Evo contemporaneo: il massacro ed il sogno (racconto di Salvo Garufi, dipinti di Santo Marino, musica di Tony Canto)

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DSC_0033Il massacro ed il sogno

racconto di Salvo Garufi
dipinti di Santo Marino
musiche di Tony Canto

A Bronte, nel 1860, venne finalmente il giorno in cui i risentimenti contro i privilegi baronali scoppiarono come un bubbone.

Tutto accadde sotto il caldo agostano, quando nella piazza irruppe una folla senza pietà del prossimo e senza timor di Dio. Era la mattina del due, giovedì, e a quel punto i benestanti pagarono i loro debiti alla società… in un colpo e con tutti gli interessi.

image1I gruppi dei rivoltosi . si muovevano come elefanti impazziti, invincibili e completamente sordi ai richiami del loro padrone, che da qualche anno era il mazziniano avvocato Nicolò Lombardo.

“Costui” testimoniò Benedetto Radice, scrittore coevo e compaesano, “era a capo di quel partito definito comunista, che  nell’impazienza degli oppressi aveva sperato di cogliere la palla al balzo, per recare nelle sue mani il potere.”

Il comunismo, ovvero la spartizione della terra, era un ideale che la vecchia setta dei carbonari aveva posto come ultima, segretissima meta. Ora, per arrivarci, in ogni città ed in ogni villaggio della Sicilia venivano agitati gli argomenti più adatti ad eccitare l’ira popolare.

A Bronte, poi, non mancavano davvero i motivi del malcontento. Pesava su quella comunità di contadini e di pastori il feudo dei Nelson, grande quanto tutto il territorio della frazione di Maniace.

Così, mentre il freddo invernale e le male annate falcidiavano i figli dei poveri, troppa terra restava sterile di cibo; terra, per di più, nella quale era severamente punito persino il furto di una fascina di legna, che tenesse vivo il braciere.

Ora, finalmente, altre istanze bussavano per entrare nei libri di storia.

Infatti, il 22 maggio dell’anno prima, nel bel mezzo della guerra tra i franco-piemontesi e l’Austria, era morto Ferdinando II di Borbone. Purtroppo, suo figlio Francesco II, salito al trono, aveva commesso l’errore di non accettare subito la proposta del Cavour di partecipare al conflitto come terzo alleato. L’avesse fatto, forse, in marino arance e lunaItalia, anziché un Regno, ne sarebbero nati due, uno al Nord ed uno al Sud.

Ma, non lo aveva fatto. Perciò, quando il 25 giugno 1860 si era deciso a proclamare lo Statuto (cioè, la Costituzione) e ad aderire all’offerta piemontese, era ormai troppo tardi. Quella vecchia volpe di Camillo Benso conte di Cavour aveva tergiversato, quanto bastava per permettere a Giuseppe Garibaldi di finire il suo lavoro.

A quel punto, erano già iniziate le trame per un’insurrezione in Sicilia. Il 4 aprile ci fu un’avvisaglia nel convento della Gancia di Palermo e due giorni dopo venne il turno di Messina. Rosolino Pilo riunì le sue bande armate, mentre arrivavano da Genova gli esuli siciliani con a capo Francesco Crispi e con tutto l’armamentario di idee della Società Nazionale e di Giuseppe Mazzini.

Mazzini, appunto. E con lui tutta la galassia di società segrete che fiorirono nell’Ottocento. L’alleanza tra la Francia ed il Piemonte non prevedeva la conquista delle terre meridionali. Era stato, infatti, proprio l’imperatore a convincere il re Borbone a tentare di salvare il regno dall’espansionismo dei Savoia.

“Non bisogna esagerare!” aveva pensato Napoleone III. “Un’Italia divisa in due è forte al punto giusto per dar noia all’Austria, senza essere ingombrante per la Francia.”

E Cavour – già in questo italianissimo – per risposta aveva lasciato fare a Garibaldi.

