Storia di Sicilia come storia della sua gente comune

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due bellisimi occhi... occhi di Sicilia

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Gli occhi di Barbara sono la Sicilia.
Gli occhi di Barbara sono la Sicilia.

Gli occhi di Barbara Tanteri, la storia di Sicilia come storia delle sue famiglie.
di Salvo Garufi

Il 20 ottobre 2002 moriva a Militello nel Val di Catania Barbara Clotilde Lucia Sebastiana Tanteri, mia madre, nata a Raddusa nel marzo del 1912. Intorno agli anni Trenta aveva sposato Giovanni Garufi, mio padre, nato nel 1910 a Ponte Boria -frazione di Calatabiano, ma più vicina a Fiumefreddo di Sicilia -.

La famiglia di mio padre era piuttosto povera. Pare che mio nonno, Salvatore Garufi, che oggi riposa nell’ossario comune del cimitero di Taormina, nato nel 1860, avesse un debole per la bottiglia ed era un socialistoide anarchico, pronto ai blocchi stradali e a dar la parola alle mani ed ai coltelli.
Quando da lui e da Michela Grasso, mia nonna, venne al mondo mio padre, i testimoni al comune di Calatabiano furono uno spazzino e un nullafacente, ambedue analfabeti. Carrettiere di mestiere, intorno al 1922, ubriaco come una scimmia, cadde da un ponte e morì. In quel periodo, mi dicono, era il barocciaio del barone Corvaja di Taormina. Così, mio padre, appena dodicenne, dovette andare a raccogliere limoni per conto terzi, questo per contribuire al mantenimento della famiglia – oltre alla madre, la sorella Concetta ed il fratello Filippo -.
l’episodio più interessante di questo periodo fu quando durante il carnevale di un anno mai precisato, per non dare alla gente la soddisfazione di sapere della miseria nera che girava in casa, mia nonna mise in pentola delle ossa di maiale, in modo che dalla strada si avvertisse il profumo di una tavola ben imbandita.
Ben diversa, invece, la famiglia di mia madre. In origine i Tanteri abitavano nell’ennese, forse a Caropepe, ma poi si sparsero tra Castel di Judica e Raddusa, allora frazioni del comune di Ramacca. Il ramo di Castel di Judica aprì una storica farmacia, mentre quello di Raddusa era proprietario di miniere di zolfo, imparentato con tutti i ricchi della zona – c’era, persino una baronessa tra le zie di mia madre -.
Purtroppo, la pecora nera di una famiglia tanto potente fu proprio mio nonno Eugenio, soprannominato U fimminaru dal popolo e Roccambole dai raffinati fratelli. Abilissimo suonatore di mandolino e corteggiatore incallito delle mogli altrui, dopo pochi mesi dalla sua entrata scappò dal Real Collegio Capizzi di Bronte – sacra istituzione dove studiarono politici e scrittori del calibro di Vincenzo Natale e Luigi Capuana… e, più recentemente Marcello Dell’Utri ed io -.
Ad appena sedici anni, mio nonno Eugenio conobbe la quindicenne Erminia Flabb, mia nonna, figlia di un appaltatore di Mezzolombardo (provincia di Trento, allora Austria), venuto, pare, per realizzare la strada Catania-Raddusa. Scoccò l’amore ed una sera Eugenio, vestito da donna, fece la fuitina con la sua bella.
I disperati ed altezzosi fratelli – chi professore universitario, chi ispettore scolastico, chi benestante imparentato con i nobili Longo di Acireale – riuscirono a sistemarlo come segretario comunale a Raddusa. Ma, Eugenio continuò impetterrito a far la bella vita.
