Militello 1911, quando si volevano rubare il Santissimo Salvatore (racconto di Salvo Garufi – dipinti di Salvatore Tommy Randone)

logo A copiagarufi logo5rand21La fede e l’interesse

racconto di Salvo Garufi
dipinti di Salvatore Tommy Randone

 

Rand1Era appena il venti maggio, ma l’estate in Sicilia arriva presto (l’estate di sempre, quando l’isola si mette nuda e non ha misteri).

Il sole pesava come un macigno messo al centro del cielo e il paesaggio si distendeva squallido, solamente maculato qua e là da brevi e stentati ciuffi verdi. Per il resto, sparse in una catena di montagne calve, vedevi più che altro la terra rossa e sterile, le pietre calcaree che biancheggiavano come scheletri, le pietre ferrigne che luccicavano roventi.

Nelle campagne di Militello (a Oxena, a Santa Croce, nella fossa affocata di San Vito, lungo gli impervi pendii del Calcarone) i rovi la facevano da padroni e sopra vi soffiava il vento dell’Africa. Era un alito spietato, nemico di Dio e degli uomini, che pareva venire dal petto di Satana. Sotto la sua sferza, o per mano assassina, già molti incendi avevano illuminato la campagna. Le lingue del fuoco avevano ballato i loro sabba e s’erano mangiate in poche ore anni ed anni di lavoro e di speranza.

Anche nel cuore degli uomini, quel giorno, serpeggiarono le fiamme, per una notizia a cui bastò poco per farsi il giro di tutte le bocche del paese. La diede per prima donna Peppina Fucile, la madre del parroco, dal sagrato di San Nicolò-SS. Salvatore.

– Vinìti di cursa! – urlò istericamente. – Vinìti, ca s’arrubbàrru u Sabbatùri!

Fu quel che si dice un piovere sul bagnato. Da circa mezz’ora (ma lunga come un giorno) propositi e dicerie s’erano propagati, virulenti come un contagio, nella folla che nereggiava nei pressi della chiesa.

– So vòla purtari u vìscuvu! – disse uno di rimando, dato che in chiesa si svolgeva la visita del vescovo di Caltagirone, monsignore Damaso Pio De Bono. – Pi chissu vinna cca!

– Stu cantru di minchia! – fece un altro.

– E’ d’accuòrdu cu i mariani! – disse un altro ancora.

– C’è una lega fra loro! – sentenziò, infine, don Luigino Bartolotta, forse baronetto di Paliano, intellettuale ateo e rivoluzionario, ma fedele alla parrocchia di San Nicolò.

In verità, non esistevano vere e proprie prove per ipotizzare il coinvolgimento dei mariani, cioè Rand2dei parrocchiani di Santa Maria della Stella, i nemici di sempre. Però, gli indizi non mancavano. Ed in ogni caso, parafrasando il Manzoni, si poteva star sicuri che essi, se non avevano avuto parte nella sciagura, se ne compiacevano come se fosse stata opera loro. Questo, i nicolesi non potevano tollerarlo. Troppi secoli di scontri, troppe angherie, troppe parole grosse si erano stratificati nella memoria storica dei due campanili che spaccavano la città.

Ecco perché molti di loro avevano pensato a una trappola, quando, verso le dieci del mattino, monsignor De Bono si era presentato in chiesa, per eseguire (diceva lui) la prescritta visita dei registri parrocchiali e dell’archivio vicariale. Magari l’intenzione era buona, ma nulla dà ai nervi più del vedersi frugare in casa propria.

In un lampo, perciò, accorse gente da via Botteghelle, dalla Chiazza lurda, da Sant’Agata, dalla Firrera, dalla Uttazza… e, poi, da più lontano: da San Pietro, dal Pàscimu, dalla Curdarìa, dalla Strata de paraccàri, dai nuovi quartieri oltre San Benedetto…

Erano artigiani e garzoni con gli abiti sporchi e ruvidi, giornalieri a spasso, casalinghe in ciabatte e grembiule, giovanotti amanti della vita e del disordine… una folla che ben presto (tra uomini, donne, animali e figliolanze) superò il numero di duemila individui.