“Onore a Garibaldi!” perciò aveva esclamato l’avvocato Lombardo in casa di don Nunzio Caputo, fidato carbonaro, nella riunione che aveva preceduto l’insurrezione contadina.

Le notizie sul successo dello sbarco dei Mille avevano elettrizzato gli animi e la setta brontese si era attivata in tutta fretta.

marino case“Egli, però” aveva continuato Lombardo, “pretende che ci siano chiare prove della nostra disposizione all’azione. Troppi patrioti sono morti per aver intrapreso, nell’indifferenza nostra, la liberazione del Sud… Bentivegna, Pisacane, i due Bandiera…”

Aveva, quindi, fatto un cenno con la testa verso un bottiglione di vino, pronto sopra il credenzone.

La stanza era in una profonda penombra, dato che la riunione avveniva alla luce di una sola candela e dei pallidi raggi lunari, che filtravano dalle grate dell’alta finestrella.

Nunzio aveva capito al volo ed aveva portato in tavola sei bicchieri, tanti erano i presenti. Poi, era arrivato il bottiglione.

“Bisogna preparare il terreno” aveva ripreso Lombardo, senza allungare le mani sul vino. “Questo compito in tutta la Sicilia lo sta già svolgendo Crispi. E’ stato mandato qui in avanscoperta.”

Dopo qualche secondo di pensieroso silenzio, si era versato un bicchiere di vino e gli altri avevano fatto altrettanto. Il liquido era scuro, denso e di diciassette gradi. Una bella colata di lava nello stomaco. Tutti avevano bevuto d’un colpo, buttandosi alle spalle ogni incertezza.

“Ora” aveva concluso Lombardo, “in molti villaggi la gente si unisce alle camicie rosse, come mai si era visto. Diciamolo ai nostri villani… Garibaldi vuole abolire le tasse sul sale e sulla pasta e promette di dividere i latifondi e distribuire la terra!”

***

Paura e rabbia accecavano da tempo soprattutto il notaio Ignazio Cannata. Per questo non ce l’aveva fatta, a marino contadinotenersi dentro la bile, quando, un mese e mezzo prima di quel 2 agosto 1860, era stato inalberato il tricolore al balcone del  Casino dei Civili.

Di contro agli applausi ed agli entusiasmi dei paesani, livido e provocatorio, s’era lasciato uscir di bocca:

“Perché non si leva ‘sta pezza lorda?”

Ora, addirittura, Cannata si presentava con una doppietta, netto nel suo rifiuto delle storiche novità che aveva davanti. I larghi baffi, irti sulle gote arrossate dall’ira, fronteggiavano i villani; i quali, sciolti i lacci del timore, cominciavano a ringhiargli intorno, a chiedergli conto e ragione delle sue ricchezze, a rinfacciargli prepotenze e malefatte…

Era troppa, però, la sua abitudine al comando – e troppo insufficiente la sua intelligenza -, per mantenere la prudenza. La duttilità mentale non appartiene a chi ha avuto dalla sorte una condizione di privilegio.

“Sono i tempi di Frajunco, questi” disse al rispettato barone Meli, venuto sopra una sedia, perché sofferente di podagra, con l’incarico di placare gli animi. “Guardatelo, il nuovo caporione di Bronte!”

Il contadino Nunzio Ciraldo, detto Frajunco, era lo scemo del paese e scendeva in piazza con la testa coronata da pezzuole tricolori ed una fèrula come scettro. Già dalla notte, andava in giro, annunciando:

“Attenti, cappelli, che l’ora del giudizio si avvicina!”

Attorno a lui c’era tutto un serpeggiare di movimenti, di risa sguaiate, di minacce; c’era, ancora, un continuo chiamarsi a vicenda, un manifestarsi di rancori vecchi e nuovi, un battere ai portoni serrati…

“Popolo, non mancare all’appello!” urlava Frajunco al popolo, che per risposta gli marciava accanto.

“Volete farci linciare tutti?” sibilò il barone Meli, impressionato dallo spettacolo.

“Me ne porto dietro  qualcuno, all’inferno!” rispose Cannata.

