Salvo Garufi – Intorno alla poesia visiva di Salvo Basso

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Ragionamenti sul punto di vista
di Salvo Garufi
I
Non sono Sergio Corazzini, anche se, come lui, posso dire che non sono un poeta. Non sono neppure un intellettuale, non ne ho la patente. Avessi almeno i titoli per esprimere l’autenticità dei sentimenti popolari… Macché! La vera voce della gente la cercano con criteri che mi sfuggono. Non sono un politico, perciò; ed, al contempo, non faccio parte della società civile. Non sono manco politicamente corretto. In pratica, non ho, non debbo avere un mio punto di vista. Qui sta la chiave per capire la dittatura moderna. Giorgio Gaber cantava che la libertà è partecipazione, io vado oltre. Libertà è far concorrere il nostro con gli altri punti di vista con pari possibilità di affermazione. Ma, io, come quasi tutti, non sono nulla finché un addetto ai lavori non mi comunica cosa sono. Però, la differenza tra me e quasi tutti è che quasi tutti fanno mostra di non saperlo ed io no.

E nemmeno Salvo Basso.
Per comune destino della provincia, chi ha voce ma non abita dentro i sacrari dell’accademia o dell’editoria rischia di grattare le parole nella ruggine; rischia di scomparire dal mondo nel breve volgere del lavoro dell’imbianchino, insalutato ospite, inascoltato come una bestia abbandonata. Salvo Basso, comunque, ci provava troppo gusto coi sinuosi volteggi della sua mente, per non sperare che gli altri ci si divertissero almeno quanto lui. Sostanzialmente scrisse per questo, un rigo dietro l’altro, praticamente fino ad un minuto dalla morte. Chiarì tutto, fra l’altro, in una fotografia trovata fra le sue carte. Era una di quelle sue fulminazioni geniali che gli venivano spontanee come il respiro. Un giovanissimo Salvo sta seduto per terra nell’angolo in alto a sinistra, rannicchiato come un bimbo corrucciato. In basso a destra c’è una macchina per scrivere e sembra una provocazione beffarda.

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“Provaci, se vuoi, a farmi scrivere cose interessanti” sembra dire la macchina. “Tu pensa… ed io registro le tue sciocchezze! Non sono mica Penelope. Se aspetto è per sfotterti, non per esserti fedele.”
Oppure, potrei paragonare la scena al momento culminante di un pessimo western. Uno dei due pistoleri dopo il duello sarà morto; ma la sua intera vita nei racconti verrà sintetizzata in quei pochi, drammatici istanti. Ignoro l’esito del duello tra Salvo (anzi, tra il punto di vista di Salvo) e la macchina per scrivere (cioè, lo strumento per esprimerlo). Ma, già lo scontro basterebbe per un racconto epico.
Ecco, quindi, il primo motivo per scrivere un gran libro: è la voglia di superare l’afasia che il mondo vorrebbe imporre a chi non nasce fra gli eletti. Anche se, aggiungo subito, i motivi per riempire quattro pagine sono tanti. Alla fin fine, si può scrivere un libro anche per suscitare reazioni opache e meschine. Poco importa che si discuta di morale o di sesso. In ambedue i casi può venir fuori l’intelligenza o la volgarità, dipende dall’autore.
Ovviamente, in questa sede per “volgarità” intendo la dimensione superficiale del gusto e del giudizio. Mi spiego meglio: la volgarità non dialoga con la mente altrui. Quando è brava, la volgarità al massimo in un comizio sollecita l’urlo del carogna, nell’orazione la mano del terrorista e nello scherzo il ghigno del qualunquista. Se volete, tra uomo e donna, la volgarità mette sempre un membro ipertrofico e senza intelligenza.
Molte (troppe) volte, invece, sono stati scritti libri del tutto inutili. In questa nostra valle di lacrime pare che ci sia gente che scrive e parla soltanto per far sapere che è capace di produrre parole. Il novantanove per cento dei volumi che intasano le biblioteche pubbliche è nato così e rappresentano un’infinita noia per i disgraziati lettori. In questo caso non c’è neppure volgarità, non c’è nulla.
Salvatore Paolo Garufi, Ragionamenti sul punto di vista