Fu molto amico di Giuseppe De Felice Giuffrida, leader dei Fasci siciliani e poi straordinario sindaco di Catania. Mia madre mi raccontò che una volta egli, ospite a casa loro, fece vedere il suo bastone da passeggio, dentro il quale nascondeva un’affilatissima spada. Ma, ovviamente, la sua principale passione restarono le donne. Si favoleggia ancora del fatto che ebbe come temporanea amante la mitica Zazà Gabor – in quell’occasione, naturalmente, si mangiò tutta l’eredità della moglie – e in Trentino – dove mia madre fece le scuole elementari – fu sorpreso a letto con due maestre. Con tutto questo, mia nonna Erminia restò innamoratissima di suo marito e lo difese sempre a spada tratta. Evidentemente, pensava che, per come suonava il mandolino e per come non faceva annoiare, valesse la pena di sopportare le corna. E dire che era una austriacante convinta, tanto da insegnare a mia madre bambina la filastrocca: “Bianco, rosso e verde… il colore delle tre merde.”
Oltre a mia madre – che fu la prima, la figlia dell’amore – da Eugenio ed Erminia nacquero Maria (ancora vivente), Domenico e Rosetta (ancora vivente).
Domenico – per tutti Mimmo – ereditò dal padre il debole per le donne e il gusto anarchico. Dopo tante e tante non ortodosse amicizie per le mogli degli altri, mise incinta Nina, la futura moglie. Dovette intervenire la mafia dell’ennese per convincerlo a fare il matrimonio riparatore. Peccato, però, che subito dopo scomparve da casa, inseguendo i suoi sogni e le gonne.
Lo ritroviamo in Russia, nel bel mezzo della Seconda Guerra mondiale. Lì, tanto per cambiare, venne salvato dal gelo e dai soldati di Stalin da una certa Lucia – una russa più anziana di lui, ma ancora sensibile al fascino dei suoi magnifici occhi grigi -. Tornato in Italia, fu partigiano ad Alba con lo scrittore Beppe Fenoglio, sfuggendo alla fucilazione con un tuffo e una perigliosa nuotata nel fiume Tanaro. Ebbe però, la fierezza di deporre, salvandogli la vita, a favore del comandante delle truppe tedesche, perché questi, pur facendo il suo dovere di soldato, quando il prigioniero era mio zio, aveva avuto parole di comprensione per gli italiani.
Sul suo fazzoletto di partigiano Mimmo Tanteri aveva fatto incidere il motto “Basta con le donne!”, impegno assolutamente non mantenuto, per cui dopo qualche tempo uscì un libricino con quel titolo, firmato Libero Maior (Beppe Fenoglio?), dove, accanto alla stima per l’uomo, c’era addirittura un peana per la nomea di vitalità sessuale dei meridionali.
Come c’era da aspettarsi, dato il suo carattere, mio zio non volle mai trarre alcun vantaggio dal suo passato di partigiano (a differenza di troppi dei suoi compagni). Mise su una sartoria a Torino e, fra amanti e lavoranti, riuscì a realizzare cose di buona fattura – anche Vittorio De Sica acquistò da lui -. Una sera dei primi Anni Settanta, nel Belvedere di Santa Maria di Licodia – ambedue ospiti di mia zia Marieta, ostetrica condotta lì – mi disse dei partigiani:
“Non eravamo per nulla degli eroi. Volevamo soltanto che quella guerra finisse!”
Credo che in quella frase ci fosse il succo di tutta la storia. Almeno per la gente comune.
