelle. Ecco perché, quando arrivarono a Bronte le camicie rosse, su ordine del generale Nino Bixio, l’avvocato Lombardo e quelli che erano stati più in vista vennero arrestati, processati e condannati alla fucilazione.
L’esecuzione avvenne nel piazzale dello Scialandro.
Lì, un momento prima di ricevere la pallottola fatale, Lombardo, seppur innocente riguardo alle uccisioni, anzi attivamente impegnato nel cercare di evitarle, pensò al capo della massoneria di Militello, Vincenzo Natale, il suo antico maestro…

E sentì di pagare un giusto prezzo.
“Chi lotta per cambiare il mondo” gli aveva detto Natale, “ha l’obbligo di non perdere il controllo della situazione. Dare speranze per le quali non ci sono le condizioni storiche produce due stragi: quella dei reazionari uccisi dalla rivoluzione e quella dei rivoluzionari uccisi dalla reazione.”
Oggi, possiamo aggiungere che, a proposito delle tasse che s’era promesso di abolire, fatta l’Unità, il ministro Quintino Sella pagò i costi del Risorgimento con la tassa sul macinato, cioè sul pane e sulla pasta.
E, di dare la terra ai contadini, non se ne discusse proprio.

Salvo Garufi

Informazioni su lacasadelsognoantico

Curriculum vitae di Salvo Garufi Nato a Militello in Val di Catania (CT) Il 19 novembre 1951 Residente a Militello in Val di Catania In via Filippo Basile, 5 Titoli di studio Laurea in Lettere, conseguita il 30 marzo 1978 presso l’Università di Catania, con la votazione di 106/110; abilitazione all’insegnamento di stenografia (per corso abilitante); abilitazione all’insegnamento di Materie letterarie nelle scuole medie superiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Italiano, storia, geografia ed educazione civica nelle scuole medie inferiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte (per concorso); abilitazione all’insegnamenti di Filosofia e storia (per corso abilitante). Titoli culturali ed incarichi politici Nel corso della sua carriera nelle scuole statali ha finito per insegnare in tutte le classi di concorso nelle quali è abilitato. Attualmente è docente di Filosofia e storia presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Scordia (CT); è stato finalista per la narrativa nell’edizione 1990 del “Premio Italo Calvino”, organizzato dalla rivista “L’indice” di Torino, presidente della giuria Vincenzo Consolo: ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo dell’Azienda Provinciale Turismo di Catania dal 1994 al 1996; ha insegnato Storia dell’arte in corsi post-diploma finanziati dalla Comunità europea e Storia della moda in corsi di aggiornamento organizzati dall’Istituto professionale femminile di Stato “Isabella Morra” di Matera; è stato consulente teatrale di “Catania Musica Estate 1995” e della “Settimana del barocco a Militello” in tutte le sue edizioni, cioè dal 1994 al 2002; è stato esperto per la cultura del Presidente della Provincia Regionale di Catania dal 1996 al 1998; è stato assessore ai BB. CC. di Militello in Val di Catania dal 2003 al 2008, potendo coorganizzare con fondi ministeriali tre edizioni del “Festival del Val di Noto”; inoltre, collaborato dalla facoltà di fisica dell’Università di Catania, ha ideato ed organizzato il “Premio Ettore Majorana”; ha fondato il Museo Civico “Sebastiano Guzzone” di Militello in Val di Catania e ne è stato il primo direttore. Pubblicazioni SAGGISTICA DI STORIA, DI LETTERATURA E D’ARTE Interventi vari in cataloghi editi dalla Galleria d’arte “La scogliera” di Vico Equense (NA) sui pittori: Vincenzo Laricchia (1079), Enzo Campanino (1980), Emanuele Modica (1981), Roberto Severino (1981), Raffaele Amato (1982). E nel catalogo su Angela Vinaccia (1983), edito dalla Galleria G 59 di Napoli; L’omicidio di Francesco Laganà Campisi (in collaborazione con G. Cavalli), Società Storica Militellese, Militello 1981; Mariano Izzo, in Luigi Paolo Finizio, Il segno espanso di Mariano Izzo, Napoli, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1983; La Madonna nella figurazione artistica a Militello, Militello, Edizioni del Santuario, 