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I libri meritevoli sono appena l’un per cento e lo zero virgola cinquanta per cento viene dalle parti basse della natura umana, anche se portate alla dignità di un punto di vista. Vi trovi, infatti, concetti nuovi, o meglio nuove angolazioni per guardare il mondo. Ma, trattasi di idee, come dire?… molto circensi. Si esibiscono sui sottili fili dell’equilibrismo fonico, o mentale, più che altro per uno sfoggio di bravura fine a se stessa. Nella terra del barocco, come pretende di essere questo lembo di Sicilia che da Catania scende fino a Noto, queste idee dovrebbero essere le più apprezzate e ciò di già rappresenterebbe un male.
E’ peggio, purtroppo. La Sicilia (o, forse, la modernità) vive una forma di neo-medievalismo, fatto di luoghi comuni invariabili ed invariabilmente riproposti.
Eppure, in barba al novantanove virgola cinquanta per cento dei libri, è una buona cosa che ci siano i libri. E’ una buona cosa che ci siano le biblioteche, le mostre e i cataloghi d’arte, le serate teatrali e quelle musicali. E’ una buona cosa perché seppellito nel ciarpame ci sta quello zero virgola cinquanta per cento di lavori interessanti, capaci di donare la felicità, se per felicità intendiamo il sentimento di esserci e di restarci, in questo mondo cane.
Aggiungo che, qui arrivati, forse diventa riduttivo parlare soltanto di libri, o considerare soltanto i generi canonizzati (la pittura, la musica, l’architettura, e così via). Anche perché non certamente fra i canonizzati furono i generi praticati da Salvo Basso. Egli era bizzoso ed atipico. Atipico persino nel linguaggio, dato che in lui il siciliano (lo scordiense moderno, per essere più esatti) fu veicolo dottissimo. Era il sistema più adatto per raffigurare straordinari scarti intellettuali, che scardinavano il comune punto di vista, per poi aprirsi ad orizzonti più vasti. Erano lampeggiamenti sul buio, i suoi. Angoscia ed ebbrezza aspettavano chi, leggendolo, lo seguiva nell’avventura.
In altra sede mi è toccato e mi toccherà ancora di spiegare le sensazioni datemi dalla poesia ortodossa di Salvo, quella che si affidava alla normalità del verso, confinando la divina eresia dei poeti negli accostamenti realizzati con sfumature semantiche. In altra sede spero di parlare ancora di lui. Parlerò ancora di lui finché Dio (o il caso, che è il nome che a Dio danno gli atei) vorrà farmi vivere. Allora ci sarà occasione di perdersi nei meandri delle metafore, delle allitterazioni, degli anacoluti rivelatori. Oggi mi interessa occuparmi del fotografo Salvo e lo chiamo per nome, perché il fatto che è morto e che era un poeta non toglie la realtà che è stato il primo dei miei amici. Lo chiamerò Salvo, perché questo, se volete, è un saggio di filosofia che viene su come una sorta di conversazione tra me e lui. Qui sta, da sempre, la forza degli scrittori veri: il cannibalizzarsi lungo fogli di carta, per rivivere l’uno nell’altro. Voglio che un po’ scriva anche lui con la mia penna. Magari con qualche battuta sfottente, com’era il suo solito; e magari con quella delicatezza d’animo che lo rendeva tanto vulnerabile rispetto alle miserie di ominicchi, ruffiani e quaquaraquà.
Così, fuori dalle seriosità accademiche, con le fotografie di Salvo, tra l’altro, potrò dire che siamo arrivati a quell’ultimo e migliore motivo per cui si scrive un libro.
Le sue immagini, infatti, hanno più a che fare con i concetti che con la mera visività. Anche se riescono a costruire campi di eccezionalmente equilibrata purezza cromatica, quasi continuazione o ideale completamento dell’opera di Piet Mondrian.
Gli basta, per esempio, una campitura azzurra, sulla quale poggia un foglio grigio; sul foglio una striscia di carta argentata; oppure, infilzare col rosa di una penna una specie di arnia beige. Sono veri e propri quadri, magari nati da tecniche esecutive che hanno assimilato la lezione del collage; ma, messe insieme, queste immagini costituiscono pure un libro, né più né meno. Le fotografie di Salvo, al di là di ogni sua stessa ammissione, esistono perché egli aveva qualcosa da dire, o almeno da comunicare. Proprio come ora, mutando ciò che c’è da mutare, scrivo per interpretare ed esplicitare con parole facili e chiare il miracolo grazie al quale gli oggetti fotografati diventano fonte di emozione. Questo è il compito dei filosofi, o almeno degli insegnanti di filosofia.
Salvatore Paolo Garufi, Ragionamenti sul punto di vista
E’ vero che, coi tempi che corrono, il mio lavoro non è socialmente molto apprezzato. La barbarie domina ovunque e non sarebbe vera barbarie se non fosse invadente, arrogante, totalitaria. Un mondo siffatto, fra l’altro, è abitato da gente che non ce la farà ad essere felice. Chiarisco: c’è chi la felicità la cerca nell’amore, chi nei soldi, chi nel potere, chi nel tentare di far comprensibili la natura e i comportamenti umani. Non saprei dire quale sia la scelta migliore. So che l’ultima è la scelta della razza umana a cui Salvo appartenne. E non è la più facile.
Tale scelta oggi passa a me. Si ripropone con le fotografie di Salvo, anzitutto definendo l’argomento.

 

 

II

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Prendendola alla larga, rispondo ricordando Theodor Mommsen, che scrisse la Storia di Roma più bella di tutti i tempi. Fu bravo soprattutto perché dal suo libro tirò fuori delle conclusioni generali. Roma, scrisse Mommsen, diventò un impero per questo e quest’altro motivo. Egli, cioè, ci dette un giudizio (o, se si vuole, una lezione di vita). Purtroppo non mi pare che attualmente la sua posizione sia diffusissima. Lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan ebbe a dire che i moderni studiosi, più che studiosi, sembrano dei magazzinieri. Essi si limitano a registrare dati sicuri: la misura delle opere, la data di esecuzione, i documenti connessi. E’ questo il difetto contemporaneo della trasmissione culturale, tutta improntata sulla logica mass-mediale delle guide turistiche. E, purtroppo, “il pericolo dei mass-media è precisamente che portino alla soppressione dell’atto mentale del giudizio“ (Giulio Carlo Argan, Intervista sulla fabbrica dell’arte, Bari, Laterza, 1980, p.63).
D’altro canto, dopo Karl R. Popper, la mera raccolta di dati non costituisce metodo neppure nella ricerca scientifica. Jean Lukasiewicz addirittura arriva a sostenere:
“E’ un vero scienziato soltanto colui che sa come unire i fatti in una sintesi. E per far ciò non è sufficiente conoscere i fatti; è necessario anche il contributo del pensiero creativo” (in Selected Works, London, 1970, p.1).
Lo so. Mi si dirà che sotto la parola creatività c’è il rischio che trovi riparo l’approssimazione dilettantesca e l’errore. Ma, dove non ci sono rischi non ci sono eroi e neppure geni. Quando da uno studio si traggono conclusioni molto ampie è facile dire sciocchezze e finire nell’inferno del ridicolo. I mestieri più affascinanti, però, sono pure i più rischiosi. “L’interrogativo degli europei è: come avviene che compaiono certe idee particolari? Per gli americani, invece, la domanda è la seguente: in che modo queste idee, una volta introdotte, influiscono sul comportamento?” (Robert K. Merton, Teoria e struttura sociale, Vol. III, Bologna, Il Mulino, 1971, p. 811).
Il che lo portò a concludere che la differenza sta nel fatto che la sociologia europea rischia ed è sicura di dire cose importanti, senza sapere fino a che punto siano vere; la sociologia americana non rischia e dice cose certamente vere, ma non sa fino a che punto siano importanti.
Ecco, mettiamola così. Diciamo che in questo Salvo fu molto europeo. Fin da ragazzo giocò sulla rapidità delle sintesi, più che sulle sottigliezze analitiche. Il rapporto immagine/significato, per esempio, costituì nei suoi primi esperimenti poetici il mezzo nuovo per riproporre l’antichità della metafora. C’erano ampi spazi squarciati dalle parole, come a dire che la voce stenta a maculare il vuoto dell’esistenza. In ciò, da sempre, consiste l’illusione del poeta, questo titano ridicolo, neppure decorativo nella società d’oggi.
Salvo volle navigare nel mare aperto dell’avanguardia, per letteratissima sensibilità e non per barbarie antitradizionalista. Non sapeva, insomma, se diceva cose vere; ma, davvero era convinto di dire cose importanti. Come si può, quindi tentare di applicare con lui la cosiddetta critica scientifica? Per fulminazioni ci squadernò la sua vita sotto gli occhi, per fulminazioni si può tentare di capire lui.
Salvatore Paolo Garufi, Ragionamenti sul punto di vista
Ce lo dice, beffardo come sempre, in una fotografia un po’ iperrealista. Vi si vede una bocca aperta in un sorriso. Anzi, vi troviamo un sorriso che s’è scavato uno spazio fra le guance e dietro il quale, come in un taglio di Lucio Fontana, sprofonda il nero, al di là della bocca. I denti si mostrano per allegria, forse. O, forse, per essere pronti a mordere. A me pare, però, che in quella fotografia i denti stiano come esempio di materia consistente, tra il flaccidume della faccia ed il vuoto abissale della gola.
Egli, d’altra parte, era affascinato dalle possibili sfumature del nero. Ricordo un nostro viaggio a Venezia. Visitavamo la fondazione Guggenheim e davanti al taglio sulla tela di Lucio Fontana disse:
“E’ straordinario scoprire questa nuova dimensione del nero.”
“Cioè?” io chiesi.
“E’ la sfumatura giusta” rispose. “E soltanto così si può ottenere.”
“C’è il rosso di Tiziano e c’è il nero di Fontana, insomma!” io dissi.
“Appunto” disse Salvo.
Trovai molto innovativo questo suo mettere a paragone arte contemporanea ed arte classica sul terreno dell’arte classica. Credo pure che fosse poco giustificato sul terreno della critica scientifica. C’è forse un critico, però, che mi possa disapprovare perché ebbi la sensazione di aver sentito una cosa importante?