***

L’inferno, però, il notaio non lo vide subito, dato che, un po’ dandogli ragione e un po’ minacciandolo loro per primi, gli altri galantuomini riuscirono a convincerlo a ritirarsi a casa.

marino fantasie notturneLo vide dopo, l’inferno, verso le tre pomeridiane, quando la folla ruppe ogni indugio ed andò a cercarlo dove moglie e figli lo obbligavano a starsene rintanato.

Si cominciò da lui, perché era lui che aveva il vizio di dirlo chiaro ed in faccia al mondo, cosa pensava di Garibaldi.

“Scendi, notaio, che prima delle tue terre ci prendiamo la tua carne di porco!” uno sghignazzò alla porta.

“Affàcciati con la doppietta, cornuto!” inveì un altro. “Che forse non t’è bastato tutto il sangue che ti sei succhiato!”

Cominciarono a tirare pietre alle finestre ed il frantumarsi dei vetri fu il sinistro avvio dell’Apocalisse. Mani che impugnavano falci, zappe, asce e martelli si levarono e presero a picchiare sui muri e sulla porta.

Di minuto in minuto, la folla s’ingrossava e le intenzioni si facevano più truci. Una fervida impazienza di far male s’impadronì degli assedianti e ne centuplicò le forze. Fu portato un tronco d’albero da una vicina falegnameria e si buttò giù il portone.

Il notaio fu trovato nella stalla, non più tanto sicuro dei fatti suoi. Stava accovacciato in uno sportone di letame, col corpo che la paura aveva reso una tremolante massa gelatinosa.

“Sta in mezzo alla merda!” esclamò chi lo trovò.

marino fiori e sole“Ora laveremo la pezza lorda di Garibaldi nel tuo sangue di ladro!” latrò rauco un altro, brandendogli un’ascia davanti agli occhi dilatati per il terrore.

Allora, gli strapparono i vestiti e lo legarono per i piedi. Uno, con un secco colpo di roncone, lo evirò.

“Tanto dove vai non ti serve” sentenziò sarcastico, mostrando il pene staccato.

Poi, lo strascinarono sanguinante per le scoscese vie di Bronte, punzecchiandolo coi coltelli, affondando nella carne viva e dolorante calci e bastonate.

Ci fu uno, di Maletto, che, dopo avergli vibrato una coltellata nella pancia, portò alla bocca la lama insanguinata.

“Lui s’è succhiato il mio sangue ed io mi lecco il suo!” gridò.

Quindi, un certo Bonina, detto Caino, gli aprì il fianco e gli strappò il fegato. “Sentiamo che sapore ha…” gridò e affondò un morso.

Da quel momento le stragi diventarono come le ciliegie: l’una chiamava l’altra. I cappelli furono tutti cercati, senza sconti, né pietà. Di quelli che trovarono, nessuno venne risparmiato.

Il padre dello scrittore Benedetto Radice, sentendosi chiamare, si affacciò sulla soglia di casa e ingenuamente ebbe fede nella forza della sua coscienza pulita.

“Eccomi” disse. “Se ho fatto mai del male, uccidetemi.”

marino natura mortaVicino a lui, ginocchioni, il figlio del notaio Cannata, aveva soltanto la forza di guaire: “Grazia, vi prego, grazia!”

Gli era accanto la moglie, tutta discinta, che invasata, con l’energia della disperazione, urlava: “Ricordatevi che è padre di due figli!”

Ma, gli insorti non smisero di schiamazzare, chiedendo altro sangue. Partirono i lampi di due schioppettate ed il giovane Cannata stramazzò, mentre il Radice si salvò poiché, svenuto, fu creduto morto.

In tanto scatenarsi di ferocia, apparvero tardivi gli sforzi dell’avvocato Lombardo per placare la belva. A Bronte il sabba della rivoluzione infuriò senza alcun argine per tutta la giornata.

E in quel carnevale furibondo” scrisse con impareggiabile poesia Giovanni Verga, “in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.