Prima si raccolsero sul sagrato e subito si riversarono in chiesa, col digrignar di denti di un cane pronto ad azzannare. Un giovane pretino che accompagnava il vescovo volle fare l’eroe e si fece avanti. Ma un tipo con la faccia lunga ed ispida di barba, la zazzera rossiccia e così rand4magro e alto che dalla cintola in su pareva oscillare al vento, gli mollò un ceffone che s’impose forte e secco sul chiasso dei rivoltosi.

– Matruzza bedda! – gridò il pretino con una vocina fessa. – E io che ci colpo?

E scappò in canonica, chiudendo la porta a doppia mandata.

Qui, a conferire col vescovo, c’era già il notabilato parrocchiale: il cavalier Salvatore Sortino, il signor Salvatore Basso, l’avvocato Saverio Campisi ed il signor Francesco Gulinello. Essi, con un po’ di cautela, ma anche con molta decisione, erano venuti ad esporre l’apprensione dei parrocchiani.

– Anche un uomo della santità di vostra eminenza – esordì serio serio il cavalier Sortino, il più autorevole dei quattro, – se male informato…

– Se mal consigliato… – aggiunse col sorriso dei gesuiti l’avvocato Saverio Campisi.

– Se tirato un po’ di qua un po’ di là… – disse ruvidamente il signor Francesco Gulinello.

– Chi mi tira? Chi mi consiglia? – esclamò il vescovo. – Di che stiamo parlando, signori?

Il signor Salvatore Basso, che non aveva parlato perché si conosceva il carattere e non voleva fare uno sproposito, disse ai compagni, torturando il cappello che teneva in mano:

– Non vedete che è tempo perso?

– Magari siete venuto con sante intenzioni… – riprese il cavalier Sortino, facendo al signor rand16Basso un imperioso gesto di invito alla calma.

– Senza cattiveria… – aggiunse l’avvocato Campisi.

– Per pura ingenuità! – completò il signor Gulinello.

Il vescovo alzò gli occhi al cielo con cristiana rassegnazione. Poi, chiese al cavalier Sortino:

– Quali intenzioni?

Il cavaliere tossì di gola e riprese:

– Ci sono malvagi… dei quali vostra eminenza è inconsapevole vittima…

– Per puro inganno, eminenza – aggiunse mellifluo l’avvocato Campisi. – Per puro inganno!

– Perché, come diciamo qui, vi hanno baddariàto come volevano loro! – confermò il signor Gulinello.

rand5A quel punto, il cavalier Sortino perse la pazienza e fulminò i compagni con lo sguardo.

– Ma volete star zitti e lasciar parlare me? – esclamò.

– Io dico sempre che è tempo perso! – sentenziò il signor Basso, ma sottovoce.

– Ci sono malvagi… – ricominciò il cavalier Sortino, – che vogliono attentare alle secolari prerogative della chiesa di San Nicolò, ai sacrosanti diritti, sanciti da Dio e dalla storia!

Guardò i compagni per non sentirsi solo, dopo una frase tanto forte, davanti al vescovo per giunta. Questi morivano dalla voglia di parlare; ma, memori del suo scatto d’impazienza, si limitarono ad annuire energicamente.

– E la buona gente nicolese… – continuò, – mi comprenda, eminenza… ama il suo tempio e potrebbe fraintendere questa visita, questo suo chiudersi in canonica… pensare che ella voglia frugare, rimestare non si sa che cosa…

Guardò significativamente il vescovo (che lo guardava sbalordito) e riprese:

– Ci sono molti malpensanti!… Hanno detto che vostra eminenza vuol portarsi via il sacro simulacro del Santissimo Salvatore…

– E le carte dell’archivio vicariale! – sbottò il signor Gulinello, a cui era parso un secolo il tempo in cui era stato zitto.

– E gli ori dei devoti! – disse a fior di labbra il signor Basso, dando voce a ciò che pensavano tutti (e, non potendo parlare più forte, lo fece capire con le sue occhiatacce).