1985; Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella, Militello, Edizioni del Santuario, 1986; Sommario della storia di Santa Maria della Stella, in Paolino Stella, Santa Maria nella Chiesa di Caltagirone, Caltagirone, Cassa San Giacomo, 1987; Giuseppe Tuccio, Militello, Comune, 1987; Salvatore Agati, in Cabala e pietre nere (a cura di Nicolò Mineo), Catania, Prova d’autore, 1990; Opere edite di Giuseppe Majorana (in collaborazione con M. Marino), Militello, Comune, 1991; Melo Minnella. Catania, Provincia Regionale di Catania, 1995; Geografia poetica di Salvo Basso, in La figura e le opere poetiche di Salvo Basso (atti del convegno), Catania, Prova d’autore, 2002; Voci per Militello dalla A alla Z (a cura di Nello Musumeci), Catania, Edizioni della Provincia Regionale di Catania, 2003; Osservazioni sul punto di vista, in O scuru – fotografie di Salvo Basso, Catania, Prova d’autore, 2003; Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, storia dell’arte a Militello, Caltagirone, Il Minotauro, 2005; Guida al sistema museale “Sebastiano Guzzone” di Militello (con contributi di altri), Caltagirone, Il Minotauro, 2006; Guida turistica ai quindici comuni del Calatino Sud Simeto (in collaborazione con Domenico Amoroso e Massimo Papa), Caltagirone. Agenzia di Sviluppo Integrato, 2008. NARRATIVA Interventi nelle seguenti antologie: Le voci fra gli sterpi, edizioni 1989 e 1990, Scordia, Edizioni Nadir; Frastorni, Scordia, Edizioni Nadir, 1991; Arrivederci a Sortino, edizioni 1997, 1998 e 1999, Catania, Prova d’autore; Distacchi dentro fuori, Milo, Laboratorio d’arte contemporanea “Village”, 1997; Attioni spectaculose, racconti, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2007; Na mezzanotti antica, traduzione in ottonari siciliani di The Raven di Edgar Allan Poe, Mascalucia (CT), 2007; Evangelio borghese, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008; La Firenze degli Iblei, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008. COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE “Il Secolo d’Italia” di Roma, “La Riviera” di Napoli, “Peninsula” di Vico Equense, “Catania sera” di Catania, “Prospettive” di Catania, “Militello Notizie” organo del Comune, “La provincia di Catania” organo della provincia regionale. Teatro e spettacoli L’orgoglio delle pietre, video, regia di Franco Di Blasi, Azienda Provinciale Turismo di Catania, 1994; La dama della memoria, spettacolo teatrale, regia di Davide Sbrognò, Militello, Atrio del Castello, 1995; Corteo del principe e Partita di scacchi viventi, spettacoli di piazza, registi vari, Militello, tutte le edizioni de “La Settimana del Barocco” e Noto, “Festival barocco”, 2006; La reina di Scotia, riduzione da Federico Della Valle, regia di Elio Gimbo, Militello, Atrio del Castello, 1995; Zizza, adattamento da Pietro Carrera, regia di Gianni Scuto, Militello, Atrio del Castello, 1995; Gli occhi di Tyrone Power, dramma, regia di Elio Gimbo, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1996; Bar New York, commedia, regia di Piero Ristagno, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Nuovo, 1996; La festa del grano, spettacolo di piazza, Raddusa, 1996; Scene di un Natale barocco, spettacolo di piazza, regia di Gioacchino Palumbo, Comiso, Scicli, Modica, Ragusa, 1996/1997; Una storia per Guareschi, commedia, regia di Franco Calogero, Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1997; Conversazione del principe, commedia, regia di Fernando Balestra (ed altri nelle numerose repliche), Militello, Atrio del Castello, 2000; Una canzone per donna Aldonza, tragedia, regia di Antonio Caruso, Militello, Piazza Municipio, 2001; Scene di un Natale barocco, tragedia, regia di Emanuele Puglia, Militello, Piazza Municipio, 2002; Le voci fra gli sterpi, concerto di poesia, regia di Gianni Salvo, Militello, Atrio benedettino, 2004; Na mezzanotti antica, omaggio a Edgar Allan Poe, lettura di Gianni Salvo, Militello, Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, 2007.

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