***

Non era la rivoluzione sociale, però, ciò che Garibaldi e i suoi volevano. Almeno, non ancora. I contadini, con
marino grovigli e lunaquegli ammazzamenti, non coincidevano mica con gli eroi dell’estetica romantica!

Eppoi, borghesi e massari accettavano sì l’Italia unita, ma senza alcuna intenzione di dare in cambio la pelle.

Ecco perché, quando arrivarono a Bronte le camicie rosse, su ordine del generale Nino Bixio, l’avvocato Lombardo e quelli che erano stati più in vista vennero arrestati, processati e condannati alla fucilazione.

L’esecuzione avvenne nel piazzale dello Scialandro. Lì, un momento prima di ricevere la pallottola fatale, Lombardo, seppur innocente riguardo alle uccisioni, anzi attivamente impegnato nel cercare di evitarle, sentì di pagare un giusto prezzo.

“Chi lotta per cambiare il mondo” gli aveva detto il suo professore di storia, “ha l’obbligo di non perdere il controllo della situazione. Dare speranze per le quali non ci sono le condizioni storiche produce due stragi: quella dei reazionari uccisi dalla rivoluzione e quella dei rivoluzionari uccisi dalla reazione.”

Oggi, possiamo aggiungere che, a proposito delle tasse che s’era promesso di abolire, fatta l’Unità, il ministro Quintino Sella pagò i costi del Risorgimento con la tassa sul macinato, cioè sul pane e sulla pasta.

E, di dare la terra ai contadini, non se ne discusse proprio.

***

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Nato a Messina, chitarrista, cantautore e produttore, si diploma al CPM con Franco Mussida (PFM) e intraprende una brillante carriera caratterizzata da scelte artistiche ben precise. Come  cantautore pubblica tre album: “Il Visionario” del 2007, “La Strada” del 2009 e “Italiano Federale” del 2011 (Leave /Unuiversal). Quest’ultimo prodotto discografico, vede protagonista Tony di un’importante promozione sia live che televisiva, tra cui la partecipazione al programma di RAI TRE “Parla con me” di Serena Dandini, che da il via ad un importante tour in tutta Italia.

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Il concerto tratto dall’omonimo disco prodotto da Leave music e distribuito da Universal Music ripercorre gli intensi anni di carriera di Tony. Il suo è uno spettacolo in cui ritmo, eleganza, leggerezza e cultura si fondono insieme, un ponte ideale tra la musica siciliana e quella brasiliana.

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La sua formazione artistico – personale deriva dall’incontro con il mondo della bossa nova di Joao Gilberto in tutte le sue evoluzioni e dalle sonorità di Caetano Veloso. Il suo imprinting e’ marcatamente brasiliano sebbene la sicilianità da subito venga fuori e si misceli con la matrice tropicalista.

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Una musica colta e ricca di contenuti ma popolare per immediatezza e comunicativa dei testi.

82 Come chitarrista dal ‘96 incide praticamente tutti gli album di Mario Venuti, inoltre incide e suona  anche con Patrizia Laquidara, per la quale è autore e compositore di 10 brani contenuti nei suoi 2 ultimi album, così come ha collaborato con Joe Barbieri, Mannarino, Mario Incudine, Syria, Pilar e con Bungaro scrive il brano “Dimentichiamoci” cantato da Bungaro in duetto con Paola Cortellesi. Alcune session lo portano a New York sotto la guida di Arto Linday, i tour mondiali in cui ha suonato lo hanno portato negli Stati Uniti,  in Sud America, in Cina e in Africa, arricchedolo  umanamente e professionalmente.

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Nel 2013 arrangia e partecipa al tour “corde” del cantautore Mannarino insieme a Fausto Mesolella (Avion travel) e Alessandro Chimienti.il live è definito da Repubblica il più bello del 2013.