– Che malvagi! Che portare via! – urlò il vescovo, per quanto poteva con quel ràncico tremulo ch’era la sua voce, certo più adatto alle omelie ed ai rosari che ai duelli oratori. – Mi meraviglio!… Mi meraviglio che persone illuminate, quali certamente sono lor signori, possano dar credito a simili sciocchezze!

Il cavalier Sortino non ebbe il tempo di replicare, perché al di là della porta le grida e gli schiamazzi si fecero altissimi. Qualcuno aveva versato la benzina sul fuoco, cioè sulla gente rand6che era sparsa nella chiesa e che schiumava come il vino che tracima dalla botte. Quattro o cinque dei più arditi pensarono di passare alle vie di fatto. Prima coi pugni e poi a calci, pedate e spallate, cominciarono a tempestare la porticina che menava al campanile. Questa non era un manufatto particolarmente solido e cedette quasi subito, con uno schianto di tavole spezzate. Moltissimi si lanciarono sulla buia, stretta e sdrucciolevole scala a chiocciola, spingendosi l’un l’altro (e fu un miracolo che nessuno ci rimise l’osso del collo). Quando furono in cima, si aggrapparono ai batacchi delle campane e, suonando a distesa, chiamarono a raccolta il popolo ribelle.

L’appello giunse anche nelle pochissime case che ancora non sapevano dei gran fatti di San Nicolò. La massaia troncò a metà le faccende domestiche, il mastro lasciò di rifinire il lavoro, il burocrate allontanò da sé gli scartafacci e tutti si diedero a convergere in piazza, chiedendo e dando informazioni, in un caos indescrivibile.

Alcuni della commissione dei festeggiamenti nicolesi cominciarono a fare il giro del paese, rand8arruolando gente. Arrivarono perfino in Largo del Castello, per mobilitare i pochi nicolesi che vi abitavano.

– Aiutu! – gridarono.

– Aiutu di chi? – chiese una donna vestita di nero che tutti chiamavano Peppa A Ciaula.

– S’arrubbàrru u Sabbaturi!

– E fìciuru beni! – rise sguaiatamente Peppa, che era mariana.

– Sta gran bottana! – la insultò Turi Latrina, detto così perché chiedeva l’elemosina vicino ai bagni pubblici.

Gli altri, però, lo tirarono via. In quel momento c’era da pensare al vescovo e non a una femminella ignorante. Nei pressi di piazza San Nicolò, infatti, si moltiplicavano le più truculenti intenzioni:

– A morti u viscuvu e tutti i so cumpari!

– A morti i mariani!

– A morti i latri!

rand15E dentro la chiesa la folla si rivolse direttamente alla porta della canonica, facendo pressione
per far saltare i cardini.

– Ràpa, viscuvu! – gridò uno con la voce roca. – Ca ta dammu ntesta, na carizza do Sabbaturi!

– Gliela dammu di persona! – un altro volle dire nell’italiano che sapeva.

– Vossignoria di chi si scanta? Niscìssa fora, ca i parrocchiani si vòluni spiegari cu vossia! – disse un altro ancora, del quale la gentilezza delle parole veniva smentita dall’ironia del tono.

E, finalmente, anche la porta della canonica cedette con uno schianto secco e monsignor De Bono si vide circondato da facce stravolte dall’ira.

– Giuda! – sibilò uno.

– Caino! – urlò un altro.

– Ti vulìviti futtìri u Sabbaturi! – gli spiattellò sul muso Francesca Rosa, una giovanetta coi capelli neri e crespi come quelli della medusa, facendogli palpitare ad un millimetro dagli occhi il rotondo ed abbondante seno.

rand9E subito sua madre, donna Caterina Niceforo, che prima e dopo questo episodio si distinse sempre per l’ottimo e pacifico tenore di vita, suggellò il tutto con uno sputo che andò a stamparsi sulla faccia del vescovo come una medaglia d’infamia.

Questo fu solo l’inizio. Gli epiteti si accavallarono l’uno sull’altro. Arrivarono altri sputi e dopo vennero i pugni. Uomini e donne, cittadini e forestieri, senza distinzione di censo o fede politica, tutti si ritrovarono insieme nel novello e liberatorio attacco all’uomo del potere e del sopruso. Donna Giovanna Faragone, una delle prime nelle opere devozionali, dall’alto in basso, con le mani unite in un solo pugno e con tutta la forza della rabbia e del peso matronale, assestò sulla testa del vecchio prelato un colpo tale, che per anni ne restò il nitido ricordo.