 

II

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Alessandro Manzoni scrisse il capolavoro della letteratura italiana a cui bisognerà pur tornare. Peccato, aggiungo, che non ci sia stato uno straccio di storico che l’abbia annoverato tra i suoi maestri. Peccato per gli storici, ovviamente, perché Manzoni stabilì la sola utilità pensabile per essi: ricostruire un passato probabile e sensatamente articolato. Infatti, le vicende di uomini temporalmente lontani sono per noi la sfida a capire gente strutturalmente diversa da noi. Come si fa, per esempio, a parlare delle crociate, giudicandone i protagonisti secondo la moderna logica laicista. Possiamo, ancora, presentare Alessandro Magno con i baffi di Stalin per come si comportò coi tebani?
Meglio esprimere un’opinione, anzi un giudizio, tentando di cogliere le peculiarità di un’epoca in generale. Se si sbaglia, pazienza. Ci sarà chi ci correggerà. Si sbaglia nel giudicare gli uomini, perché non sbagliare nel giudicare i fatti? Storiografia ideologica è pure quella che pretende di essere scientifica.
Ci sono stati tempi in cui si è riso, pianto, ucciso per motivi oggi intuibili, ma non dimostrabili. Manzoni sostenne questo con la sua teoria del vero poetico. Il suo giudizio sul Seicento fu suo e basta; ma, il giudizio sui singoli personaggi no. Lì il buono e il cattivo venne stabilito all’interno della mentalità dell’epoca. Il cardinale Federigo Borromeo, per esempio, resta santo nonostante sia stato sostanzialmente un torturatore nella vicenda della Colonna infame. Manzoni, in definitiva, si comportò come una specie di critico, trattando un’epoca come fosse un quadro, una poesia, una musica.
Tutto ciò diventa vero, a maggiore ragione, davanti ai manufatti di Salvo. Il mezzo fotografico ha caratterizzato il Novecento, cambiandone la percezione sensoriale. E’ quasi una banalità dire che oggi viviamo nell’epoca della visività. Il che significa, soprattutto, comunicazione immediata. L’organizzazione del mondo si realizza per direttive secche. Dai cartelli stradali ai semafori, ai colori diversi per distinguere le linee nelle metropolitane, prevale in maniera straripante l’immediatezza. Un monologo di Shakespeare oggi lo sosterrebbero in pochi. In qualche modo, l’operazione artistica di Salvo ha senso solo dentro i ritmi d’attenzione e le abitudini percettive dei nostri tempi. Salvo, cioè, realizzò (come altri nel Novecento) dei cartelli stradali sulle strade che percorrono i territori dell’emozione artistica.

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Salvatore Paolo Garufi, Ragionamenti sul punto di vista
Per far ciò, non c’era più neppure il bisogno della manualità. Per dirci cos’è la storia, gli bastò una normalissima fotografia, senza effetti speciali. Prese un foglio di carta, sul quale (in basso e in diagonale) scrisse le parole il tempo è. Sopra il foglio pose una sveglia e un martello pronto a colpire. Sul martello la scritta la serie assoluta dei colpistanti. In un’altra fotografia il martello colpisce proprio la sveglia e non c’è più (o non c’è ancora) il foglio. Il tempo è, quindi, forse il bianco del foglio; o forse la sveglia, come a dire l’ingegno umano. L’artista uccide la sveglia, che ha falsificato il tempo, scandendolo nelle unità misurabili dei secondi e dei minuti; o forse il martello è simbolo dell’opera rivoluzionaria e devastatrice dell’azione umana in genere. Ogni uomo, quindi, e non soltanto l’artista, è costruttore e distruttore del tempo.
C’è, ci potrebbe essere, un bel po’ di Hegel in questa fulminazione intellettuale di Salvo. Oppure, il rovesciamento dello Hegel, l’irrisione delle costruzioni intellettuali artefatte. In ogni caso, l’arte qui si ripropone per ciò che è, da sempre: un’avventura intellettuale. L’arte non riflette il reale, ma non se ne sta neppure pei fatti suoi nell’empireo plastificato del formalismo. L’arte, piuttosto, riflette sul reale e fornisce nuovi occhi per vederlo. Insomma, l’arte è un punto di vista (possibilmente insolito).
Anche la storia è un punto di vista. La storia cammina su strade capricciose, come i romanzi. Anzi, forse la differenza tra storia e romanzi sta nel fatto che la storia è più capricciosa. Lo dico perché nella storia non c’è un solo autore a determinarne la trama. A scrivere la storia è la vita di miliardi e miliardi di uomini. Chi ha stabilito che tanta gente debba seguire un filo logico ordinato?
Neppure il Dio cristiano lo ha stabilito. Quel Dio, ci si dice, ci ha donato il libero arbitrio, cioè la libertà di scegliere. Se possiamo scegliere, è chiaro che prima della nostra scelta non può essere stato stabilito un bel nulla. Ciò che succede non succede perché ce l’ha ordinato il medico. Una baggianata del genere la credono soltanto i progressisti, genia dannosa e sempre ritornante; la credevano i comunisti, convinti di marciare verso “il sol dell’avvenire”; la credono i liberali, per i quali le strutture capitaliste sono l’unico sbocco della modernità.