Si occupa di musiche per cinema collaborando con Paolo Buonvino nelle colonne sonore di vari film tra cui “Manuale D’Amore”, “La Matassa”, “La Vita come viene” e “Benur” di recente produzione le cui musiche sono di Nicola Piovani. Per “Benur” scrive ”Ti amo Italia” che e’ parte della colonna sonora e con questa vince il Premio Mario Camerini 2013 come miglior canzone su film italiano. Inoltre, le sue musiche sono presenti nella serie web “il signor nessuno” di Francesco Felli.

Lavora col teatro componendo musiche per 2 commedie: “Lavori in corso” di Claudio Fava per la regia di Ninni Bruschetta e “L’ufficio”.

E’ ideatore dello spettacolo “Malarazza – Omaggio alla Sicilia di Domenico Modugno”, di cui è PARTE integrante insieme a Mario Incudine e Kaballa, progetto che vede sul palco per la prima volta insieme i 3 cantautori siciliani, diversi per storia artistica e caratteristiche vocali, ma uniti in questo originale progetto dall’amore per l’isola e dalla comune forza interpretativa.

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Come produttore  arrangia e produce con grande successo tutti e tre gli album (Bar della Rabbia, Supersantos e Al Monte) del cantautore romano Mannarino.

Produce con Arancia Sonora l’album “Magneti” di Mario Venuti, e ancora “Sartoria italiana fuori catalogo” della cantautrice romana Pilar, e “Per fortuna dormo poco” del cantautore romano Tommaso di Giulio, produce anche il singolo “Fammi dormire” 2013 del cantante Matteo Becucci.

Il 6 Settembre 2013 esce il suo nuovo singolo “Poco Poco”  prima_slide1e, il 3 ottobre 2013, è ospite al Premio Tenco 2013 per la “Rassegna della canzone d’autore”, nel prestigioso spazio del Teatro del Casinò di Sanremo.

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Quest’anno per il tradizionale concertone del 1 maggio a Roma, ha accompagnato con una propria musica Nino Frassica che recitava una poesia di Ignazio Buttitta.

COVER_strada-500x5001C’è un po’ di tutto in “La strada”, o forse è meglio dire che sono tante le cose che s’incontrano “sulla” strada: bossanova (tanta) alla Caetano Veloso, un po’ di jazz e un innegabile istinto cantautorale tutto italiano che chiama in causa Modugno e Celentano prima, e Capossela e Samuele Bersani poi. Canzoni d’amore in tradizionale “Italian style” con l’aggiunta dell’immancabile cover d’amore d’annata (nella fattispecie “Parlami d’amore Mariù”, scritta nel ’32 da Cesare Andrea Bixio ed Ennio Neri per la voce di Vittorio De Sica, già pubblicata da Canto nel 2007 con Patrizia Laquidara alla voce), e un paio di pezzi tipici in dialetto siculo.

visionario1 Dopo aver collaborato per diversi anni con il cantautore Mario Venuti, il chitarrista siciliano Tony Canto sceglie di provare la strada solista. “Il visionario” è il suo disco d’esordio, undici tracce dalle atmosfere italo-brasiliane che parlano d’amore, di abbandono, ma anche di eventi storici come il terremoto del 1908 che distrusse Messina (“1908”) e critiche alla società odierna (“Questo è troppo”).

114L’album include un duetto con la cantante Patrizia Laquidara in “Parlami d’amore Mariù”, brano portato al successo nel 1932 da Vittorio De Sica (nel film “Gli uomini, che mascalzoni…”) ed un episodio strumentale composto da Mario Venuti (“Nfinu ca ghionna”).

italiano2“Italiano Federale” riveste  le caratteristiche di una figura retorica paradossale come dire “ghiaccio bollente”. Questo perché “italiano” per me è un aggettivo e non un sostantivo, un modo di essere, di sentire che contrasta con l’altro aggettivo “federale”. Il leitmotiv dell’intero album è proprio questo: amare l’Italia attraverso il sentire di un emigrante in patria, o emigrato all’estero. Non a caso l’album si apre con “Italiano Federale” e si chiude con “Ti amo Italia”

Tony face

 

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