Fortunatamente il fragore delle urla e delle campane arrivò alle solerti orecchie del sottotenente Giuseppe Nuvoletta, comandante della locale legione dei Reali Carabinieri. Così egli, tirandosi dietro tre sottoposti ed il delegato di Pubblica Sicurezza, accorse verso lo sciame urlante dei giustizieri.

Sulla strada vide scantonare, mentre scappava a casa, la guardia municipale Sebastiano Di Maiuta. Già nei primi momenti dei disordini qualcuno era corso ad informarlo nella società “Principe di Napoli”, dove stava smaltendo la noia della calda mattinata. Ma era un uomo troppo pacifico, uno che alla vita chiedeva soltanto di godersi in santa pace il poco stipendio che gli davano. Aveva, quindi, preferito non andare a vedere, lasciando al suo destino il monsignore bastonato.

– Guardalo, lo scoglionato! – sibilò tra i denti Nuvoletta. – Ah! Questi impiegati comunali!

Poi, alzando gli occhi, ormai vicino alla chiesa di San Nicolò, restò allibito vedendo svolazzare rand14freneticamente le tonache di padre Lo Sciuto e di padre Vitale.

– Padre Lo Sciuto! Padre Vitale! – chiamò. – Che c’è? Che è avvenuto?

– Il vescovo! – ansimò padre Vitale.

– In sacrestia!… – ansimò pure padre Lo Sciuto. – Vuol pigliarsi il Salvatore!

– Porc…! – fece Nuvoletta e, a due gradini per volta, volò verso la chiesa.

Qui, sotto il nugolo nero dei parrocchiani, trovò un gemente monsignor De Bono. Pareva la cacca di cavallo quando viene assalita dalle mosche.

– Signori! – urlò Nuvoletta. – A un tal uomo insolenze di questa sorta?

– Che minchia di uomo? – gli rispose il cavalier Sortino, dimenticando la diplomazia. – Càntero di merda, dovete dire!

Il signor Basso, l’avvocato Campisi ed il signor Gulinello non dissero nulla, perché erano occupati a dirigere le operazioni di bastonatura. Parlò, invece, donna Caterina Niceforo.

– Cu tocca u Sabbaturi s’abbrucia! – proclamò.

A questo punto, come ispirato dalla presenza dei carabinieri, venne fuori dal mucchio vociante rand11il sacerdote Giuseppe Scirè, scrittore di storia locale, di genuina fede nicolese.

– Ha ragione il comandante! – disse Scirè. – Vergogna, signori!

E corse a prendere sottobraccio monsignor De Bono.

– Venga, eminenza – gli sussurrò. – Conviene uscire da qui.

– Io non chiedo di meglio, figliolo – cercò di dire, quasi afono per la paura, il poveretto.

I due, quindi, si avviarono scortati dai carabinieri, tra la folla che non smetteva di minacciare e di insultare. Però, la sorpresa fu vedere che padre Scirè, con dote di contorsionista prima sconosciutagli, mentre volgeva al superiore una faccia amorevole ed incoraggiante, riusciva a dargli da dietro dei gran calci di punta, che sono quelli che fan più male.

Come Dio volle, tra gli ondeggiamenti della folla e le esortazioni alla calma della forza pubblica (poste con molta gentilezza, dato il numero), monsignor De Bono ce la fece ad uscire dalla San Nicolò e si avviò verso il monastero dei cappuccini.

Mentre passava per piazza Matrice, alcuni ritardatari salivano dalla Chiazza lurda, la zona dei fruttivendoli, e ci fu un ultimo assalto a colpi di pomodori sfatti, broccoli rinsecchiti e nespole marce. Soltanto quando egli giunse al convento e vi si chiuse dentro, i carabinieri poterono contenere la folla. Ma, per ben due ore ancora, fuori continuò a sentirsi un rumoreggiare sordo.