 

IV

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Invece, io penso che avesse ragione Julius Evola, quando sosteneva che “la storia è un sofisma della pigrizia e dell’ignavia” (in I tempi e la storia, Roma, 1982, p.17).
Non c’è alcun binario sopra il quale procede la storia e da essa non si ricavano leggi. Chi vuol conoscere il passato soddisfa qualche curiosità; ma, non sono sicuro che tale curiosità sarà utile o piacevole. D’altro canto, gli uomini imparano poco dal passato. I grandi, scrisse Niccolò Machiavelli, son “più presto ammirati che imitati” (in Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, in Il principe e pagine dei “Discorsi” e delle “Istorie”, Sansoni, Firenze, 1951, p. 205).
Dirò, ancora, che anche nell’ipotesi che la storia si svolga seguendo una logica divina, ci è impossibile capirla. I libri più documentati sono pur sempre costruiti su documenti parziali, o salvatisi per caso, o fatti apposta per ingannare i posteri. Documenti che, in ogni caso, non ci dicono quali furono i pensieri reconditi degli attori, i loro desideri, le loro paure. I libri di storia, quando va bene, presentano una verità non completa, che, come si sa, è la più pericolosa delle bugie.
Detto ciò, aggiungo che l’invenzione storica può avere, come tutti i libri, finalità nobili o ignobili. In 1984, romanzo di George Orwell, si legge che un dittatore, The Big Brother (il Grande Fratello), fa riscrivere continuamente la storia, perché, egli pensa, chi controlla il passato controlla il presente e chi controlla il presente controlla il futuro. “Tutto si confondeva in una specie di nebbia. Certe volte, ad essere sinceri, si poteva mettere la mano su qualche menzogna sicura. Non era vero, per esempio, com’era dichiarato nei manuali di Storia del Partito, che il Partito avesse inventato gli aeroplani. Lui ricordava di aver visto gli aeroplani fin da quando era
Salvatore Paolo Garufi, Ragionamenti sul punto di vista
bambino. E tuttavia non si poteva provarlo. Non c’era nessuna prova” (1984, Mondatori, Milano, 1979, p. 59).
L’assurdità evidente, qui, smaschera l’intenzione occultatoria dei fatti. L’arte, riportando l’attenzione sull’assurdità, se non ripropone la verità, almeno smaschera il falso. Da un lato la pretesa ufficiale, dall’altro il marameo dell’artista.
C’è una fotografia di Salvo che spiega il concetto con senso barocco della meraviglia. Vediamo il suo viso appannato dietro una lastra trasparente (appannato e trasparente il tempo, o la storia, o la memoria, o tutto ciò che falsifica mentre ipocritamente mostra di mostrare). E vediamo i suoi occhi che guardano in alto verso un viso (forse femminile) che ha i lucori della plastica. La bellezza elaborata, un po’ androgina, sul modello delle show-girl televisive, al posto dell’ideale della Venere Cnidia, questa è la contemporaneità, come già ci disse la Marilyn Monroe di Andy Warhol. La fotografia nacque con la pretesa di riproporre il vero oggettivo. Ma proprio tale pretesa l’ha resa il più potente mezzo di inganno. Oggi, però, grazie agli artisti (grazie a Salvo, per la sua parte), sappiamo che la fotografia può essere vera soltanto quando, pirandellianamente, dichiara apertamente di essere un falso.
Si può concludere, allora, che, anche senza concepire gli scenari inquietanti di Orwell, la nostra conoscenza è (e non può essere altrimenti) ingannata. Ne il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia il concetto ritorna in maniera sublime e con i mezzi più pacati dell’articolazione narrativa. Sciascia e Salvo dissero cose simili in tempi e con mezzi diversi, realizzando quella contemporaneità e quella conterraneità dell’intelligenza che forma l’unica aristocrazia non ridicola. Anch’io, lo ammetto, non mi sento cittadino del mondo, perché i troppi cretini che vi abitano mi rendono odioso il mondo. Preferisco iscrivermi all’anagrafe delle persone che hanno sensibilità e cervello per cercare di spiegarselo, il mondo. Almeno, come si dice, mi ubriaco di vino buono e sto in ottima compagnia.
Per riprendere il filo del ragionamento, come Salvo toglie credibilità oggettiva al mezzo fotografico, Sciascia toglie alla storia ogni credibilità nella ricostruzione dei fatti. Nel suo romanzo c’è un poveraccio che sbarca il lunario dando i numeri ai giocatori di lotto, l’abate Pella. Egli, per caso, ha l’occasione di scrivere una falsa storia della conquista araba della Sicilia. Può, in altre parole, farcela a spacciare per vero il falso. Per un po’ ce la fa e viene smascherato solo per caso, come per caso ha avuto la possibilità dell’inganno. Non viene, perciò, da pensare che forse sono false tante altre storie che crediamo vere? Può darsi che gli storici più scrupolosi finiscono per realizzare fumose architetture di fatti, selezionando fra i caotici avvenimenti del passato, così come l’abate Pella “inseguiva i fatti della vita, il passato e il presente, a cavarne sentimenti e significati come un tempo dai sogni degli altri estraeva i numeri al lotto” (Il Consiglio d’Egitto, Einaudi, Torino, 1977, p.164).