Sul fronte opposto c’erano mio padre e mio zio Filippo. Partiti per la guerra in Etiopia negli Anni Trenta, erano rimasti in Africa. Dopo aver abitato ad Addis Abeba, si erano trasferiti al Sud, ad Harar, quasi ai confini con la Somalia. Avevano, quindi, aperto una trattoria, che con fantasia molto contadina avevano chiamato “Trattoria Italia” ed in qualche modo si erano sistemati. Mio padre aveva persino adottato un bambino del posto, Zaccaria – chi lo sa, forse un mio fratello maggiore – e, oltre alla trattoria, curava una piccola piantagione di caffè e di banane. Le scimmie erano i soli esseri viventi da cui doveva difendersi per proteggere il suo lavoro.
Arrivarono gli inglesi e scoprirono che nel suo locale lavoravano come inservienti ufficiali dell’esercito italiano. Gli fu requisito tutto e finì in Sud Africa, in uno dei loro “Kriminal camp”.
Furono anni di esaltazione eroica che fanno molto onore alla memoria di mio padre. Mio zio Filippo, addirittura, vi trovò la morte – dissero in un tentativo di fuga… fatto sta che c’erano dei cannibali fra i soldati africani al seguito degli inglesi e si mormorò che in quella occasione furono mangiati un bianco e diversi neri -.
Tornato in Italia, perciò, mio padre continuò a proclamarsi fascista e fondò con pochi amici la sezione di Militello del Movimento Sociale Italiano. Aprì, inoltre, una salumeria e, mentre i suoi colleghi si arricchivano, egli riuscì a fallire, troppo occupato a leggere il giornale ed a dibattere le sue idee.
A questo punto, resta mia madre. Ella conobbe mio padre, quando questi, diventato autista di autobus, faceva la linea Catania-Raddusa. Anche per loro la faccenda si risolse con la fuitina e la prima volta che fecero all’amore fu salendo il piccolo accidentato viottolo che saliva a Taormina. Egli era molto innamorato – tanto che nei primi tempi arrivò a nove rapporti sessuali in un giorno, come mi disse lei, arrossendo -. Per un po’ vissero a Ponte Boria, poi mio padre partì per l’Africa e finì per non farsi più sentire. Qui comincia la sua grandezza.
Mia madre – la donna più bella di Raddusa, per universale riconoscimento, quasi predestinata a diventare una vanesia – non accettò di fare la Penelope.
Si mise a studiare da ostetrica, coinvolgendo anche la sorella Maria ed ambedue ce la fecero. Esercitò, quindi, la sua professione a Raddusa – dove la fame era diffusa e le campagne pullulavano di briganti -. Andò, poi, a Irsina (in Basilicata) ed infine, sul finire degli Anni Quaranta, arrivò a Militello. Si può dire che un bel po’ di generazioni locali siano uscite dalle sue mani.
Il suo più grande orgoglio, però, restò quello di aver garantito a me e a mia sorella Michela la possibilità di arrivare alla laurea.
Aveva due bellissimi occhi verdi, mia madre, che sapevano diventare duri e determinati o ironici e scettici.
“Puoi sognare” mi disse una volta. “Basta che tu sogni cose non inutili. Se è per farti la casa, non aver paura dei debiti… Il modo per pagare lo troverai.”
Infatti, quando lei comprò una casa a Catania, fece un mutuo. Dopo affittò la casa e coi soldi dell’affitto pagò le rate del mutuo.
“Il segreto sta nell’usare ciò che hai” mi disse alla fine.
Potevo avere una maestra migliore? Il “miracolo economico” italiano del dopoguerra, in fondo, era tutto lì.
Perciò, quando venne a mancare, a novantanni, chiuso nel mio studio, lontano da tutti, l’unica cosa che seppi fare non fu piangere, ma renderla universale.
Con una poesia:

Stanotti u luttu tuppulìa nta porta
da ma casa, cu n’assummurusa
chiamata senza vuci, comu s’usa
diri de spìriti! Tantu scunforta,
ca su m’affacciu, dintra u scuru, storta,
vidu ballari n’ùmmira curiusa.
Vidu ca balla e aspetta pacinziusa,
e para sempri a stissa e sempri assorta
ne sa pinseri. Perciò, a notti scura,
u silenziu di ghiacciu, i rami senza
fogghi ca u ventu annaca dintra l’ortu,
fannu nimicu u sensu da natura.
E, mentri balla e balla sta prisenza,
iu già mi sentu unu scurdatu e mortu!

Chi putissa diri cchiù di chistu,
Ora ca divintasti antica?
Chi pozzu diri stavota,
mamma?
Iu chiànciu paccamora,
ma – chiamala ca vena –
poi tocca a mia a vìdiri
u vacanti ca trasa dintra a testa.
Oggi, di corpu agghiòrna
nu suli friddu e nìuru.
Mamma,
nun ci rìdiri tantu pi sti cosi!
Purtroppu, a vita è na passiata
di scantu e malu tempu!

Avimmaria,
ogni jornu, pinsannuti; pi dìrisi
ca forsi un sensu c’è nta stu campari,
pi tinìrimi stritti i ma radici,
pi riurdàriti sempri
e dàriti un futuru,
pi truvari na stampa
d’eternu e cummincìrimi
ca, su mora a pirsuna, campa l’àrma
e nun c’è scuru veru nto muriri.

Chi ti putissa diri,
liggennumi i ma libra?
Ca n’ammazzunu iddi,
a vita, i jorna!
Spunta di sira e – a tradimentu! –
u specchiu ti ritorna
troppu stiddi
vicinu l’occhi e borsi
di sutta.
U tempu scriva, scriva e nun s’ammuccia
chiù cu tia! E ti sta ncutta,
u tempu!
Ci cridissa cu ancora vola crìdiri
ca, dopu u dannu
do muriri, ci fussa nu dda banna di vidìri!

Avimmaria,
pinsannu a tia, papà,
‘ssittatu o Castidduzzu, dispiratu
pi l’urtima jilata ni l’aranci,
o pirchì hanu pigghiatu a focu ‘alivi,
o, chiù spissu, pirchì eri acchiffaratu
cu a pulitica, senza giusti agganci
pi fàriti scutari, senza l’Africa
unna ristau to frati mortu,
a megghiu gioventù e
na bannera ca suttaterra aspetta
e cchiù nun spera. Quannu perda è tintu
cu quannu vìncia è bonu.

Ma, forsi nun c’è mancu
un pirchì
pi capiri pirchì si dispiratu!
Quannu muristi – era jinnaru –
scinnìu ballannu a nivi
e si pusàu leggera
supra l’aspittativi
da nova primavera.
Nmezzu l’erba, luntanu,
murìu n’aceddu nicu,
cantannu chianu chianu
sutt’u cielu nimicu.
Nun ci fa casu, a nivi:
unna na vota c’era
Militeddu, l’alivi,
l’aranci e dda chimera
chiamata vita, a janca
e fridda malasorti
fìcia na cutri stanca!
Nu mbriacu a passi storti
dumanna, canta e bivi
mentri, senza primura,
ballannu scinna a nivi
supra sti quattru mura…

Perciò, a tia,
chi ti putissa diri, mamma?
Quann’eri Tanteri Barbara,
ostetrica condotta a Militello,
occhi virdi, capiddi biondi e pronta
parola, senza femminismu e senza
retorica, cuntaviti i ta studi
pi campari pe fatti to, facennu
pi mistèri ca, si chiamava a vita,
nun c’era notti o jornu e
mancu ragiunamentu.

U parturìri, nveci, è ragiunari,
comu murìri, o zoccu vola Diu.
Su’ ralogi, su’ roti ca camìnunu
sempri, i pianeti, cu cumanna, i nàsciti!
A capirlu c’è troppa
troppa fatica!
M’assimigghia o tic tac,
u passari di notti e jorna:
currunu, ognunu o stissu
all’àutru, e si sdirrubbunu nto nenti;
curra sciacquannu l’acqua sutta i ponti;
curra a malincunìa
di na màcchia ca mora contru u vientu
di tramuntana.
A capirlu c’è troppu,
troppu duluri!

Avimmaria,
pi quannu moru e quannu a ma cuscenza
diventa muru chiusu e senza porta
pi putiri parrari co Signuri,
pi quannu vaiu pirdennumi scantatu,
pi quannu vena u dubbiu e perdu u sciatu.