Alle due del pomeriggio, allorché le acque parvero essersi calmate, il vescovo riebbe finalmente un po’ di voce.

– Oh, Dio mio! Oh, Madonna Santissima! – disse ai pretini del seguito. – Una rivoluzione è stata! Una rivoluzione vera e propria!

rand13Li guardò inebetito. Guardò la porta e sentì un brivido. Andò al centro del portico, vicino al pozzo, quasi volesse scappare da lì, se gli esagitati tornavano.

– E per che cosa? – chiese. – Che volevo fare, per provocare un finimondo così?

Si fece un gran segno di croce.

– Alla larga! Per capire ero venuto! Per sapere il perché e il percome… e scoppia una rivoluzione!

Guardò di nuovo verso la porta, più calmo. Si erse, addirittura, in tutta la sua poca persona.

– E’ gente che non ragiona! Mai più verrò in questo nido di vipere!

Fortunatamente, da quel buon prelato che era, non mantenne la promessa. Dopo la Grande Guerra, monsignor De Bono tornò a Militello. Prudentemente sorvolò sulle lotte di campanile e questa volta gli andò bene.

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Informazioni su lacasadelsognoantico

Curriculum vitae di Salvo Garufi Nato a Militello in Val di Catania (CT) Il 19 novembre 1951 Residente a Militello in Val di Catania In via Filippo Basile, 5 Titoli di studio Laurea in Lettere, conseguita il 30 marzo 1978 presso l’Università di Catania, con la votazione di 106/110; abilitazione all’insegnamento di stenografia (per corso abilitante); abilitazione all’insegnamento di Materie letterarie nelle scuole medie superiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Italiano, storia, geografia ed educazione civica nelle scuole medie inferiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte (per concorso); abilitazione all’insegnamenti di Filosofia e storia (per corso abilitante). Titoli culturali ed incarichi politici Nel corso della sua carriera nelle scuole statali ha finito per insegnare in tutte le classi di concorso nelle quali è abilitato. Attualmente è docente di Filosofia e storia presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Scordia (CT); è stato finalista per la narrativa nell’edizione 1990 del “Premio Italo Calvino”, organizzato dalla rivista “L’indice” di Torino, presidente della giuria Vincenzo Consolo: ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo dell’Azienda Provinciale Turismo di Catania dal 1994 al 1996; ha insegnato Storia dell’arte in corsi post-diploma finanziati dalla Comunità europea e Storia della moda in corsi di aggiornamento organizzati dall’Istituto professionale femminile di Stato “Isabella Morra” di Matera; è stato consulente teatrale di “Catania Musica Estate 1995” e della “Settimana del barocco a Militello” in tutte le sue edizioni, cioè dal 1994 al 2002; è stato esperto per la cultura del Presidente della Provincia Regionale di Catania dal 1996 al 1998; è stato assessore ai BB. CC. di Militello in Val di Catania dal 2003 al 2008, potendo coorganizzare con fondi ministeriali tre edizioni del “Festival del Val di Noto”; inoltre, collaborato dalla facoltà di fisica dell’Università di Catania, ha ideato ed organizzato il “Premio Ettore Majorana”; ha fondato il Museo Civico “Sebastiano Guzzone” di Militello in Val di Catania e ne è stato il primo direttore. Pubblicazioni SAGGISTICA DI STORIA, DI LETTERATURA E D’ARTE Interventi vari in cataloghi editi dalla Galleria d’arte “La scogliera” di Vico Equense (NA) sui pittori: Vincenzo Laricchia (1079), Enzo Campanino (1980), Emanuele Modica (1981), Roberto Severino (1981), Raffaele Amato (1982). E nel catalogo su Angela Vinaccia (1983), edito dalla Galleria G 59 di Napoli; L’omicidio di Francesco Laganà Campisi (in collaborazione con G. Cavalli), Società Storica Militellese, Militello 1981; Mariano Izzo, in Luigi Paolo Finizio, Il segno espanso di Mariano Izzo, Napoli, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1983; La Madonna nella figurazione artistica a Militello, Militello, Edizioni del Santuario, 1985; Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella, Militello, Edizioni