V

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Quando, infatti, gli storici cominciano a mettere in ordine le testimonianze (documenti, reperti, usanze…), come se fossero parti di un puzzle, inevitabilmente scoprono i vuoti che restano sempre troppi. Dati i vuoti, poi si divide, si valuta, si distingue, si classifica, si gerarchizza… Diciamo che si procede con metodo scientifico. Ma, permettetemi un dubbio, a questo punto. Il percorso da seguire lo stabilisce lo storico e per ogni storico diverso (se è vero storico) ci sarà un percorso diverso. Ogni storico è condizionato dai suoi pregiudizi e per conseguenza il pregiudizio, esso pure, scrive la storia.
Ogni storico, per esempio, sopravvaluta certi aspetti e ne sottovaluta altri. Per esser più chiaro, dico che i marxisti ed i liberisti aumentano l’incidenza del fattore economico, i credenti quella del fattore religioso, gli ufologi si soffermano, ingigantendoli, sui fenomeni strani, i paranoici vedono congiure dappertutto. Ognuno di questi percorsi non è forse un manifesto falso?
Salvatore Paolo Garufi, Ragionamenti sul punto di vista
Se poi si passa all’avventura più interessante, al tentativo di ricostruire il quadro completo di un’epoca, il falso diventa uno sbocco inevitabile. Lo affermò Hegel prima di me, contestando la validità del sistema di Kant, per quel piccolo particolare del pensabile ma non conoscibile che è il noumeno. Senza la metafisica, pure la fisica diventa incomprensibile. Il mondo è incomprensibile, dato che non possiamo vederlo tutto e da tutti i punti di vista.
Il punto di vista, appunto. Penso, a tal proposito, al cubismo di Pablo Ricasso e di George Bracque; penso al futurismo di Umberto Boccioni, di Giacomo Balla, di Gino Severini; penso al dadaismo di Marcel Duchamp; penso al surrealismo di Juan Mirò e Salvador Dalì e potrei continuare nei pensieri per tante righe ancora. Se un merito hanno avuto le avanguardie artistiche, è quello di aver moltiplicato (praticamente all’infinito) i punti di vista, dandoci certezza dell’inafferrabilità della realtà.
Il tempo e lo spazio, non più categorie nelle quali inquadrare l’uomo, sono diventati qualcosa che modifica l’uomo. Martin Heidegger, concretamente, introdusse il concetto di esserci per spiegare l’uomo. Con l’introduzione della particella avverbiale ci lo spazio e il tempo entrarono a far parte integrante dell’essere dell’uomo. L’uomo è una presenza, qui ed ora. E’ una cosa se lo guardo da qui, un’altra da là; una cosa se lo guardo ora e un’altra dopo, o prima, o prima ancora. Relativismo sofista? Coscienza dell’artificio chiamato mondo? Può darsi.
C’è un brano di Fiorirà l’aspidistra, piccolo e dimenticato gioiello di Gorge Orwell, dove il protagonista della storia mangia un panino in un bar e capisce la sostanza del mondo moderno. Il panino è imbottito con la carne, ma sa di pesce. Fosse stato imbottito col pesce avrebbe avuto forse il sapore del cavolo, ma non del pesce. Non c’è coincidenza tra nome e sapore, nel mondo moderno. Come nei quadri di René Magritte vediamo una cosa e vi troviamo scritto il nome di un’altra. Così nella contemporaneità la plastica mima il legno ed il legno moma il marmo ed il marmo la pietra povera, in un travestimento generale; o, meglio ancora, in uno scoppiettio di fuochi d’artificio mentali, che per un attimo sembrano illuminare l’intero cielo e subito dopo lasciano il buio più buio.
Il percorso, perciò, falsifica la storia (il mondo); ma, è l’unica forma di ordine e comprensibilità possibile. Il percorso è arbitrario, smaccatamente indimostrabile, ma utile, se non si vuol perdere il senso del mondo e dell’uomo. Il percorso è la Ragion pratica, come la morale di kantiana memoria.
Non che ci sia nulla di grave in tutto ciò, ovviamente. Potremo sempre dire che abbiamo scritto un bel romanzo. A patto di capire che la storia (come la vita) non ci dà insegnamenti definitivi. Semmai, ci pone domande. Siamo noi (e non essa) a dover tentare delle risposte. La storia è un’occasione. Il maestro (se maestro c’è) è lo storico che ci riflette sopra.
E qui mi tocca tornare a una fotografia di Salvo. Pendono oggetti rotondi (noci, gomitoli?) su una piattaforma che sembra la bilancia di un venditore ambulante. Dietro c’è un globo. E’ il pianeta Terra, sul quale non corre più l’avventura, ma si svolge la pianificazione delle rotte commerciali. Come si vede, il percorso è stabilito ed il mondo ne prende il volto.
Detto questo, aggiungo che la bontà o la cattiveria di quel volto sta nell’utile che se ne ricava per vivere più sereni e tranquilli. Infatti, se è vero, come è vero, che la storia è un’invenzione, è vero anche che essa è il mezzo migliore per dare dei lineamenti ai perché dei comportamenti umani.
Come tutte le invenzioni, la storia può essere molto utile, o risultare un’arma micidiale. Per anni, gli aerei hanno volato e ci è piaciuto. Poi, l’undici settembre del 2001 si è visto che possono trasformarsi in bombe devastanti. Un’automobile veloce rappresenta la quintessenza del piacere di viaggiare; ma, è pure il bolide guidato dai delinquenti in fuga. Nessuno, però, si sogna di abolire aerei e ferrari per il cattivo uso che se ne può fare.
Perciò, quando la storia si concretizza in un modo di vivere comune, in un ordine sociale, in uno Stato, diventa pericoloso pensare di abolirla (come propongono certi professorucci liberals, teorici della tolleranza ad ogni costo). “Altri vanno oltre” scriveva Giuseppe Mazzini; “e
Salvatore Paolo Garufi, Ragionamenti sul punto di vista
trovando il concetto religioso, il concetto governativo, il concetto di patria falsati dagli errori religiosi, dagli uomini del privilegio e dall’egoismo delle dinastie, chiedono l’abolizione d’ogni religione, d’ogni governo, d’ogni nazionalità. E’ procedere di fanciulli o di barbari. Perché, in nome delle malattie generate da un’aria corrotta, non tenterebbero la soppressione d’ogni gaz respirabile?”(in Dei doveri degli uomini, in Opere scelte, Cremonese, Roma, 1957, p. 102).
A questo punto, lo sbocco del mio ragionamento è apparentemente contradittorio (o, se vogliamo usare una parola difficile, rappresenta una palinodia, che consiste nell’arrivare a conclusioni opposte ai convincimenti dichiarati in premessa). Da un lato, infatti, penso che i libri di storia, ammesso che nascano da intenzioni oneste, non riusciranno mai a ricostruire un’epoca passata nella sua interezza e perciò ne daranno sempre una visione falsa. Dall’altro, tale falso mi sembra necessario, per non suicidarsi . Nec tecum, nec sine te vivere possum…
La storia, insomma, è un utile mezzo per collocare la vita individuale all’interno di un percorso più ampio (all’interno, cioè, di una civiltà). Quest’ipotesi, infatti, ci evita la dannazione degli individualisti: la vita senza un perché e la disperata solitudine nel momento della morte.
Ogni civiltà è un prodotto artificiale, non un’espressione naturale. E’ una serie di elaborazioni mentali del tutto arbitrarie, dentro le quali le azioni umane cercano motivazioni ed ordine. Ma, che c’importa se sono false? Se servono, vuol dire che sono importanti. Anzi, stavo per dire necessarie.