Salvo Garufi

Informazioni su lacasadelsognoantico

Curriculum vitae di Salvo Garufi Nato a Militello in Val di Catania (CT) Il 19 novembre 1951 Residente a Militello in Val di Catania In via Filippo Basile, 5 Titoli di studio Laurea in Lettere, conseguita il 30 marzo 1978 presso l’Università di Catania, con la votazione di 106/110; abilitazione all’insegnamento di stenografia (per corso abilitante); abilitazione all’insegnamento di Materie letterarie nelle scuole medie superiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Italiano, storia, geografia ed educazione civica nelle scuole medie inferiori (per concorso); abilitazione all’insegnamento di Storia dell’arte (per concorso); abilitazione all’insegnamenti di Filosofia e storia (per corso abilitante). Titoli culturali ed incarichi politici Nel corso della sua carriera nelle scuole statali ha finito per insegnare in tutte le classi di concorso nelle quali è abilitato. Attualmente è docente di Filosofia e storia presso il Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Scordia (CT); è stato finalista per la narrativa nell’edizione 1990 del “Premio Italo Calvino”, organizzato dalla rivista “L’indice” di Torino, presidente della giuria Vincenzo Consolo: ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo dell’Azienda Provinciale Turismo di Catania dal 1994 al 1996; ha insegnato Storia dell’arte in corsi post-diploma finanziati dalla Comunità europea e Storia della moda in corsi di aggiornamento organizzati dall’Istituto professionale femminile di Stato “Isabella Morra” di Matera; è stato consulente teatrale di “Catania Musica Estate 1995” e della “Settimana del barocco a Militello” in tutte le sue edizioni, cioè dal 1994 al 2002; è stato esperto per la cultura del Presidente della Provincia Regionale di Catania dal 1996 al 1998; è stato assessore ai BB. CC. di Militello in Val di Catania dal 2003 al 2008, potendo coorganizzare con fondi ministeriali tre edizioni del “Festival del Val di Noto”; inoltre, collaborato dalla facoltà di fisica dell’Università di Catania, ha ideato ed organizzato il “Premio Ettore Majorana”; ha fondato il Museo Civico “Sebastiano Guzzone” di Militello in Val di Catania e ne è stato il primo direttore. Pubblicazioni SAGGISTICA DI STORIA, DI LETTERATURA E D’ARTE Interventi vari in cataloghi editi dalla Galleria d’arte “La scogliera” di Vico Equense (NA) sui pittori: Vincenzo Laricchia (1079), Enzo Campanino (1980), Emanuele Modica (1981), Roberto Severino (1981), Raffaele Amato (1982). E nel catalogo su Angela Vinaccia (1983), edito dalla Galleria G 59 di Napoli; L’omicidio di Francesco Laganà Campisi (in collaborazione con G. Cavalli), Società Storica Militellese, Militello 1981; Mariano Izzo, in Luigi Paolo Finizio, Il segno espanso di Mariano Izzo, Napoli, Istituto Grafico Editoriale Italiano, 1983; La Madonna nella figurazione artistica a Militello, Militello, Edizioni del Santuario, 1985; Itinerari pittorici in Santa Maria della Stella, Militello, Edizioni del Santuario, 1986; Sommario della storia di Santa Maria della Stella, in Paolino Stella, Santa Maria nella Chiesa di Caltagirone, Caltagirone, Cassa San Giacomo, 1987; Giuseppe Tuccio, Militello, Comune, 1987; Salvatore Agati, in Cabala e pietre nere (a cura di Nicolò Mineo), Catania, Prova d’autore, 1990; Opere edite di Giuseppe Majorana (in collaborazione con M. Marino), Militello, Comune, 1991; Melo Minnella. Catania, Provincia Regionale di Catania, 