del Santuario, 1986; Sommario della storia di Santa Maria della Stella, in Paolino Stella, Santa Maria nella Chiesa di Caltagirone, Caltagirone, Cassa San Giacomo, 1987; Giuseppe Tuccio, Militello, Comune, 1987; Salvatore Agati, in Cabala e pietre nere (a cura di Nicolò Mineo), Catania, Prova d’autore, 1990; Opere edite di Giuseppe Majorana (in collaborazione con M. Marino), Militello, Comune, 1991; Melo Minnella. Catania, Provincia Regionale di Catania, 1995; Geografia poetica di Salvo Basso, in La figura e le opere poetiche di Salvo Basso (atti del convegno), Catania, Prova d’autore, 2002; Voci per Militello dalla A alla Z (a cura di Nello Musumeci), Catania, Edizioni della Provincia Regionale di Catania, 2003; Osservazioni sul punto di vista, in O scuru – fotografie di Salvo Basso, Catania, Prova d’autore, 2003; Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, storia dell’arte a Militello, Caltagirone, Il Minotauro, 2005; Guida al sistema museale “Sebastiano Guzzone” di Militello (con contributi di altri), Caltagirone, Il Minotauro, 2006; Guida turistica ai quindici comuni del Calatino Sud Simeto (in collaborazione con Domenico Amoroso e Massimo Papa), Caltagirone. Agenzia di Sviluppo Integrato, 2008. NARRATIVA Interventi nelle seguenti antologie: Le voci fra gli sterpi, edizioni 1989 e 1990, Scordia, Edizioni Nadir; Frastorni, Scordia, Edizioni Nadir, 1991; Arrivederci a Sortino, edizioni 1997, 1998 e 1999, Catania, Prova d’autore; Distacchi dentro fuori, Milo, Laboratorio d’arte contemporanea “Village”, 1997; Attioni spectaculose, racconti, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2007; Na mezzanotti antica, traduzione in ottonari siciliani di The Raven di Edgar Allan Poe, Mascalucia (CT), 2007; Evangelio borghese, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008; La Firenze degli Iblei, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008. COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE “Il Secolo d’Italia” di Roma, “La Riviera” di Napoli, “Peninsula” di Vico Equense, “Catania sera” di Catania, “Prospettive” di Catania, “Militello Notizie” organo del Comune, “La provincia di Catania” organo della provincia regionale. Teatro e spettacoli L’orgoglio delle pietre, video, regia di Franco Di Blasi, Azienda Provinciale Turismo di Catania, 1994; La dama della memoria, spettacolo teatrale, regia di Davide Sbrognò, Militello, Atrio del Castello, 1995; Corteo del principe e Partita di scacchi viventi, spettacoli di piazza, registi vari, Militello, tutte le edizioni de “La Settimana del Barocco” e Noto, “Festival barocco”, 2006; La reina di Scotia, riduzione da Federico Della Valle, regia di Elio Gimbo, Militello, Atrio del Castello, 1995; Zizza, adattamento da Pietro Carrera, regia di Gianni Scuto, Militello, Atrio del Castello, 1995; Gli occhi di Tyrone Power, dramma, regia di Elio Gimbo, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1996; Bar New York, commedia, regia di Piero Ristagno, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Nuovo, 1996; La festa del grano, spettacolo di piazza, Raddusa, 1996; Scene di un Natale barocco, spettacolo di piazza, regia di Gioacchino Palumbo, Comiso, Scicli, Modica, Ragusa, 1996/1997; Una storia per Guareschi, commedia, regia di Franco Calogero, Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1997; Conversazione del principe, commedia, regia di Fernando Balestra (ed altri nelle numerose repliche), Militello, Atrio del Castello, 2000; Una canzone per donna Aldonza, tragedia, regia di Antonio Caruso, Militello, Piazza Municipio, 2001; Scene di un Natale barocco, tragedia, regia di Emanuele Puglia, Militello, Piazza Municipio, 2002; Le voci fra gli sterpi, concerto di poesia, regia di Gianni Salvo, Militello, Atrio benedettino, 2004; Na mezzanotti antica, omaggio a Edgar Allan Poe, lettura di Gianni Salvo, Militello, Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, 2007.

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