VI

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Delle tante costruzioni mentali che hanno dato carne e spirito alla creatura chiamata Storia (il più improbabile ed affascinante personaggio partorito dall’uomo) restano tracce nel tempo.
Negli archivi, o sottoterra. le testimonianze attendono di prendere una forma che le renda comprensibili. In una geniale fotografia di Salvo l’attesa viene addirittura visualizzata. Si vedono dei capelli ed una fronte. Sulla fronte errano lettere sparse, inquiete. Sono le lettere dei poeti prima che diventino parole. Sono larve di emozioni sicuramente antiestetiche, viste in quelle condizioni. Ma, da tale greve creta il talento dell’artista saprà ricavare gli archetipi delle passioni umane. Perciò, questa fotografia è, essa stessa, un archetipo delle cogitazioni che precedono la creazione. E’ raffigurazione della ricerca storica.
Non ci sono, però, testimonianze senza arrivare ad una forma, o materiale, o concettuale. La storia ha, quindi, la forma come prevalente campo d’indagine.
E qui possiamo fare la prima distinzione: ci sono le forme che ci dà la natura (e queste le chiameremo natura semplicemente) e le forme create dall’uomo (i manufatti e le elaborazioni concettuali). Se si vuole, sono forme pure le assenze, in quanto forme significative di vuoto, quando ci si aspetta di trovare una testimonianza.
La natura, come le lettere sparse sulla fronte nella fotografia di Salvo, in sé non vuol dir nulla, perché nella sua forma manca ogni intenzione (una montagna è un accidentale innalzarsi della terra per la deriva dei continenti, non è venuta da alcuna finalità concepibile per la razionalità umana). Però, la natura (proprio come la storia) acquista un senso nel momento in cui glielo dà il soggetto pensante che la guarda, proprio come si vede nella fotografia.
La scoperta del senso, comunque, lungi dall’essere un fatto negativo, ci pare l’indispensabile premessa per passare alla manipolazione, che, in fin dei conti potrebbe pure configurarsi come una messa in ordine, ovvero una riduzione del caos della natura all’interno della comprensibilità umana (per scopi utilitaristici, inzialmente. E, poi, seguendo esigenze sempre più astratte e raffinate).
Dal punto di vista umano, aggiungo, possiamo ancora distinguere due tipi di senso della natura. Il primo, come s’è detto, ha come finalità l’utilità (un terreno può essere guardato in funzione di una coltivazione, una montagna può avere un valore militarmente strategico, un fiume può essere fonte di vita per un insediamento, il mare medium ideale per i commerci, etc.),
Salvatore Paolo Garufi, Ragionamenti sul punto di vista
il secondo porta alla contemplazione, al piacere di guardare. In questo caso già parliamo di bellezza, anche se ancora non c’è l’arte (l’arte semmai è dentro di noi, nel nostro gusto, per cui creiamo un senso per ciò che in sé non ha senso).
Così, anche per la natura valgono alcuni concetti elaborati dalle estetiche del neoclassicismo ed del romanticismo. Per esempio, il paesaggio di Taormina ha i requisiti di una imperturbabile bellezza classica, fatta di proporzioni e di armonici rapporti cromatici. Ben diverso è il gigante Etna. Lì si coglie la sproporzione e la disarmonia (come direbbe Gillo Dorfles), cioè il titanismo, il mistero, la forza incontrollabile della passione (in una parola, il sublime).

VII

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Il concetto di arte in senso stretto può essere applicato soltanto ai manufatti e alle elaborazioni concettuali, appunto perché hanno i requisiti dell’intenzionalità e del senso in sé. Il senso, ancora, può essere quello dell’utilità ed abbiamo la cultura materiale e la creazione utilitaristica (un attrezzo di lavoro, una casa, una sedia, un libro di magazzino, un contratto, una memoria, una cronaca, etc. nascono per fini pratici e non per essere kantianamente contemplati).
Bisogna, però, dire che, come accade per la natura, anche tali oggetti possono essere caricati di significati contemplativi da chi li guarda (e qui torniamo alle teorizzazioni contemporanee). Però, chiarisco che in questo caso non avremo un godimento estetico (quello teorizzato da Roland Barthes); avremo semmai un piacere (e sarà un piacere di tipo feticistico, dove gioca soprattutto l’emozione: il riconoscimento, la nostalgia, il sogno, l’utopia… non la forma in sé). Quindi, di nuovo, l’arte è negli occhi di chi guarda e non nella cosa guardata.
Esattamente questo tipo di piacere mi pare di cogliere nell’immagine di Salvo in cui un bicchiere riempito a metà della cioccolata della colazione sta sul foglio bianco vicino ad una penna pronta per scrivere. Sono le cose a lui più care, quelle che mettono insieme il calore della famiglia e la passione letteraria. Gli è bastato raccoglierle e la suggestione è scattata.
Sulla cultura materiale e sulla creazione utilitaristica, però, può nascere un primo livello estetico, con la decorazione. Chiaramente, l’ornamento o l’eleganza dello stile, proprio perché vengono intese come completamento, arricchimento della primaria finalità dell’utile, non sono ancora un discorso artistico autonomo.
Con esse l’autore è, in qualche modo, in secondo piano, poiché egli trasmette e non crea. I parametri di valutazione sono la correttezza esecutiva e non la capacità di intraprendere percorsi nuovi, o di avere una visione nuova del mondo e dell’arte. La bravura può essere di diversi livelli qualitativi, può perfino arrivare a livelli altissimi; ma, vi permane una mentalità ancillare, che l’arte vera riesce a superare.
Cultura materiale, elaborazione concettuale, cultura decorativa e creazione utilitaristica hanno, comunque, un notevolissimo interesse per testimoniare la visione del mondo ed il modo di concepire la vita della loro epoca (e, quindi, allo storico interessano). Il patto, però, resta quello di vederle come espressione del gusto e non della genialità.
Se il contributo del singolo vi si legge, al massimo si tratta di un atteggiamento, non di un concetto del mondo (cosa che implica un pensiero ab imis sulla vita). Vedasi, per capirlo la sintesi realizzata da Salvo, dove sulla ruota di una macchina spunta un meccanismo d’orologio, come a dire lo spazio ed il tempo resi eleganti dalle linee degli stilisti.
L’opera d’arte, invece, nasce e si sviluppa per intenzioni puramente estetiche, al fine cioè di proporre la realizzazione di una bellezza (o, se volete, di un modo personale di concepire la bellezza). Non ha scopo di utilità e non ha scopo di bontà nel senso volgare delle due parole. Un creatore è la forza preponderante che la fa nascere (e quando ciò avviene, accade semplicemente che cambia il mondo; o che, almeno, cambiano i gusti).
Salvatore Paolo Garufi, Ragionamenti sul punto di vista
Il che dimostra che allo storico deve interessare anche l’arte; anzi, in certe occasioni, soprattutto l’arte. Aggiungo pure che, su tali presupposti, avremo due livelli nella valutazione delle opere d’arte: 1) Quello che accompagna e potenzia il sentire comune; 2) quello che rivoluziona la mentalità. Il successo immediato appartiene al primo livello, l’immortalità al secondo.
Tutto ciò, ovviamente, vale anche per l’arte dello spettacolo, sulla quale mi pare inutile articolare un discorso che risulterebbe troppo parallelo a quello appena fatto. Dirò semplicemente che la differenzio in: Rituali, dove si esprime l’intento di avere dei vantaggi (in questo o nell’altro mondo); intrattenimenti, pensati per meri fini di evasione in un mondo artificiale e meraviglioso; rappresentazioni, cioè le vere e proprie espressioni di nuova conoscenza.