1995; Geografia poetica di Salvo Basso, in La figura e le opere poetiche di Salvo Basso (atti del convegno), Catania, Prova d’autore, 2002; Voci per Militello dalla A alla Z (a cura di Nello Musumeci), Catania, Edizioni della Provincia Regionale di Catania, 2003; Osservazioni sul punto di vista, in O scuru – fotografie di Salvo Basso, Catania, Prova d’autore, 2003; Dalla Natività di Andrea Della Robbia ai contadini di Santo Marino, storia dell’arte a Militello, Caltagirone, Il Minotauro, 2005; Guida al sistema museale “Sebastiano Guzzone” di Militello (con contributi di altri), Caltagirone, Il Minotauro, 2006; Guida turistica ai quindici comuni del Calatino Sud Simeto (in collaborazione con Domenico Amoroso e Massimo Papa), Caltagirone. Agenzia di Sviluppo Integrato, 2008. NARRATIVA Interventi nelle seguenti antologie: Le voci fra gli sterpi, edizioni 1989 e 1990, Scordia, Edizioni Nadir; Frastorni, Scordia, Edizioni Nadir, 1991; Arrivederci a Sortino, edizioni 1997, 1998 e 1999, Catania, Prova d’autore; Distacchi dentro fuori, Milo, Laboratorio d’arte contemporanea “Village”, 1997; Attioni spectaculose, racconti, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2007; Na mezzanotti antica, traduzione in ottonari siciliani di The Raven di Edgar Allan Poe, Mascalucia (CT), 2007; Evangelio borghese, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008; La Firenze degli Iblei, romanzo, Mascalucia (CT), Edizioni Novecento, 2008. COLLABORAZIONI GIORNALISTICHE “Il Secolo d’Italia” di Roma, “La Riviera” di Napoli, “Peninsula” di Vico Equense, “Catania sera” di Catania, “Prospettive” di Catania, “Militello Notizie” organo del Comune, “La provincia di Catania” organo della provincia regionale. Teatro e spettacoli L’orgoglio delle pietre, video, regia di Franco Di Blasi, Azienda Provinciale Turismo di Catania, 1994; La dama della memoria, spettacolo teatrale, regia di Davide Sbrognò, Militello, Atrio del Castello, 1995; Corteo del principe e Partita di scacchi viventi, spettacoli di piazza, registi vari, Militello, tutte le edizioni de “La Settimana del Barocco” e Noto, “Festival barocco”, 2006; La reina di Scotia, riduzione da Federico Della Valle, regia di Elio Gimbo, Militello, Atrio del Castello, 1995; Zizza, adattamento da Pietro Carrera, regia di Gianni Scuto, Militello, Atrio del Castello, 1995; Gli occhi di Tyrone Power, dramma, regia di Elio Gimbo, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1996; Bar New York, commedia, regia di Piero Ristagno, Militello, Teatro Tempio e Catania, Teatro Nuovo, 1996; La festa del grano, spettacolo di piazza, Raddusa, 1996; Scene di un Natale barocco, spettacolo di piazza, regia di Gioacchino Palumbo, Comiso, Scicli, Modica, Ragusa, 1996/1997; Una storia per Guareschi, commedia, regia di Franco Calogero, Catania, Teatro Ridotto-eventi, 1997; Conversazione del principe, commedia, regia di Fernando Balestra (ed altri nelle numerose repliche), Militello, Atrio del Castello, 2000; Una canzone per donna Aldonza, tragedia, regia di Antonio Caruso, Militello, Piazza Municipio, 2001; Scene di un Natale barocco, tragedia, regia di Emanuele Puglia, Militello, Piazza Municipio, 2002; Le voci fra gli sterpi, concerto di poesia, regia di Gianni Salvo, Militello, Atrio benedettino, 2004; Na mezzanotti antica, omaggio a Edgar Allan Poe, lettura di Gianni Salvo, Militello, Chiesa del SS. Sacramento al Circolo, 2007.

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