VIII

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A patto di tener conto dei limiti detti sopra, potremmo a questo punto tentare una costruzione del mondo sui reperti della contemporaneità, dei quali, almeno in Sicilia, almeno dalle parti della Piana di Catania. I tentativi di Salvo, in fondo, ne furono esempi non ultimi.
A tal proposito, un articolato saggio di Pierfranco Bruni, a commento delle idee di Octavio Paz intorno ai concetti di modernità, contemporaneità ed attualità, se non altro, mi ha confortato sugli interessanti sviluppi che avrebbe un pensiero non omologato. Nel 1989 il comunismo è morto, ma è rimasto vivo il suo punto di contatto con la civiltà del grande capitale: il pensiero unico. Chi resta fuori si piglia la libertà della provocazione, che qualche volta diverte, come nelle fotografie in cui Salvo mette insieme l’immagine sacrale dell’infanzia con bottiglie di vino o componenti sanitari.
Ma, si deve tornare ad una ragionata ed alternativa spiegazione della storia. Attenti: spiegazione del “già avvenuto”, poiché è dietro i pretesi percorsi logici del futuro che si annida la truffa dell’ideologia. Senza peraltro rinunciare, come vuole Bruni, al valore dell’utopia.
“La grande contraddizione” egli ha scritto, “è che si sono mischiate, senza alcuna spiegazione o giustificazione, le ideologie con le utopie. E non ci si sarebbe dovuti ridurre a tanto. Perché c’è una differenziazione di fondo, in quanto le ideologie finiscono e si bruciano appunto nella modernità, mentre sono le utopie che danno futuro ai significati della modernità”(in “Il Secolo d’Italia” del 25/2/1999).
L’età delle ideologie, che altri chiamano età contemporanea, cominciò con la rivoluzione francese. Quindi, nel 1789 nacque e nel 1989 è morta (il comunismo è stato la sua febbre senile). Ciò perché nel rogo del palazzo presidenziale di Ceausescu svaniva l’ottimismo storico, cioè la premessa stessa d’ogni idea di rivoluzione. Con esso sono andati via pure i concetti di progressismo e di conservatorismo e gli immaginari collettivi che per due secoli hanno mosso i popoli. Di colpo, s’è resa chiara la crudele inanità dei bagni di sangue a cui portano le ideologie totalizzanti. Nazismo e comunismo, in materia, furono facce della stessa medaglia.
E’ troppo presto per disegnare il volto del futuro, anche se ormai ci siamo dentro. E’ una situazione strana, la nostra: le idee che pensavamo contemporanee non ci appartengono più e non abbiamo ancora le idee che avremo. Finito il pensare contemporaneo e non ancora nato quello nuovo, viviamo nell’interregno (speriamo breve) dell’attuale.
Qualcuno ha già tentato di definirlo. Francois-Henri De Virieu ha scritto che, dopo la rivoluzione informatica e con lo strapotere dei mass-media, c’è stato l’affermarsi della mediacratie: il potere passa sempre più da chi detiene i capitali a chi controlla l’informazione.
In ogni caso, è una situazione diversa. Abbisognano, quindi, nuovi strumenti di comprensione politica. Liberismo o socialismo di per sé risultano termini fuorvianti. Oggi la partita si gioca sulle libertà individuali e sulla tutela dei non omologati al sistema economico, o al sistema politico.
Salvatore Paolo Garufi, Ragionamenti sul punto di vista
Spesso (quasi sempre, forse sempre) l’arte contemporanea ha avuto velleità rivoluzionarie, più o meno chiare, ecco perché possiamo dire ch’è durata esattamente due secoli. Possiamo dire, ancora, che soltanto adesso se ne può tentare uno studio definitivo. Sui periodi storici, come sugli uomini, il giudizio si dà dopo la perfezione della morte.
Non bisogna confondere, però, la rivoluzione con la rivolta, o con la mera ribellione (cose che ci sono state e ci saranno sempre). La rivoluzione testé morta affermava la preminenza del progetto sugli uomini. Quando ci sono stati ostacoli ha usato il Terrore (o i gulag, o i lager). La rivoluzione, per mentalità, se non usa la forza fisica, fa terrorismo con le parole, punta al pensiero automatico. Con le parole, inoltre, concilia l’inconciliabile. Mette insieme la libertà col pensiero unico, le idee di uguaglianza con la gerarchia più rigida. Infatti, nelle ultime accensioni rivoluzionarie, il Sessantotto ed il Settantasette, la parola individualista era pressocché un insulto.
Se, storicamente, il comunismo ha rappresentato la parte schizzofrenica del mito rivoluzionario, il capitalismo ne ha rappresentato la più coerente incarnazione. Ci ha dato la macchina a vapore, il balzo tecnologico, la bomba atomica, lo sbarco sulla Luna e, soprattutto, i continui ribaltamenti della moda. La borghesia vive di pane e rivoluzione, infatti. Per aumentare produzione e mercato, c’è una perenne ricerca del nuovo, soprattutto nel campo della tecnologia. La rivoluzionaria borghesia, come giustamente sostenne Marx, per la sua logica intrinseca, aveva in sé stessa i germi di tutte le rivoluzioni contemporanee.
Quanto detto potrebbe essere un’ipotesi per definire la problematica prevalente dell’età contemporanea. E’ vero che la storia non ama gli eccessi di sintesi, ma è anche vero che i percorsi dell’arte e della letteratura nascono dalle tante risposte ad una problematica comune. Senza con ciò, naturalmente, propugnare una posizione critica che vede l’arte come rispecchiamento della realtà, secondo la definizione di Gyorgy Lukàcs. A fare grande l’arte, infatti, è la forte personalità dell’autore (addirittura imperialistica riguardo ai punti di vista e perciò destinata a diventare pensiero comune).
La rivoluzione, quindi, non può essere la spiegazione esaustiva della produzione letteraria degli ultimi due secoli. E’ soltanto un dato di partenza. Le opere davvero importanti, poi, si sono sviluppate lungo percorsi inaspettati. Comunque, già il sapere da dove partire è sempre meglio di un pugno nell’occhio.
Sempre a patto che, senza dir altro, Salvo non mostri la frase che ha messo a suggello di un suo capolavoro di fotografia:
“Ma non dovevi dirmi che la pazienza ha, come tutte le cose, un limite.”

Salvo Garufi

Informazioni su lacasadelsognoantico

Curriculum vitae di Salvo Garufi Nato a Militello in Val di Catania (CT) Il 19 novembre 1951 Residente a Militello in Val di Catania In via Filippo Basile, 5 Titoli di studio Laurea in Lettere, conseguita il 30 marzo 1978 presso l’Università di Catania, con la votazione di 106/110; abilitazione all’insegnamento di stenografia (per corso abilitante); abilitazione all’insegnamento di Materie letterarie nelle scuole medie superiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Italiano, storia, geografia ed educazione civica nelle scuole medie inferiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte (per concorso); abilitazione all’insegnamenti di Filosofia e storia (per corso abilitante). Titoli culturali ed incarichi politici Nel corso della sua carriera nelle scuole statali ha finito per insegnare in tutte le classi di concorso nelle quali è abilitato. Attualmente è docente di Filosofia e storia presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Scordia (CT); è stato finalista per la narrativa nell’edizione 1990 del “Premio Italo Calvino”, organizzato dalla rivista “L’indice” di Torino, presidente della giuria Vincenzo Consolo: ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo dell’Azienda Provinciale Turismo di Catania dal 1994 al 1996; ha insegnato Storia dell’arte in corsi post-diploma finanziati dalla Comunità europea e Storia della moda in corsi di aggiornamento organizzati dall’Istituto professionale femminile di Stato “Isabella Morra” di Matera; è stato consulente teatrale di “Catania Musica Estate 1995” e della “Settimana del barocco a Militello” in tutte le sue edizioni, cioè dal 1994 al 2002; è stato esperto per la cultura del Presidente della Provincia Regionale di Catania dal 1996 al 1998; è stato assessore ai BB. CC. di Militello in Val di Catania dal 2003 al 2008, potendo coorganizzare con fondi ministeriali tre edizioni del “Festival del Val di Noto”; inoltre, collaborato dalla facoltà di fisica dell’Università di Catania, ha ideato ed organizzato il “Premio Ettore Majorana”; ha fondato il Museo Civico “Sebastiano Guzzone” di Militello in Val di Catania e ne è stato il primo direttore. Pubblicazioni SAGGISTICA DI STORIA, DI LETTERATURA E D’ARTE Interventi vari in cataloghi editi dalla Galleria d’arte “La scogliera” di Vico Equense (NA) sui pittori: Vincenzo Laricchia (1079), Enzo Campanino (1980), Emanuele Modica (1981), Roberto Severino (1981), Raffaele Amato (1982). E nel catalogo su Angela Vinaccia (1983), edito dalla Galleria G 59 di Napoli; L’omicidio di Francesco Laganà Campisi (in collaborazione con G. Cavalli), Società Storica Militellese, Militello 1981; Mariano Izzo, in Luigi Paolo Finizio, Il segno espanso di Mariano Izzo, Napoli, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1983; La Madonna nella figurazione artistica a Militello, Militello, Edizioni del Santuario, 1985; Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella, Militello, Edizioni del Santuario, 1986; Sommario della storia di Santa Maria della Stella, in Paolino Stella, Santa Maria nella Chiesa di Caltagirone, Caltagirone, Cassa San Giacomo, 1987; Giuseppe Tuccio, Militello, Comune, 1987; Salvatore Agati, in Cabala e pietre nere (a cura di Nicolò Mineo), Catania, Prova d’autore, 1990; Opere edite di Giuseppe Majorana (in collaborazione con M. Marino), Militello, Comune, 1991; Melo Minnella. Catania, Provincia Regionale di Catania, 1995; Geografia poetica di Salvo Basso, in La figura e le opere poetiche di Salvo Basso (atti del convegno), Catania, Prova d’autore, 2002; Voci per Militello dalla A alla Z (a cura di Nello Musumeci), Catania, Edizioni della Provincia Regionale di Catania, 2003; Osservazioni sul punto di vista, in O scuru – fotografie di Salvo Basso, Catania, Prova d’autore, 2003; Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, storia dell’arte a Militello, Caltagirone, Il Minotauro, 2005; Guida al sistema museale “Sebastiano Guzzone” di Militello (con contributi di altri), Caltagirone, Il Minotauro, 2006; Guida turistica ai quindici comuni del Calatino Sud Simeto (in collaborazione con Domenico Amoroso e Massimo Papa), Caltagirone. Agenzia di Sviluppo Integrato, 2008. NARRATIVA Interventi nelle seguenti antologie: Le voci fra gli sterpi, edizioni 1989 e 1990, Scordia, Edizioni Nadir; Frastorni, Scordia, Edizioni Nadir, 1991; Arrivederci a Sortino, edizioni 1997, 1998 e 1999, Catania, Prova d’autore; Distacchi dentro fuori, Milo, Laboratorio d’arte contemporanea “Village”, 1997; Attioni spectaculose, racconti, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2007; Na mezzanotti antica, traduzione in ottonari siciliani di The Raven di Edgar Allan Poe, Mascalucia (CT), 2007; Evangelio borghese, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008; La Firenze degli Iblei, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008. COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE “Il Secolo d’Italia” di Roma, “La Riviera” di Napoli, “Peninsula” di Vico Equense, “Catania sera” di Catania, “Prospettive” di Catania, “Militello Notizie” organo del Comune, “La provincia di Catania” organo della provincia regionale. Teatro e spettacoli L’orgoglio delle pietre, video, regia di Franco Di Blasi, Azienda Provinciale Turismo di Catania, 1994; La dama della memoria, spettacolo teatrale, regia di Davide Sbrognò, Militello, Atrio del Castello, 1995; Corteo del principe e Partita di scacchi viventi, spettacoli di piazza, registi vari, Militello, tutte le edizioni de “La Settimana del Barocco” e Noto, “Festival barocco”, 2006; La reina di Scotia, riduzione da Federico Della Valle, regia di Elio Gimbo, Militello, Atrio del Castello, 1995; Zizza, adattamento da Pietro Carrera, regia di Gianni Scuto, Militello, Atrio del Castello, 1995; Gli occhi di Tyrone Power, dramma, regia di Elio Gimbo, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1996; Bar New York, commedia, regia di Piero Ristagno, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Nuovo, 1996; La festa del grano, spettacolo di piazza, Raddusa, 1996; Scene di un Natale barocco, spettacolo di piazza, regia di Gioacchino Palumbo, Comiso, Scicli, Modica, Ragusa, 1996/1997; Una storia per Guareschi, commedia, regia di Franco Calogero, Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1997; Conversazione del principe, commedia, regia di Fernando Balestra (ed altri nelle numerose repliche), Militello, Atrio del Castello, 2000; Una canzone per donna Aldonza, tragedia, regia di Antonio Caruso, Militello, Piazza Municipio, 2001; Scene di un Natale barocco, tragedia, regia di Emanuele Puglia, Militello, Piazza Municipio, 2002; Le voci fra gli sterpi, concerto di poesia, regia di Gianni Salvo, Militello, Atrio benedettino, 2004; Na mezzanotti antica, omaggio a Edgar Allan Poe, lettura di Gianni Salvo, Militello, Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, 2007.

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